Western vs… spaghetti western!

Uno dei vizietti del cinema italiano degli anni ’60 e ’70 fu, se vogliamo, l’aver copiato (in parte) quello hollywoodiano. Con esiti brutti, ragazzi, non ce lo nascondiamo. Film che fanno sussultare mia nonna per la loro “fagaggine” (mia nonna, appunto), o che, almeno dalle parti di chi scrive, vengono ricordati più per le location nelle quali vennero girati (della serie “Ah, vedi! Quello l’hanno girato a Canale Monterano!) che per altro. Ma chi legge sa anche perfettamente che no, gli anni ’60 per il cinema d’avventura italiano non furono solo trash e copiatura, ma interessante momento di rielaborazione delle pellicole americane. E ringraziano Sergio Leone di essere esistito. Andiamo alla scoperta del suo splendido cinema, mettendolo a confronto con i film d’oltreoceano che lo aveva ispirato.

1Sergio e John

Per parlare di Sergio Leone, papà degli spaghetti-western, dobbiamo parlare dell’autore che l’ha ispirato, e metterlo a confronto con lui, perché sono stati i due paladini dei rispettivi generi. John Ford è stato, a tutti gli effetti, il più autoriale e importante di tutti i tantissimi registi che negli anni ’50 e ’60 si dedicarono a portare al cinema storie di indiani-e-cowboy. Sentieri Selvaggi, L’Uomo che Uccise Liberty Valance, prima ancora Ombre Rosse… capolavori del cinema mondiale, senza dubbio. Che autori erano? Chi conosce un po’ di storia del cinema conosce anche, forse, la famosa frase di Leone in cui definiva se stesso “pessimista” e Ford “ottimista”, dicendo probabilmente tutto ciò che c’è da dire sulla questione. Insomma, prendete Sentieri Selvaggi e prendete C’era una volta il west: il diavolo e l’acqua santa! Almeno a prima vista (perché la critica ha poi rivalutato S.S. di Ford descrivendolo persino come critico nei confronti dell’America del dopoguerra) film appartenenti due mondi diversi, l’uno celebrativo dell’eroe tutto d’un pezzo, l’altro amara testimonianza della fine di un’era con l’arrivo della ferrovia. Il film di Ford era corale, avventuroso, amante dell’action, pienamente hollywoodiano. Quello di Leone era lento, le sue sparatorie erano violente, i suoi dialoghi da antologia. Entrambi, tuttavia, 2erano grandi, capaci di incarnare due idee diverse dell’epopea del far west.

Epopea vs riflessione

Il punto è che dietro queste due idee non c’era solo una concezione diversa della vita, come potrete immaginare. Ford era ottimista perché aveva un compito “semplice”: narrare la grandezza dell’epopea del west in un momento storico nel quale la nazione usciva vincente dalla guerra, consolidando la sua ideologia portante. E Leone? Leone era un anarchico (non dichiarato, ma non sopportava il potere) e vedeva nel genere western l’opportunità per parlare delle falle del sistema e di riflettere sull’uomo come individuo con tutti i suoi pregi e difetti (non a caso erano tutti o criminali dal cuore tenero o cacciatori di banditi dal cuore di ghiaccio). Leone, soprattutto, faceva western duri e “sessantottini”, metteva in scena la Guerra di Secessione mostrando i nordisti 3non solo come “non buoni” (quello lo fece anche Ford, a suo modo, in Sentieri Selvaggi), ma soprattutto come corrotti e violenti quanto i “barbari sudisti”.

E dopo di loro?

Il western americano è andato morendo in modo lento, sino agli anni più recenti nei quali tanti nostalgici hanno provato a darne riletture romantiche senza tralasciare un po’ di post-modernismo. Alti e bassi, tantissima carne fordiana (ma anche quella passata nelle mani di altri maestri come Hawks o Siegel) trita e ritrita, qualche perla. E gli spaghetti western? Eh, io l’ho sempre detto: scindiamo Leone e qualche altro bravo artigiano (come quelli dei film di Spencer e Hill ambientati nel west, commedie tutte botte e buoni sentimenti) dagli spaghetti western che presero e imitarono, imitarono, imitarono ancora lo stile del maestro, senza mai volerne davvero eguagliare la forza e anzi spingendosi ai limiti del plagio. Morale della favola? Ford e Leone furono alfieri di due filoni solo superficialmente simili, e con la loro arte crearono due mitologie contemporanee. E lo fecero distaccandosi di netto dai rispettivi imitatori.

– Fabio Antinucci – 

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