Vincitori italiani del premio Nobel per la letteratura

Il premio Nobel per la letteratura è una delle cinque categorie previste originalmente nel testamento di Alfred Nobel nel 1895 ed è attribuito per destinazione testamentaria all’autore “nel campo della letteratura mondiale che si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale” ed è stato assegnato per la prima volta nel 1901. Il premio consiste in una somma di denaro (otto milioni di corone svedesi nel 2013), un diploma personalizzato per ogni vincitore e una medaglia d’oro recante l’effigie di Alfred Nobel stesso. Anche nostri grandi scrittori hanno ricevuto questa onorificenza, quindi adesso andremo a parlare, appunto, dei vincitori italiani del premio Nobel per la letteratura.

Nel 1906 vince Giosuè Carducci: “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”. l barone de Bildet, ambasciatore svedese in Italia, consegna a Giosuè Carducci il Nobel per la Letteratura, assegnato alcuni giorni prima a Stoccolma. Il premio viene portato personalmente a casa Carducci, visto che l’anziano poeta è costretto a letto, prossimo alla morte. Il consiglio comunale di Bologna è convocato d’urgenza per inviare un messaggio di congratulazioni: “Come la madre affettuosa si gloria dell’omaggio al suo figlio insigne, Bologna che è vostra madre adottiva è superba di Voi”. Vent’anni dopo, è una donna italiana a venire premiata: nel 1926 Grazia Deledda “per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”. L’autrice di “Fior di Sardegna”, “Canne al Vento” e “Marianna Sirca” è l’unica scrittrice donna italiana ad aver ricevuto tale riconoscimento, nonché la quarta in assoluto ad ottenerlo.

Nel 1934 viene premiato Luigi Pirandello “per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e teatrale”. Le parole dell’autore in proposito sono tutt’ora famose: “per riuscire nelle mie fatiche letterarie ho dovuto frequentare la scuola della vita. Questa scuola, inutile per certe menti brillanti, è l’unica cosa che può aiutare una mente come la mia: attenta, concentrata, paziente, inizialmente del tutto simile a quella di un bambino. Uno scolaro docile, se non con gli insegnanti, di sicuro con la vita, uno scolaro che non verrebbe mai meno alla sua totale fede e fiducia in ciò che ha imparato. Questa fede nasce dalla semplicità di fondo della mia natura. Sentivo il bisogno di credere all’apparenza della vita senza alcuna riserva o dubbio. L’attenzione costante e la sincerità assoluta con cui ho imparato e meditato questa lezione hanno palesato un’umiltà, un amore e un rispetto della vita indispensabili per assorbire delusioni amare, esperienze dolorose, ferite terribili, e tutti gli errori dell’innocenza che donano profondità e valore alle nostre esistenze. Tale educazione della mente, conquistata a caro prezzo, mi ha permesso di crescere e, nel contempo, di rimanere me stesso.”Nel 1959 a vincere a Salvatore Quasimodo “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”. Questa è la motivazione con cui l’Accademia di Svezia assegna il Nobel all’autore che aveva già pubblicato le sue traduzioni dei Lirici greci (1940), dell’Edipo re (1947) e dei Canti di Catullo (1955), oltre alle sue raccolte di poesia Acque e terre (1930), Oboe sommerso (1932), Ed è subito sera (1942) e La vita non è sogno (1949). Una premiazione che non lasciò indifferente Ungaretti, che lo bollò come pagliaccio e opportunista, mettendo in dubbio il suo antifascismo e la sua militanza di sinistra: “Ha collaborato per vent’anni alle riviste fasciste di più stretta osservanza, alle quali nessun poeta collaborava”.

Arriviamo al 1975 perché Eugenio Montale ottenga il suo premio “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”. L’autore, durante la cerimonia per il ritiro del Premio Nobel, tenne un discorso in difesa dell’attività poetica, il famoso “È ancora possibile la poesia”, che poneva l’attenzione proprio sulla figura della poesia come produzione dello spirito umano. “(…) Si potrebbero moltiplicare le domande con l’unico risultato che non solo la poesia, ma tutto il mondo dell’espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di esseri umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun’altra creatura vivente può vantare. Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un’epoca sterminata, possa ancora parlarsi).” Terminiamo con il ventennale di Dario Fo nel 1997, che “seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. L’autore, scomparso lo scorso 13 ottobre 2016, rappresentava un tipo di satira molto ben strutturata, rivolta a tutte le istituzioni e alla morale comune. Il genio della drammaturgia di Fo stava nella capacità di alimentarsi del teatro di protesta, nutrendosi di una grande reinvenzione dell’uso della lingua italiana, creando qualcosa di straordinariamente complesso, dove le parole diventavano vere e proprie armi di difesa e attacco.

– Lidia Marino –  

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