Spectre, 5 ragioni per cui Bond è bello pure quando è brutto

1Normalmente la tua vita è banale come una canzone scritta dai Modà per Emma, ma quando esce il nuovo James Bond diventi il più avventuroso degli eroi, il più figo dei bellissimi; prendi caffè invece che caffè decaffeinato e passi anche se il semaforo è giallo.  I film di 007 sono una tradizione ormai lunghissima, da sempre riescono a mescolare (seppure con alterni successi) eleganza, bellezza, suspence, azione, british humor e spettacolo. Daniel Craig ha donato a Bond l’unico pregio che ancora non aveva: i capelli biondi. Per il resto, gli occhi di ghiaccio, i tormenti interiori, un inedito garbo riflettono in maniera esemplare il personaggio inventato da Ian Fleming. Sam Mendes ha agito su questo enorme materiale come Nolan con Batman: l’ha riassunto, modernizzato e reso grande; la sua regia è elegante, fascinosa. Skyfall aveva titoli di testa indimenticabili, con animazioni ispirate a disegni dello stesso Fleming e la voce potente e fastosa di Adele (quest’anno l’inizio è caruccio, ma un po’ troppo kitsch). Questo novembre è un mese magico per noi adoratori: Adelphi ripubblica Dalla Russia con amore, con nuova traduzione e splendida copertina; al cinema esce l’ultimo capitolo della saga, Spectre. Sei sicuro di sognare come non mai e invece, come direbbe Winnie The Pooh, “Oh rabbia!”. Che diavolo è successo? Le ambientazioni c’erano, la trama poteva starci, ma… ma… le scene d’azione sono imbalsamate, i dialoghi somigliano a quello che Alba Parietti dice quando la invitano a Domenica In; sembra che lo sceneggiatore abbia infilato in un sacchetto tutte le frasi fatte degli ultimi quindici anni, mescolato forte e poi, voilà: tutto a casaccio. Qui James è un po’ troppo spaccone: senza l’eleganza britannica, pare quasi un tronista. Nonostante tutto questo, Bond è sempre Bond, tu sei sempre un fan sfegatato e, quindi, in qualche modo, arrivi alla fine e sei comunque contento. Ecco 2cinque capisaldi di 007 e le riflessioni su Spectre.

1. Bellezza di James Bond. Bond di base è bello; ma Daniel Craig è bellissimo, pure più bello di Marco Liorni. In certe inquadrature, ha un po’ troppe orecchie, ma la grazia con cui salta sui tetti senza scomporre di un millimetro i calzini di cotone perfettamente tagliati è davvero invidiabile. Sta bene con tutto, anche coi dopo sci, con le felpette con cui tu normalmente vai a funghi e persino con gli occhiali di Sandra Mondaini. Quando poi indossa in maniera assoluta i vestiti stirati con leggiadria più che umana, supera tutti, pure Marco Liorni (e 2!).

2. Bellezza delle Bond Girl. Come le Principesse Disney (prima c’era Aurora che dormiva, ora Elsa che gela il mondo), le Bond Girl, con molta fatica e a passi lentissimi, stavano subendo una bella evoluzione. Ci si aspettava man mano personaggi più forti e di spessore, complessi, studiati; poi, Monica Bellucci. Sappiamo tutti che quando cammina in silenzio è da 3Oscar e finché lo fa regge lo schermo magnificamente; poi parla, anzi si autodoppia, e lì tutto crolla. Tanto più che, per farla recitare il meno possibile, l’unica scena di cui  è protagonista appare smaccatamente inverosimile (bollente, ma esagerata). Lea Seydoux poteva pure diventare una Bond Girl interessante, ma non ha storia o coerenza; fa delle cose a caso e si innamora come una teenager. Di nuovo, che diavolo è successo?

3. Bellezza del cattivo. Il cattivo contro Bond è sempre interessante, perché di solito è cattivo, ma anche bizzarro. Qui, il cattivo non c’è. O meglio c’è ma è come se non ci fosse. Prendono un attore straordinario, Cristoph Waltz, e quasi non lo fanno recitare (avevano esaurito il budget distruggendo macchine d’epoca?); dice due cosette, fa qualche stramberia, un po’ di male, spiega una verità debole come un’anziana al corso di pilates e buona lì. Non ci basta. Li vogliamo più cattivi, più contorti, più ambigui e più bizzarri; ma soprattutto, non coi mocassini.

4. Bellezza delle ambientazioni. Le ambientazioni le salvo. Una spettacolare e popolatissima Città del Messico, la Roma notturna lungo il Tevere (ma ci si poteva comunque combinare qualcosa di più), un’Austria innevata e glaciale, la rovente Tangeri e una Londra lugubre e silenziosa. Se solo ci avessero messo dentro una storia…

45. Le tradizioni di Bond. In tutti i film di Bond devono obbligatoriamente ricorrere alcune situazioni e questo inorgoglisce noi fan morbosi. 1) Bond deve dire: “Mi chiamo Bond, James Bond”; e quest’anno lo dice sulla bocca della Bellucci: ci può stare. 2) Bond deve chiedere un Martini mescolato non shakerato; lo chiede ma gli servono un frullato: ci sta. 3) Deve essere nominata la Regina d’Inghilterra; viene nominata. 4) Dobbiamo vedere un sacco di macchine belle e, possibilmente, devono essere distrutte nel giro di pochi minuti: ci siamo. 5) Bond ha un vero, glaciale humor britannico: no, stavolta le battute erano cretine; ricordavano più Pozzetto da vecchio che Bond dei tempi d’oro.

Insomma, fatichi ad ammetterlo, ma quest’ultimo Bond, da cui ti aspettavi di tutto, non ti è piaciuto, ti è piaciuto poco. Al cinema, lo rivedrai solo quatto o cinque volte. Qualche scena sofisticata e memorabile c’è pure stata (Bond nei sotterranei con le foto di tutte le persone scomparse negli anni, per esempio) ma nel complesso i tempi sono troppo dilatati, le lungaggini si sprecano; quei dialoghi da replica di Rete Quattro proprio non glieli perdoni. Eppure, quando rientri nella tua panda bianca per tornare a casa, non stai solo guidando, voli. James Bond è ancora in te. Sei talmente trasgressivo, avventuroso, che se ti si slaccia una scarpa non la riallacci. E stasera, niente camomilla; o almeno, mescolata non shakerata.

– Walter Farnetti – 

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