Scream, una veglia per Wes

Appassionarmi tardi al cinema horror significa poter guardare un capitolo di Scream per la prima volta solo nel 2022, ma anche gustarmelo in una sala vuota dove precedentemente mi era capitato di vedere solo pochi film, uno dei quali è stato Ring 2 – che “ho visto” tra le dita delle mani. Avrei potuto avere un briciolo di paura, soprattutto pensando alla scena iniziale di Scream 2, eppure il film mi ha preso così tanto da ricordarmi solo al termine che ero sola. Decisamente la mia saga horror preferita, Scream giunge alla sua quinta pellicola facendo, più che un elogio, una veglia per Wes Craven, e non è una parola scelta a caso.

Prima di iniziare, mi sembra opportuno avvertirvi che questa recensione presenterà SPOILER dell’interno film, nonché obbligatoriamente – ne scopriremo poi il motivo – del primo capitolo.

Scream è sempre stato una parodia; per molti versi, ha più punti in comune con Scary Movie rispetto a Venerdì 13, Halloween o Nightmare dello stesso Craven. Il primo (1996) era una parodia degli slasher, il secondo (1997) dei sequel, il terzo (2000) delle trilogie horror e il quarto (2011) dei remake. In quanto tale, si è designato fin da subito come metacinema: Craven ha preso i cliché degli stessi slasher scritti da lui per trasformarli in “regole” da seguire per realizzare, appunto, un film slasher – e, per i personaggi, consigli da seguire alla lettera per evitare di essere uccisi. Abbiamo dunque una final girl che dovrebbe rimanere vergine, amici che non dovrebbero mai dividersi e, nel caso dei sequel, ricordare che c’è sempre qualcosa del passato che i protagonisti ancora ignorano. Allo stesso tempo però Craven ha introdotto nuovi stilemi, come la presenza – nella maggior parte dei casi – di due killer e la non invulnerabilità del cattivo: Ghostface è sempre un passo avanti, “ritorna sempre”, eppure alla fine del film muore. Non è un Michael Meyers, non è un Freddy Krueger; non è soprannaturale e, semplicemente, può morire.

Fatta questa doverosa premessa, la domanda da porsi di fronte al quinto capitolo di Scream era: di che cosa sarà la parodia? Lo dice lo stesso titolo. Non si chiama Scream V, ma Scream – proprio come Halloween (2018). Il film è un requel, ossia una storia che riprende le vicende del solo primo capitolo di una saga, ma rielaborandole in un sequel “diretto” – nel senso che ignora gli altri sequel finora usciti – che è allo stesso tempo un reboot, in quanto inserisce nuovi personaggi come protagonisti senza tuttavia dimenticare i volti principali. Come dirà la nipote del cinofilo Randy nel corso del film, “Non si può fare un Halloween senza Jamie Lee”. Ancora una volta Scream si dimostra al passo con i tempi, citando gli horror “cervellotici” e psicologici – di cui poi parleremo – e trovando il modo di parodiare una nuova versione degli slasher.

La scena iniziale è ovvia: Tara (Jenna Ortega) riceve una chiamata da Ghostface, viene aggredita e… sopravvive. No, forse non era così ovvia, e già qui c’è un cambio decisivo rispetto a tutte le versioni precedenti di Scream. Tara non rimane in vita per puro caso, ma perché lo ha voluto il killer, che intende far tornare in città la sorella maggiore Sam Carpenter (Melissa Barbera), accompagnata dal fidanzato Richie (Jack Quaid). È così che, fin dalle prime scene, possiamo conoscere il gruppo di amici di Tara, composto dal suo spasimante Wes (Dylan Minnette), i gemelli Mindy e Chad (Jasmine Savoy Brown e Mason Gooding), la migliore amica di Tara, Amber (Mikey Madison), e la ragazza di Chad, Liv (Sonia Ammar). Come rivelerà Linus nel corso del film, l’assassino è sempre nel gruppo stretto di amici, quindi è per questo che ve li ho già nominati, ma anche perché qui appaiono due nomi: Wes, come Wes Craven, e il cognome Carpenter, come uno dei pilastri dello slasher. Tra l’altro Wes è uno dei primi nomi che compare sulla scena, quando Tara sente squillare il telefono di casa ed è convinta che a chiamarla sia Wes, che “non vuole lasciarla in pace”. Una citazione perfetta.

Essendo un requel, è ovvio dunque che ci troviamo di fronte a un nuovo gruppo di protagonisti, dove risalta la figura di Sam, che ha un comportamento strano; infatti, ogni tanto ha la visione di suo padre alle proprie spalle. Un padre che, come ha scoperto a tredici anni, non è colui che l’ha cresciuta, bensì Billy Loomis (Skeet Ulrich), uno degli assassini del primo film. A proposito della presenza di Ulrich, approvo l’uso dello stesso attore, però il programma di ringiovanimento non è ancora perfetto e si notano i venticinque anni passati. Ben presto, comunque, viene mietuta la prima vittima, che ha un collegamento con Stuart, il complice di Billy, e qui il pubblico si ritrova perfettamente con quanto anticipato dal trailer: il killer se la sta prendendo con i parenti degli ex Ghostface. O forse no? È questa l’illusione che viene data, ma a conti fatti è solo un depistaggio, tanto che la futura vittima Wes viene tranquillizzata perché sua madre, lo sceriffo Judy Hicks (Marley Shelton) già apparsa in Scream 4, non fa parte dello Stab originale – che ricordiamo essere la saga tratta dalle vicende di Woodsboro, e quindi altro metacinema: se il killer vuole fare un requel, si baserà solo sul primo film.

A questo punto però viene da chiedersi dove sia il “trio protagonista”, perché non sia ancora entrato in scena. È questo uno dei punti di forza dei requel, che vogliono la presenza degli attori principali, eppure li introducono a mano a mano, perché loro non sono personaggi: sono icone. Sono coloro che hanno già vissuto tutto quanto, che hanno rischiato più volte di morire e che, in un certo senso, sono invulnerabili, sanno come uccidere e come difendersi; diventano i mentori dei nuovi protagonisti. È ciò che succede anche nel requel del 2018 di Halloween, dove Laurie Strode è la nonna forte e ben preparata di Allyson; non è un caso che questo film sia citato proprio all’interno di Scream, perché Michael è il fratello di Laurie, dunque ancora una volta protagonista e killer sono uniti da un legame di sangue.

Torna per primo in scena Linus (David Arquette), che ha lasciato la moglie a New York per tornare a Woodsboro, ma l’infelicità l’ha spinto prima ad alcolizzarsi e poi a perdere il posto di sceriffo. Linus viene contattato da Sam per avere dei consigli ed è lui che comincia a elencare le regole dello slasher, prendendo il posto di Randy: prima regola, mai fidarsi del proprio fidanzato. Dopo avere contattato Sydney (Neve Campbell), per niente intenzionata a lasciare marito e figli per vivere l’ennesimo incubo, Linus raggiunge il gruppo di amici a casa dei gemelli, che altri non sono che i figli della sorella di Randy, dal quale – soprattutto Mindy – hanno ereditato la passione per il cinema horror. Sono, infatti, Linus e Mindy a elencare le regole del requel, e a ricordare che l’assassino deve essere nel gruppo e che ha a che fare con il passato. Vengono citati diversi film, tra cui Stab 8, e su questo torneremo nel finale. Colgo l’occasione per dire che, a mio parere, Mindy è il nuovo personaggio meglio riuscito e lo dimostra sempre più nel corso del film, come nella scena dello scantinato. Quando Amber scende a prendere le birre nello scantinato, infatti, rimandando chiaramente alla scena di Rose McGowan nel primo Scream, Mindy le tende un agguato, ricordandole che non avrebbe dovuto rimanere sola e che non può fidarsi di nessuno, nemmeno di lei. È inoltre uno dei tanti casi in cui il jumpscare viene disatteso, come nella sequenza a casa di Wes.

Judy e Wes Hicks sono le vittime successive. Di questa sequenza, sono interessanti i “falsi” jumpscare appena nominati e la scena nella doccia, che rimanda a quella ben più nota di Psycho, però con protagonista maschile; perfino le inquadrature sono simili. Soltanto a questo punto giunge in città Gale Weathers Riley (Courtney Cox), che compare sullo schermo facendo qualcosa di molto inusuale: si avvicina a una scioccata Sam e cerca di confortarla. È un punto fondamentale, perché sebbene abbia con sé la sua troupe non decide di riprendere ciò che avviene, ma si interessa al lato emotivo. C’è passata tante volte anche lei e soprattutto è maturata. Il suo incontro con Linus spiega poi cosa è successo tra di loro e perché non siano più insieme.

Essendo una parodia, le esagerazioni sono previste ed è chiarissimo nella sequenza dell’ospedale. Ghostface sta andando da Tara e lei non può fare altro che scappare, perché l’ospedale è vuoto e il solo agente presente è stato appena sgozzato: non c’è un infermiere o un dottore, non ci sono altri pazienti. È inverosimile, è parodia, eppure accompagna da un elemento di forte impatto. Sto parlando del modo in cui Tara tenta di fuggire dal proprio letto nonostante sia ferita gravemente; viene perfino mostrato il sangue sulla ruota della sedia a rotelle, sangue che non viene da una ferita appena inferta dal killer, ma dalla mano fasciata. È un elemento tanto realistico all’interno di una sequenza surreale da alzare il livello del prodotto, ricordando implicitamente che sarà pure un requel, che non è diretto da Wes Craven, ma non per questo deve essere di basso livello.

La sequenza dell’ospedale è una delle principali perché avviene la morte di Linus. Ghostface lo uccide dicendo: “È stato un onore”. Ecco un’altra aspettativa disillusa, ecco che il mentore, l’icona può morire in questo requel. Nessuno è più al sicuro, nessuno è invulnerabile. Linus è morto e lo mostrano l’inquadratura sui suoi occhi spalancati e la successiva sul sacco nero dell’obitorio; non ci sono vie di fuga, non c’è un salvataggio finale, non è neanche una “falsa morte” organizzata per fare sentire il killer al sicuro. È una morte, inoltre, che avviene in maniera sciocca, perché ciò che rende potente il killer non è un potere soprannaturale, ma l’ignoranza: non sapere chi si celi dietro la maschera. Prima di fuggire in ascensore, avrebbero potuto togliergli la maschera, come Sydney voleva fare in Scream 2, e tramite la conoscenza avrebbero ottenuto un vantaggio seppure Ghostface fosse riuscito a riprendersi e fuggire; invece Linus torna indietro per un altro buon motivo, ossia sparagli in testa, perché come gli zombie loro “tornano sempre”.

Con la morte di Linus rientra in città Sydney, ed è commovente pensare che, per la prima volta, il trio non ha potuto essere in scena contemporaneamente. Qui Sydney e Gale si comportano proprio come mentori, cercando di convincere Sam che il solo modo per salvarsi sia affrontare il killer di petto e ucciderlo, eppure la ragazza – ragionevolmente – sceglie di lasciare Woodsboro per sempre. Le due donne mettono un GPS sull’auto di Sam in modo da seguirla e comprendono che la scena finale sia vicina perché il luogo in cui si fermano per un imprevisto è l’ex casa di Stuart, la stessa in cui lui e Billy sono stati uccisi al termine del primo Scream.

Come di consueto, c’è una “festa” in corso. In realtà si tratta di una veglia per Wes. C’è anche la scritta “FOR WES” che lo sottolinea e Chad brinda all’amico defunto. È questa la veglia per Wes Craven: non un elogio, ma una veglia, poiché uno dei padri dell’horror non poteva essere ricordato se non attraverso una “festa in onore del defunto” e una carneficina. Qui diverse scene iconiche si susseguono, come la visione di Mindy di uno degli Stab, durante il quale lo zio Randy viene ucciso da Ghostface che appare alle sue spalle; la stessa scena era vissuta nel primo Scream – sebbene con la sopravvivenza di Randy – attraverso lo schermo di una telecamera piazzata nella casa da Gale. Mindy viene aggredita, ma si salva perché si rende conto che, in un momento del genere, è sciocco non voltarsi; subito dopo però viene uccisa Liv da un Ghostface senza maschera: Amber.

Pugnali, omicidi, spari, anche una bella scenetta all’arrivo di Sydney e Gale, che non ci cascano proprio di fronte al pianto da vittima di Amber. Richie si rivela come secondo killer ed è qui che possiamo riprendere alcuni discorsi rimasti aperti. Prima di tutto, Stab è centrale: lo era in Scream 2, quando Jada Pinkett Smith muore davanti allo schermo del cinema; lo era in Scream 3, poiché a essere aggrediti erano gli attori del film; lo era anche in Scream 4, perché ha spinto gli assassini a riprendere tutto dal proprio punto di vista. C’è un forte legame proprio con Scream 4, dove troviamo un nuovo gruppo di amici e il concetto dell’omicidio fatto per uno scopo diverso dalla vendetta e sempre metacinematografico. Amber e Richie si sono conosciuti su un forum dedicato a Stab, dove si criticava aspramente dell’ultimo capitolo uscito l’anno precedente, Stab 8 – dunque a dieci anni di distanza dal settimo. Invece di essere un sequel che, tuttavia, non si basava su eventi reali come i precedenti, il film ha preso spunto dagli horror “sofisticati” di cui si parla spesso nella pellicola. Non più uno slasher alla Venerdì 13, bensì un Babadook, un It follows, un The VVitch. Questa scelta è stata tremenda per il regista – che secondo i personaggi era Rian Johnson, non a caso creatore di Star Wars: Episodio VIII – perché Stab doveva rimanere Stab. Non aveva senso trasformarlo. Amber e Richie prendono talmente sul personale l’affronto di Johnson che decidono di fare una nuova carneficina a Woodsboro, dove Amber abita da quando si è trasferita all’ex casa di Stuart; l’assassino secondo la loro versione sarà Sam, spinta dalla connessione con il padre Billy, e loro potranno raccontare ciò che è avvenuto dando a Hollywood nuovo materiale. Cosa c’è di più metacinema di questo?

Altra citazione è quella a uno dei killer di Scream 2, che uccideva per diventare famoso, certo di essere scagionato in quanto avrebbe sostenuto la tesi che “il cinema horror l’aveva reso violento”. È la stessa Amber a provarci, a supplicare di essere lasciata in vita perché è stato il cinema a influenzarla, ma Sydney e Gale sono le ultime persone con cui questa scusa potrebbe funzionare. A dare il colpo di grazie ai killer saranno le persone che credevano di essere più vicine a loro, quindi Sam sgozzerà Richie e Tara sparerà ad Amber, che muore in un modo molto simile a un altro film con la stessa attrice, ma non voglio dirvi quale per non fare spoiler. Ancora una volta, l’ennesima, aspettative disillusa: Tara, che sarebbe dovuta morire nell’incipit, è una dei sopravvissuti. Si salvano anche Sam e le sue mentori, nonché i gemelli, ma il finale non anticipa un nuovo film. Potrebbe esserci stato un passaggio di testimone, per cui non vedremo più Sydney e Gale, perché sembrerebbe che i registi Bettinelli-Olpin e Gillett siano propensi a realizzare altri capitoli.

A proposito dei registi, non ho voluto parlare dei loro lavori precedenti – come lo splendido Finché morte non vi separi – perché loro stessi si sono celati dietro l’elogio a Wes, hanno voluto il più possibile rendergli omaggio attraverso un film che ricordasse i suoi stilemi e non i loro. In conclusione, a mio parere questo requel è più che riuscito, una degna conclusione per la migliore saga horror – sempre a mio parere! Una veglia per Wes, una carneficina per Wes, un addio e un applauso per un compianto Maestro dell’Horror.

– Sara Carucci –

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