Rubrica – Bernini e Borromini

Fra leggenda e realtà: la sfida fra Bernini e Borromini. Roma, epoca della Controriforma (dunque, XVII secolo, o 1600 inoltrato): sfarzo, potere, intrigo sullo sfondo della riqualificazione barocca della Città Eterna;  mecenatismo “spinto” da parte di papi, cardinali e nobili, il mondo dell’arte e dell’architettura che si sposta fra le mura della capitale della cristianità in cerca di ricchezze sulle orme di Michelangelo e altri geni.

Ditemi, non è forse lo scenario perfetto per una grande storia? Magari la storia di una rivalità acerrima, forte, fra due artisti destinati a passare alla storia? Eh, già, e infatti fu così: benvenuti di fronte alla sfida fra Gianlorenzo Bernini e Francesco Borromini, campioni massimi dell’architettura dell’epoca, che caratterizzò buona parte delle loro carriere. Ma attenzione: come in ogni sfida passata alla storia, occorre distinguere bene fra realtà e leggenda…

1. Per le strade di Roma

1Partiamo dalla leggenda, dalle leggende, dal romanticismo che ha caratterizzato questa sfida. Anzi, utilizziamo un termine caro ai comunicatori contemporanei: parliamo di narrazione! Le leggende a Roma nascono dai luoghi e dal modo in cui i romani si rapportano con essi, soprattutto da quelli che frequentano spesso per andare al lavoro. Ne esistono anche di legate alla sfida di cui parliamo oggi: si dice infatti che la Fontana dei Fiumi in piazza Navona, progettata da Bernini nel 1652, celi un segreto schernimento a Borromini. La statua della personificazione del Rio della Plata, che punta lo sguardo verso Sant’Agnese in Agone, progettata (ma guarda un po’) dal rivale, avrebbe una mano sollevata, come a proteggersi da un imminente crollo della facciata della chiesa.

Se questa è solo una voce popolare (e sul rapporto fra città e leggenda arriveremo fra poco, un attimo di pazienza), andando pian piano verso la storia troviamo invece un fatto provato e ancora più lol: pare che durante la costruzione di Propaganda Fide a piazza Mignanelli, i cui lavori erano passati da Bernini a Borromini dopo la scomparsa di Urbano VII (ops…) i due si sfidarono dolcemente scolpendo sulle pareti degli edifici segni di sberleffo, anche volgari (molto volgari!), che poi vennero eliminati da loro stessi per volere dell’autorità.

2. La Storia

2Di rivalità, senza dubbio, si trattava, aneddoti su chiese crollanti a parte. Il motivo fu anzitutto il fatto che Bernini era ben considerato, inserito socialmente, veniva stimato perché proveniente da una regione di maestri nel campo dell’architettura, l’Alto Adige, e dunque per tale motivo incaricato di interventi prestigiosissimi.

E Borromini? Geniale (le forme delle sue creazioni hanno ridefinito i canoni dell’architettura), ma solitario, tormentato, irascibile e, per questo, da lasciare fuori dagli ambienti che contavano. Non è un caso che si sia suicidato giovane, dal resto.

Insomma, il fatto che ci fosse una situazione nella quale un cavaliere scintillante (Bernini) avesse come “doppio al negativo” il “poco spendibile” Borromini generava, inevitabilmente, un clima da romanzo, da tiranno e antitiranno, uniti in una lotta spettacolare.

3. La politica, il popolo, i simboli

3Non è un caso che io abbia voluto rifarmi alle categorie della tragedia moderna, perché probabilmente il popolo romano, sempre attento a commentare gli avvenimenti della città e a “ricamarci sopra”, non ha evitato di costruire su questa situazione di rivalità una propria “versione”, che attaccasse “il potere” sbeffeggiandolo senza pietà. Del resto questa era la Roma papalina, questa la sua “letteratura popolare”: da sempre sottomessa al potente, ma affamata di romantiche storie di contrapposizione, che permettessero ancora di sperare in un “futuro migliore”.

– Fabio Antinucci – 

 

 

 

 

 

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