Racconti da Quarantena – Il vincitore di Storie dal Futuro

Come domenica scorsa, anche oggi voglio omaggiare un altro scrittore. Oggi pubblichiamo apertamente il racconto vincitore del nostro concorso Storie dal Futuro. Anche in questo caso, il concorso aveva un tema e questo era il Futuro. Ovviamente, nel bene e nel male, la stragrande maggioranza dei racconti hanno virato verso la fantascienza, ma in modi diversi. L’Archivista, infatti, parla di un presente, di libero arbitrio, di scelte da fare. Parla dell’umanità e dei suoi difetti, quanto dei suoi pregi. Parla di futuro, ma anche di passato. Insomma, L’Archivista è stato un racconto che è molto piaciuto ai nostri giudici ed, oggi, spero che piacerà anche a voi e, chi lo sa, magari anche incuriosirvi. Potete trovare il sito dove acquistare Storie dal Futuro in versione cartacea o e-book cliccando sull’immagine a qui a sinistra. Buona lettura!

– Giorgio Correnti –

L’Archivista

Di Luca Mencarelli

Ricontrollò ancora una volta l’indirizzo che aveva annotato sul cellulare. Non c’erano dubbi, il posto era quello, a meno che non avesse commesso un errore nel trascriverlo. Eppure quello scalcinato condominio di periferia non corrispondeva minimamente a ciò che si era immaginato. In ogni caso c’era solo un modo per togliersi il dubbio. Allungò il dito verso il bottone del campanello e si apprestò a premerlo, ma in quello stesso istante una voce risuonò dal citofono, facendolo sobbalzare.

«Benvenuto signor Gigli, la stavamo aspettando. Salga pure al quarto piano.

Mauro fece le scale chiedendosi come potessero sapere i suoi nuovi datori di lavoro che fosse lì. Forse all’ingresso c’era una telecamera di sorveglianza e lo avevano visto arrivare. Non trovò altra spiegazione. Arrivato in cima fu richiamato da un uomo alto e allampanato, che stava sulla soglia socchiusa di un appartamento.

«Da questa parte, prego.

«Piacere di conoscerla, sono…» Fece Mauro, avviandosi verso la porta con la mano tesa.

«I convenevoli non sono necessari. So perfettamente chi è lei, e lei non ha bisogno di sapere chi sono io. Può chiamarmi semplicemente Archivista, se vuole. Mi segua adesso, il tempo è prezioso e non si ferma ad aspettare.»

Prima che Mauro potesse replicare, si trovò a percorrere un lungo corridoio asettico scandito da regolari luci al neon poste sul soffitto, seguendo i passi dell’altro. Visto da fuori quel posto non sembrava così grande, eppure percorsero almeno una trentina di metri senza mai svoltare, fino a raggiungere una seconda porta. L’uomo la aprì e lo fece accomodare all’interno. Erano in una stanza squadrata, priva di finestre, con una porta su ciascuna delle altre tre pareti. Al centro stavano una poltrona ergonomica e una scrivania con sopra un computer e alcuni articoli di cancelleria. Nient’altro.

«Questo da oggi sarà il suo ufficio.» Annunciò l’uomo. «Può prenderne immediatamente possesso.»

Seguì un silenzio tombale.

«Forse si starà chiedendo in cosa consiste il suo lavoro.»

Era proprio così, quel tipo sembrava avergli letto nel pensiero. In effetti anche nell’annuncio trovato su internet non c’era scritto molto, solo che si cercava un candidato per un posto di archivista. Età tra i venti e i trenta, esperienza nel settore preferibile ma non necessaria, contratto a tempo indeterminato e stipendio lordo di cinquemila euro al mese.

Aveva subito mandato una mail all’indirizzo in calce, e in meno di un’ora gli avevano risposto comunicandogli il luogo in cui recarsi la settimana dopo per sostenere il colloquio.

Era stato sorpreso nello scoprire una vera e propria folla di aspiranti archivisti. Ma del resto era normale, per quanto scarna di informazioni fosse l’offerta, la paga promessa faceva gola a molti.

Il colloquio non era stato una semplice chiacchierata con il selezionatore. Erano stati fatti accomodare in uno stanzone e qui avevano dovuto affrontare una sfiancante maratona di sei ore, tra test attitudinali, logico-deduttivi, mnemonici, e infine il temuto colloquio orale, di fronte a tre cariatidi impassibili che, più che intervistarlo, gli avevano fatto un terzo grado spulciando ogni dettaglio della sua vita privata, presente e passata.

Tre giorni più tardi era stato avvisato di aver superato la selezione, e di presentarsi il mattino successivo in quel caseggiato di periferia.

Dopo tutta quella misteriosa trafila le domande che gli affollavano la mente erano innumerevoli, ma non aveva ancora trovato il coraggio di aprire bocca e dar loro voce. Adesso però sembrava che finalmente fosse giunto il momento della verità.

«A questo punto è giusto che lei sappia come stanno le cose. Del resto da oggi siamo colleghi.» Un sorriso gentile balenò per un istante su quel volto austero. O forse era solo una contrazione involontaria dei muscoli facciali.

«Ebbene, andrò subito al punto. Qui conserviamo ogni momento, passato, presente e futuro di ogni singolo essere umano. Non ha bisogno di sapere in che modo ciò viene effettuato, né l’organizzazione di cui facciamo parte. Il suo unico compito è fornire le registrazioni del passato a coloro che le richiedono e spostarle periodicamente dalla sezione “presente” a quella “passato”. Domande fin qui?»

Certo, fin troppe, ma l’Archivista interpretò il suo silenzio come un invito a proseguire.

«Il lavoro è semplice ma delicatissimo, ecco il perché dell’attenta selezione. Da molto tempo cercavamo il candidato ideale che prendesse il mio posto, e finalmente lo abbiamo trovato. Potrà non sembrarle, ma sono molto vecchio, e anche per me sta per giungere il momento di andare in pensione. Ma ora posso farlo serenamente, sapendo che lascio questo posto nelle mani di un degno sostituto.»

Tacque per un attimo, come a volersi riconciliare con i propri pensieri, poi proseguì:

«Allora, è tutto chiaro?» Il tono era gentile, ma i due occhietti neri e attenti che lo squadravano da dietro le lenti tonde degli occhiali non ammettevano repliche.

«Cristallino.»

«Eccellente. Si limiti a seguire le istruzioni e vedrà che non ci saranno problemi. Per oggi non dovrebbe esserci molto da fare, può mettersi comodo e prendere confidenza con il suo ufficio. Nel computer troverà un file guida che le spiegherà nel dettaglio i suoi compiti. Per qualsiasi cosa può trovarmi in fondo al corridoio, seconda stanza a destra.»

Si diresse verso la porta, ma un attimo prima di uscire si voltò e aggiunse:

«Ah, un’ultima cosa, ha libero accesso alle sezioni “passato” e “presente”, e può anche consultarne le registrazioni previa richiesta al sottoscritto, ma quella “futuro” è offlimits per chiunque, anche per me, quindi non tenti di entrare.»

Quindi si richiuse l’uscio alle spalle, lasciandolo solo.

Mauro rimase in piedi al centro dell’ufficio, come inebetito. Troppe informazioni pazzesche tutte insieme, ma dove diavolo era finito? Cos’era, una candid camera? Si guardò intorno alla ricerca di telecamere nascoste, ma in quel cubicolo spoglio non sarebbe stato difficile individuarne una, se ci fosse stata. Possibile che fosse tutto vero? Rimuginando sui suoi dubbi misurò a passi lenti il perimetro della stanza. Ora che ci faceva caso, su ognuna delle tre porte che aveva visto entrando erano poste altrettante targhette. “Passato”, “presente”, “futuro”. C’era solo un modo per verificare se le parole dell’Archivista erano vere.

Si accostò alla prima, e abbassata la maniglia la socchiuse pian piano, sbirciando all’interno. Ciò che trovò dall’altra parte lo lasciò senza fiato. Uno stanzone senza fine, che correva a perdita d’occhio in tutte le direzioni, ingombro di scaffali strabordanti di quelli che sembravano hard disk esterni. Milioni, no, forse miliardi, di blocchetti neri, ognuno catalogato con un nome, un cognome e un paio di date.

«Ma è enorme! Come ca…»

«Ti sembra grande? Dovevi vedere prima che convertissimo tutto il materiale da cartaceo a digitale. Allora sì che prendeva un casino di spazio questo posto!»

Quella voce sconosciuta alle spalle gli fece drizzare i peli sulla nuca. Si voltò di scatto, ritrovandosi di fronte un ometto tarchiato, il volto seminascosto da una folta barba scura che gli donava un aspetto trasandato.

«E lei chi è?»

«L’Archivista non ti ha detto nulla di me, vero? Tipico suo, del resto non gli sto molto simpatico, anche se dovrebbe trattarmi con più rispetto, visto che lavoro qui da molto più tempo di lui. Tu comunque mi sembri un tipo a posto, sono certo che andremo d’accordo.»

Non aveva risposto alla sua domanda, ma Mauro evitò di farglielo notare. In effetti era lui quello nuovo, che avrebbe dovuto presentarsi per primo.

«Comunque piacere, sono Mauro, il nuovo…»

«Sì, sì, lo so chi sei, risparmiami la manfrina.»

Ma lì dentro erano tutti così refrattari ai convenevoli?

«Non prendertela eh, ma noi qui sappiamo tutto di tutti, anzi vi conosciamo meglio di voi stessi.»

Imbeccato da quelle parole Mauro realizzò che, se tutto ciò era vero, da qualche parte doveva esserci anche un hard disk contenente le registrazioni della sua vita. Passata, presente e…

«Di’ un po’, muori dalla voglia di vedere che c’è là dentro, vero?» La voce stridula dell’altro lo riscosse dai suoi pensieri.

«Come scusi?»

«Ma sì, nella sezione “futuro”. Non sei curioso di dare una sbirciatina al tuo? Che piega prenderà la tua vita nei prossimi mesi e anni, cosa ti aspetta dietro l’angolo, quando, dove e come creperai… Non fare quella faccia, è normale! Chi non vorrebbe? La differenza tra te e tutti quelli che stanno là fuori è che tu ne hai la possibilità.»

«Ma l’Archivista ha detto…»

«L’Archivista di qua, l’Archivista di là, fanculo l’Archivista! Ti ha mollato qui, spiegandoti poco o niente come funzionano le cose. Non ti ha nemmeno parlato di me, che sono il tuttofare qua! Ma ascolta me ragazzo, vai là dentro e dai un’occhiata, si vive una volta sola, no?»

Le parole dell’altro erano seducenti, ma quelle dell’Archivista altrettanto chiare nella sua mente.

«Avanti, di me ti puoi fidare. Se vuoi resto fuori a fare da palo.»

«Io… preferirei di no, grazie.» Sarebbe stato da stupidi infrangere le regole proprio il primo giorno di lavoro.

«Ho capito, hanno preso un altro cacasotto. Vabbè, fammi un fischio se dovessero spuntarti le palle, mi trovi qui dentro.» E sbuffando si eclissò tra gli scaffali.

Che strano personaggio. Se ne sentiva attratto e infastidito al tempo stesso.

Con più dubbi di prima girò sui tacchi e ritornò al suo ufficio.

La guida che trovò sul pc riuscì a sbrogliare quelli relativi agli aspetti tecnici del suo lavoro, ma non quelli morali che lentamente avevano iniziato a insinuarsi nel suo animo.

Il passato sinceramente non gli interessava. La storia non lo aveva mai appassionato, una lunga sequela di eventi ormai lontani e uomini morti da secoli, perché perdere tempo con quella roba ammuffita? La prospettiva di poter scoprire se Re Artù fosse realmente esistito, rivivere l’emozione di Colombo mentre sbarcava in America, o scoprire la vera identità di Jack lo Squartatore non lo solleticava affatto. Ma il futuro invece, in particolare il suo… Si sorprese a fissare intensamente la porta della sezione proibita. Fortunatamente ci pensò un improvviso sfarfallio sul monitor a distogliere la sua attenzione. Sull’icona del programma di posta elettronica, una busta stilizzata situata al centro del desktop, era apparso un “1” rosso, segno che era appena arrivato un messaggio.

Lo scorse rapidamente. In linguaggio scarno e burocratico veniva richiesta una registrazione, da inviarsi allo stesso indirizzo da cui era provenuta la mail. In allegato c’era il documento che concedeva l’autorizzazione, firmato e timbrato dal funzionario di un non meglio specificato “ufficio per gli affari temporali”. Mauro confrontò la richiesta con quella fac-simile presente nella guida, e verificato che era tutto a posto si diresse nell’archivio alla ricerca della registrazione.

A quanto aveva appreso, gli scaffali erano divisi in sezioni in base a millennio e secolo in cui era vissuto l’individuo in questione, a loro volta suddivisi per nazionalità e nome in ordine alfabetico. Ci mise un po’ a scovare quella tale Amelia Dyer, vissuto nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo, e mentre trotterellava di nuovo verso l’ufficio, chiedendosi a chi potesse interessare la vita di una bambinaia, fu inchiodato da una vocetta emersa da chissà dove.

«Cerchi qualcosa?»

Il tuttofare gli si parò davanti, squadrandolo con sufficienza. Sembrava averlo incrociato per caso, ma qualcosa diceva a Mauro che gli aveva tenuto gli occhi addosso per tutto il tempo.

«Trovato, grazie.»

«Certo che ce ne hai messo di tempo! Va bene che sei nuovo, ma se continui così durerai meno di una settimana qua dentro. Cerca di essere più veloce la prossima volta.»

Prima che Mauro potesse replicare, l’altro era già scomparso tra gli scaffali.

Il suo primo impulso fu di urlargli dietro qualcosa, ma si trattenne. Ecco, adesso quel tipo gli stava decisamente antipatico. Ce l’aveva forse con lui perché aveva rifiutato la sua proposta di sbirciare il proprio futuro? Forse avrebbe dovuto parlarne con l’Archivista, ma il pensiero di trovarsi di fronte a quell’uomo algido gli fece cambiare idea. E poi andarsi a lamentare dei colleghi il primo giorno di lavoro non lo avrebbe messo certo in buona luce.

Fu sorpreso nello scoprire che durante la sua assenza erano arrivate quattro nuove mail, e nel tempo che impiegò per rispondere alla prima ne giunsero altre due. Ecco cosa intendeva quel bassotto quando gli aveva consigliato di muoversi.

Il resto della giornata trascorse in un frenetico via vai tra il pc e l’archivio, nel tentare di far fronte a tutte le richieste che piovevano a cadenza regolare con il ritmo di una decina all’ora, salvo un provvidenziale calo fisiologico intorno all’ora di pranzo. Quando, alle 18, lo schermo del computer si rabbuiò avvisandolo che per quel giorno aveva finito, si sentiva stanco ma soddisfatto allo stesso tempo. Certo, il lavoro era un po’ ripetitivo, ma almeno gli consentiva di fare attività fisica, e poi dove avrebbe trovato un altro impiego che gli offriva un contratto a tempo indeterminato a cinquemila euro al mese?

L’Archivista non si era più fatto vedere, mentre Tappo, come lo aveva soprannominato, lo guardava di sbieco tutte le volte che entrava nell’archivio “passato”, ma aveva imparato a ignorarlo. Allo stesso modo si era abituato al mistero che ammantava quell’ambiente. Se nessuno gli diceva niente significava che la cosa non lo riguardava, e lui evitava di chiedere. Del resto, quando la sera del primo giorno di lavoro aveva provato a fare qualche ricerca in rete su quel posto, non aveva trovato nulla. Ma, se anche ciò avrebbe dovuto fargli sorgere dei sospetti, preferì far finta di niente. L’importante era che a fine mese ricevesse regolarmente il suo stipendio, in caso contrario avrebbe potuto semplicemente licenziarsi e magari far causa al sedicente “Archivista” e alla misteriosa organizzazione che aveva alle spalle. In ogni caso non aveva l’impressione di essere al servizio di qualche impresa criminale, altrimenti non ci avrebbe pensato due volte a mollare tutto e andarsene.

Tutto a posto dunque. O forse no. Qualcosa che non andava in effetti c’era. Un tarlo silenzioso che aveva cominciato a scavare nella sua mente sin dal primo giorno di lavoro, e che, ad appena una settimana di distanza, non lo faceva più dormire la notte.

Ogni mattina si sedeva alla sua postazione e svolgeva i suoi compiti con diligenza e celerità. Ormai stava cominciando a prenderci la mano, e rispondeva alle richieste che giungevano via mail con sempre maggiore efficienza. Ma la sera, non appena si chiudeva la porta di casa alle spalle, ecco che lo riassaliva il solito pensiero, via via più pressante e irreprimibile. La possibilità di conoscere il futuro e il divieto che gravava su di essa.

Era trascorso un mese esatto da quando aveva messo piede lì dentro, ed era il momento per lui di cimentarsi per la prima volta nel secondo dei compiti previsti dal contratto: il periodico trasferimento delle registrazioni dalla sezione “presente”, in cui per questioni pratiche venivano tenute per trenta giorni, a quella “passato”. Ciò lo avrebbe impegnato per almeno due ore, a quanto era scritto nella guida, ed era una mansione da svolgere al termine del normale orario lavorativo, per cui si sarebbe dovuto trattenere lì dentro come minimo fino alle 20. Ma per una volta al mese ci poteva stare.

Il compito si rivelò più gravoso del previsto. Erano le 21 passate da un pezzo quando terminò di trasportare l’ultimo carrello, lasciandolo insieme agli altri in un angolo della sezione “passato”. Ci aveva messo un’eternità a spostare quella mole di hard disk da un archivio all’altro. E meno male che non doveva sistemarli in ordine sugli scaffali, quello spettava a Tappo, o non avrebbe finito più. Adesso però si sentiva permeato da un sottile senso di soddisfazione nel contemplare quella stanza completamente sgombra. E fu allora che nella sua mente balenò una nuova domanda: chi si occupava di spostarle dalla sezione “futuro” a quella “presente”? Qualcuno doveva pur esserci, ma chi? A quanto ne sapeva quelli che lavoravano lì dentro erano solo lui, l’Archivista e Tappo, non aveva visto nessun altro durante quei trenta giorni. E di nuovo quell’idea indecente venne a bussare alla soglia della sua coscienza. Tornò in ufficio, e sedutosi alla scrivania appuntò gli occhi su l’unica porta che ancora non aveva aperto. Oltre quella soglia era racchiuso l’avvenire di ogni essere umano, vivente e futuro. Anche il suo. Si gettò un’occhiata furtiva intorno. Tutto taceva, come al solito. Anche la ventola del pc aveva smesso di ronzare. Ma sì, in fondo che male poteva fare dare una sbirciatina? I suoi ultimi scrupoli furono fagocitati da una curiosità crescente, che avanzava incalzata dal martellare del suo cuore. Si tirò su di scatto, e in poche falcate coprì la distanza tra la scrivania e la porta. Strinse le dita sulla maniglia e si apprestò ad abbassarla, ma si arrestò di colpo. Prima era meglio controllare che non arrivasse nessuno. Durante le tre ore e mezzo in cui aveva fatto avanti e indietro dalla sezione “passato” stranamente Tappo non si era fatto vedere. Forse aveva già staccato ed era uscito da un ingresso secondario. Si affacciò comunque sull’uscio dell’archivio, ma ad accoglierlo trovò unicamente il suono sommesso dei neon sul soffitto. Provò a chiamarlo un paio di volte, solo per ricevere l’eco della propria voce tra gli scaffali. Anche il corridoio era deserto, come sempre del resto, e con il groppo dell’eccitazione in gola tornò di fronte all’archivio proibito.

Pochi minuti, giusto per vedere dove sarebbe stato tra venti o trent’anni, nessuno se ne sarebbe accorto. Prese un ampio respiro, e prima che qualche ripensamento potesse farlo recedere dalla decisione che aveva preso spalancò la porta.

Quello che si era immaginato come uno spazio immenso, più vasto di quello dedicato alla sezione “passato”, era un semplice sgabuzzino di tre metri quadri, completamente vuoto.

Stava ancora fissando la scarna lampadina che pendeva dal soffitto, quando si sentì posare una mano sulla spalla, accompagnata dalla voce dell’Archivista, insolitamente calda e compassionevole rispetto a come l’aveva udita la prima volta:

«Mi dispiace ragazzo, non esiste alcuna registrazione del futuro. Per nostra fortuna il libero arbitrio esiste, nessuno ha il destino segnato. Ma tu, mio caro, hai fallito l’ultima prova.»

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