Pregi e difetti di The Hateful Eight

1Ottavo lavoro di Quentin Tarantino, The Hateful Eight è il secondo western del regista, dopo Django Unchained, e presenta un cast composto da grandi nomi: l’immancabile Samuel L. Jackson, Kurt Russell, la candidata all’Oscar per la parte Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Walton Goggins, Demián Bichir, Michael Madsen e Bruce Dern. L’Academy ha nominato la pellicola anche per la Migliore Fotografia e, ovviamente, per la Migliore colonna sonora, visto che parliamo di Ennio Morricone, che, se la volete sapere tutta, non sbaglia mai un colpo. Prima di andare a vederlo al Cinema, però, una domanda mi tuonava in mente, impossibile da allontanare: come mai, in un film carico di tanti talenti, solo una nomination per gli attori? Come mai nessun encomio al film, al regista, alla sceneggiatura? Diciamo che me ne sono fatta un’idea, dopo averlo visto. Voglio iniziare questa analisi mettendo subito in chiaro di aver apprezzato complessivamente il film: ho passato quei 187 minuti per lo più in tranquillità. Per lo più, però. Ecco, perché voglio dividere i pregi dai difetti di The Hateful Eight, perché trovo che l’equazione potrebbe essere quasi paritaria.

Perché funziona? Se vi è mai capitato di leggere qualche romanzo con più di un protagonista, ma soprattutto dei racconti ambientati in un luogo chiuso, inaccessibile ad altri, e quindi ritrovarvi a conoscere, pian piano, i personaggi collegati tra loro in quel frangente, saprete quanto possa essere interessante apprenderne le dinamiche, scoprirne i problemi, gli altarini, e imparare a sapere qualcosa in più del loro passato. Ebbene, Tarantino porta i suoi odiosi otto in un emporio in mezzo alla neve, bloccandoli dal resto del mondo e forzandoli a rimanere insieme e già da subito il pubblico è consapevole del fatto che ci saranno fuochi d’artificio, che in effetti non tardano ad arrivare. Il film si colora, quindi, di monologhi dei vari individui, che ci chiariscono una volta per tutte quello che il titolo svelava già: non ci sono eroi, non ci sono personaggi positivi per i quali tifare, ci sono solo figli di buona donna, tutti uniti allo stesso tavolo. Il western è solo un contorno e a prendere piede è più la lotta nero contro bianco, sud contro nord, e, come stabilito nella stesso film, zona camino e zona bar. Gli attori disegnano bene ogni ruolo 2– in particolare, un encomio va a Samuel L.Jackson e Kurt Russell – in una tecnica stilistica e recitativa che ricorda più il teatro che il cinema, con parole volutamente affettate, ripetizioni e quasi una luce a faro su ognuno di loro nel momento di gloria. La fotografia e la colonna sonora meritano la loro candidatura, essendo l’una – affidata al direttore della fotografia Robert Richardson – realizzata appositamente con lenti anamorfiche Panavision, con un aspect ratio di 2.75:1, formato che non veniva utilizzato dagli anni cinquanta e sessanta, e l’altro sporco ed epico allo stesso tempo.

Cosa non mi ha convinto, allora? Oh, elementi importanti, a mio avviso. Prima di tutto i personaggi: interessante la loro introduzione, il modo di presentarli, la capacità degli attori di portarli alla vita… ma rimarranno in mente? No. Solo il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) ha una caratterizzazione completa, che lo rende affascinante, sotto qualche aspetto, e sicuramente comprensibile allo spettatore. Ma gli altri? Macchiette, inserite nel contesto, ma non dotate di fascino, di corpo, di sostanza. Spezzo una lancia a favore di John Ruth, detto Il Boia (Kurt Russell), solo perché sembra essere, in mezzo a tante canaglie – delle quali comunque fa parte – un individuo che potrebbe avere quasi una morale: fa il suo lavoro di cacciatore di taglie, consegna il suo “bottino” vivo al boia e poi se ne lava le mani, fine. Ho trovato la sua scelta dotata di un certo codice d’onore, per quanto deviato. Gli altri? No, non potrei dirvi altro, nessuna nota positiva, senza dubbio. Andando avanti, trovo che il film si compiaccia delle proprie scene violente, come se desiderasse alimentare il proprio marchio di fabbrica: “ehi, sono un prodotto di Tarantino, cosa ti aspetti?” Beh, mi aspetto un minimo di coerenza. Ho visto tutti i lavori di questo regista e non mi spavento per un po’ di sangue, ma per lo meno in passato ogni testa spaccata aveva una dignità, che mi è sembrata assente in molte scene di questo film. Comunque lo definirei più uno “scivolone” stilistico, che un vero e proprio difetto.

3Ciò che invece ho trovato insopportabile, così come i personaggi vuoti, è stata l’ambientazione. Oh, Quentin, credi che io non abbia visto La Cosa? Fidati, l’ho vista e rientra tra i miei dieci film preferiti di sempre. Deve piacere anche a te, viste le citazioni che hai voluto regalarci, ma il tentativo è fallito. L’ambiente freddo del film di John Carpenter, l’odio e il sospetto crescenti tra i vari protagonisti, lo stesso Kurt Russell tra i protagonisti, le musiche di Ennio Morricone e la scena dei paletti nella neve creano questo omaggio a quello splendido lavoro, ma non riescono minimamente a raggiungerne le vette. Perché spendere quasi due ore di primo tempo per dipingere la neve, per far vedere una porta rotta, da chiudere con tavolette di legno e chiodi, per farci capire che effettivamente nessuno potrà andarsene da quel luogo, se non quando la tormenta sarà finita, se poi l’idea di claustrofobia, di impossibilità a scappare, di freddo insopportabile non sono importanti? Solo per rendere il film più lungo? Diciamo pure che la prima parte sembra inutile, quando poi guardi la seconda. Mi dispiace, Quentin, ma ne La Cosa si hanno momenti di sconforto e di terrore che il contesto di The Hateful Eight non poteva creare, neanche volendolo. Perché 184 minuti, allora? Perché non usare quei momenti per approfondire i personaggi? Perché, soprattutto, proprio a te dovrei scrivere questi appunti? Non è mai stato un tuo problema quello di rendere anche gli antagonisti interessanti, ma in questo caso non ti è riuscito.

La somma? Personalmente, vi consiglierei di andarlo a vedere, se amate comunque le storie attorno al camino, quelle un po’ ignobili, quelle che ti inorridiscono, ma ti fanno anche scappare una risata. Se vi piacciono i monologhi teatrali, se le scene crude vi intrigano. Per il resto, manca di mordente, ma già vi ho spiegato perché.

– Lidia Marino – 

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