Macbeth – Recensione del film di Kurzel

1La storia del Macbeth di William Shakespeare è una storia semplice: c’era una volta un nobile guerriero che, preso da smisurata ambizione, uccise il suo re per prenderne il posto; divenuto tiranno e rimasto solo, ricevette infine la giusta punizione per i suoi orrendi crimini. La stessa trama lineare è riproposta con scrupolo quasi filologico nell’omonimo film di Justin Kurzel, regista australiano già premiato per i meno noti Snowtown (2011) e The Turning (2013), che ritorna al cuore del dramma shakespeariano saltando la mediazione del più famoso adattamento di Polański del 1971: se quest’ultimo sceglie di mostrare l’orrore del sangue e del tradimento, in un sabba isterico di violenza che trascina vorticosamente il protagonista verso l’abisso della sua sete di potere, Kurzel rallenta decisamente il passo, ambientando la vicenda in un mondo gelido e austero in cui uomini e donne si lasciano guidare dalla fatalità di una scelta che sentono come profondamente estranea alla propria natura, eppure al tempo stesso terribilmente necessaria.

Per accrescere l’impressione di opprimente solitudine che circonda questi personaggi – Macbeth e Lady Macbeth in primis, interpretati da un Michael Fassbender e da una Marion Cotillard splendidi e ipnotici come effigi – il regista li colloca con grande efficacia al di fuori del mondo chiuso e urbano dei castelli e delle torri, abbandonandoli nell’enormità della natura spietata del Medioevo profondo. Dimenticate la Scozia madre selvaggia delle scene di Braveheart: lo spazio in cui Kurzel ambienta la maggior parte delle sue scene è una landa desolata che giace sotto un cielo crudo e soffocante, un globo freddo in cui anche il più spietato degli assassini non è nient’altro che un uomo piccolo e solo.

3L’uso di una policromia disossata, l’immersione dei personaggi ora nella tenebra, ora in una luce così abbagliante da inghiottirne le sagome, più spesso in una fitta nebbia popolata di ombre – tutto questo rende figure e vicende più evanescenti, sfumandone i contorni fisici, cosicché lo spettatore abbia la sensazione che la vicenda sia ambientata in un limbo irreale, un cupo purgatorio privato di qualsiasi speranza di redenzione: Macbeth è nient’altro che un’ombra che si materializza, trionfa e infine soccombe, accosciato nella nebbia, svanendo nell’aria (‘[…] and what seem’d corporal melted / As breath into the wind’, I, iii).

L’altra metà tragica della vicenda, impersonata dalla parabola di Lady Macbeth, ‘dolce suggeritrice’, un angelo caduto nel momento stesso della sua ascesa, viene disarmata e allucinata da ‘ciò che è fatto e non può essere disfatto’: sarà inghiottita viva dalla nebbia della stessa natura permeabile che accoglie Ofelia, sottraendola pietosamente dalla scena prima della punizione finale riservata alla controparte maschile, da cui solo il delirio può separarla. L’intimità dei due protagonisti arricchisce la dinamica delle loro interazioni di una carica sessuale morbosa e sofferente, rendendo più plastiche e autentiche due figure che già Shakespeare voleva unite imprescindibilmente in un nodo oscuro di amore e morte, vincolo tragico per eccellenza. Il lessico del delitto e del castigo, richiamato insistentemente dal testo poetico, trova la sua traduzione visiva più efficace nella potente scena dell’ultimo scontro finale, immerso in una nebbia rovente infestata dagli spiriti degli uccisi, una sorta di duello infernale nell’anticamera della dannazione eterna.

2La lentezza di alcune scene è giustificata sia dal rispetto mostrato dal regista verso la natura originaria del teatro di parola shakespeariano, che affidava gran parte del senso e della trama alle parole più che all’azione scenica, sia alla scelta meditata di adottare per la narrazione un tono dolente ed incredulo, che avanza col passo lento e greve di una marcia funebre fino al finale di morte che solo può interrompere la follia di Macbeth.

L’intero film è un progetto di estrazione a freddo di quella domanda che scorre come una vena sottocutanea lungo tutto il dramma shakespeariano: perché? Come è possibile che un uomo onesto e valoroso si trasformi nell’arco di poche ore in un assassino a sangue freddo, prima ancora che in mandante di stragi e tiranno senza scrupoli? La risposta di Kurzel, come quella di Shakespeare, non arriva. Ciò che emerge dal suo lavoro, invece, è una nota di profonda pietà per l’uomo che è vittima di se stesso e dell’ossessione di un mondo in cui prestigio e grandezza sono le uniche garanzie di vita e di immortalità.

– Francesca –

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