Le assaggiatrici, di Rosella Postorino

Libri sulla Seconda Guerra Mondiale ne sono stati scritti a bizzeffe; ce n’è per ogni gusto e attitudine: è uno di quei periodi storici che è stato analizzato, giustamente, nei minimi dettagli perché a certe atrocità non ci si dovrebbe mai lasciare andare, essere informati potrebbe aiutare a non ripetere gli stessi errori o più banalmente perché la curiosità ci spinge a chiederci come sia possibile che tutto ciò sia accaduto a qualche decennio di distanza da noi, senza che nessuno lo fermasse sebbene probabilmente si ponessero le stesse domande a cui noi contemporanei non troviamo risposta.

Quello di cui vi parlo oggi è uno scritto ambientato proprio in quegli anni, ma Rosella Postorino, autrice de’ Le assaggiatrici, ha sfruttato una storia vera e un’ambientazione storica ben delineata per parlare in realtà di tutt’altro. Questo è si un libro inserito nella Seconda Guerra Mondiale, ma in realtà non fa del suo centro focale la guerra o forse lo fa ma non come ce lo aspetteremo.

Protagonista del nostro romanzo è Rosa Sauer, berlinese, con marito disperso in battaglia e che si è rifugiata a casa dei suoceri a Gross-Partsch, nella Prussia Orientale; viene scelta per essere una delle dieci assaggiatrici di Hitler: donne pagate per mangiare il cibo destinato al Fürer, diventando così complici dirette del nazismo ma al contempo vittime della politica del partito, cavie umane sacrificabili per un bene superiore.

Come è facile intuire già da queste poche righe introduttive, la fame è uno dei temi centrali del libro: intesa come bisogno naturale, legato al cibo e nutrimento, ma anche come fame di sentimenti, di reazioni, quella necessità di tutti noi di sentirci vivi anche in occasioni così terribili, alimentando le nostre debolezze; la fame di vita avrà sempre il sopravvento. E Rosa Sauer ce lo spiega bene nelle pagine della sua storia: si innamora di un tenente, uno dei peggiori tra le SS di sorveglianza alla cucina, che solo attraverso di lei riesce a riscoprirsi umano; mentre lei solo attraverso di lui scopre di non essere ancora morta, di riuscire a sopportare tutto purché questa fame si sazi. Ci sono pagine pregne di tensione erotica che sembrano quasi stonare con il contesto, portandoci dove non avremmo mai pensato che questo libro conducesse.

Le donne sono le vere protagoniste: assaggiatrici, quindi soldati sacrificabili ma necessari proprio come gli uomini impegnati al fronte; un intreccio di segreti e complicità forzate, diventeranno amiche per necessità, condividendo la posizione di vittime e privilegiate; loro sono corpi che racchiudono al loro interno fragilità e passione, involucri da possedere e su cui indugiare con lo sguardo. È particolare la riflessione che emerge dalle pagine di questo romanzo: le donne che hanno piena consapevolezza di loro stesse, fin da bambine sanno cosa suscitano in chi le guarda e cercano di convivere con le loro fattezze lasciandosi dominare da chi hanno di fronte quando in realtà sono loro ad avere la possibilità di gestire i giochi; ma forse sottomettersi è più facile che dominare, implica un lasciarsi travolgere dagli eventi senza fronteggiarsi con la paura che incute la libertà. In parallelo potremmo dire che è ciò che succede ai popoli con i loro dittatori, un rapporto equivalente.

Sembra che in tutta l’esposizione non contino effettivamente gli avvenimenti, lo scorrere del tempo e le varie vicissitudini quanto piuttosto questo fluire della vita, i pensieri e il modo contorto di affrontare certe realtà. I controsensi dell’esistenza che ci portano a sopravvivere, a metà strada tra l’essere vittime e carnefici: questo è il vero fulcro della questione. Plasmiamo il nostro destino a prescindere da ciò che sentiamo dentro, combattiamo con noi stessi ma alla fine la fame ha la meglio: è un brontolio che innesca il meccanismo, che ci guida sovrapponendosi al resto.

La guerra in un certo senso è la grande assente: la osserviamo distrattamente attraverso gli occhi di persone che la vivono da comparse, quasi come se non appartenesse alla loro epoca ma allo stesso tempo ne sono invischiati e ne subiscono le conseguenze, dolorose e incomprensibili.

Non ho trovato Le assaggiatrici  impeccabile, non mi ha coinvolto emotivamente: ero prevalsa da una sorta di apatia, proseguivo spedita nella lettura ma senza esserne pienamente immersa, senza capirla a fondo.

Forse è così che ci si sente a dover vivere una guerra lontano dalla trincea: presenti nel corpo, ma non pienamente coscienti di ciò che accade. Non so quale fosse l’intento narrativo dell’autrice, personalmente posso dire che mi ha trasmesso a pieno questa sensazione si spossatezza e inadeguatezza.

– Jessica Bua – 

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