L’Arte della Fotografia

Negli ultimi anni, grazie agli smartphone e ai social network, siam diventati tutti fotografi. Non dim1entichiamoci però che la Fotografia è un’Arte e come tale va rispettata. E per rispettare veramente qualcosa e qualcuno, quel qualcosa e quel qualcuno va capito. La fotografia esiste solo da 150 anni, ma può contare già un gran numero di tendenze, protagonisti, avventure formali, narrative, tecniche e culturali.

Alcune opere (fotografie, quadri, canzoni ecc.) possono diventare talmente famose da creare uno stile, e addirittura da oscurare il nome dell’artista, tipo. “Stupenda questa canzone, la canto sento sempre. Di chi era poi?”. Penso sia il caso di questo celeberrimo scatto in bianco e nero che ci mostra un marinaio ed un’infermiera che si baciano. Ebbene, è opera di Alfred Eisenstaedt. Il fotografo tedesco naturalizzato statunitense stava realizzando delle foto durante i festeggiamenti per la vittoria contro il Giappone, il 15 agosto 1945, a Times Square. La coppia è rimasta anonima fino al 2007, quando una fotografa forense ha individuato e rintracciato il marinaio e l’infermiera. Nel 1999 è stato istituito un premio fotografico che porta il nome del fotografo.

I fotografi reportagisti sono in prima linea durante i momenti più drammatici della storia. È il caso di Robert Capa, che ha pure rovinato il rul2lino con le foto dello sbarco degli Alleati in Normandia. Il suo editor per Time/Life, John Morris, racconta, ricordando un errore in camera oscura che, di 4 rulli da 35 mm, tutti “fantastici”, ci lascia i soli 11 fotogrammi che ancora oggi narrano il D-day meglio di qualunque altra bella immagine fotografica o filmica. La fotografia coglie anche l’attimo fuggente. Ciò è tragicamente chiaro nell’immagine di Eddie Adams, premio Pulitzer per il fotogiornalismo; il celebre scatto mostra l’esecuzione sommaria di un Vietcong ferma le fisionomie, i gesti, l’atrocità nell’istante dell’esplosione del colpo.

3El Lissitskij è stato uno degli iniziatori della grafica e della comunicazione visiva del Novecento. È famoso il suo ritratto fotografico del 1942 dell’artista Hans Arp, eseguito secondo l’uso sperimentale tipico del Cubismo: una fotografia a doppia esposizione. L’autore così non definisce l’immagine del personaggio ma le idee ad esso associate. Sullo sfondo si nota la scritta 391, titolo d4i una rivista Dadaista dell’epoca, e ammiccamento alla militanza artistica di Arp. Possiamo parlare di una composizione multilivello. E poi c’è chi prende la Leika e se ne va a scattare in giro per il mondo, come Henri Cartier-Bresson, uomo, fotografo, cineasta, pittore e disegnatore impegnato politicamente e spiritualmente. Pur con tutta la geometria visibile nelle sue composizioni, nasce come un artista surrealista. Fonda, insieme a Robert Capa, David Seymour e George Rodger, nel 1947 la Magnum, una delle agenzie indipendenti di fotogiornalismo più influenti del XX secolo. Lo spirito Magnum si fondava su una autogestione creativa e comunicativa. Questo è un concetto espresso nel suo primo libro del 1952 Images à la sauvette (Immagini furtive) . “Il fotografo deve scattare solo nel momento decisivo, quando occhio, cervello e cuore sono allineati. In questo sta la differenza fra le foto di ogni giorno e quelle rare che racchiudono l’essenza di un evento.”  È stato prigioniero dei nazisti e ha realizzato reportage in Cina, India, Cuba e Russia, nei sobborghi o negli atelier d’artista, fra la gente e fra i potenti.

5Man Ray, nome de plume di Emmanuel Rudnitzky: pittore, fotografo, scultore, regista, disegnatore, fondatore nel 1917 del Dadaismo statunitense, dal 1921 fa la spola con Parigi. Figura fondamentale del Surrealismo internazionale è uno dei più straordinari inventori di nuovi territori visivi. Il Surrealismo, nato a Parigi nel 1924 grazie al letterato Andrè Breton, mira a rivoluzionare i meccanismi mentali del pubblico proponendo l’uso sapiente del caso e delle associazioni mentali automatiche tipiche del sogno, unendo in incastri incongrui immagini totalmente estranee. Amico e complice di Marcel Duchamp con cui condivide l’amore per i sottintesi mentali e ironici dell’operazione artistica, realizza opere che fanno scalpore, inquietanti e arcane, ma anche divertenti. Per ottenerle ricorre ad un’infinità di mezzi diversi e non convenzionali: semplici come il montaggio o la composizione, o più complessi come la tecnica della solarizzazione che conferisce un alone misteriosamente tridimensionale alle immagini e i rayogrammi, tipici procedimenti sperimentali off-camera (senza macchina fotografica) degli anni Venti. In questi lavori la luce disegna sulla carta fotografica delle sagome corrispondenti all’ombra portata di alcuni oggetti poggiati o mossi sul foglio dall’autore mentre la luce viene accesa in camera oscura. In Le violon d’Ingresun’opera spiccatamente Dada, l’artista vuole sottolineare che tutto è arte, o può diventarlo; in questo caso ha aggiunto due semplici segni, trasformando il corpo della moda in poso in un violoncello, richiamando allo stesso tempo un celebre quadro di Ingres. Comunicazione multilivello. Come quando in un film citano altri film, voi capite la citazione e vi sentite come se il regista vi avesse strizzato l’occhio con complicità.

6Eugene Smith, fotoreporter statunitense per Newsweek e Life sosteneva: “La fotografia è la più grande bugiarda che ci sia, complice la convinzione che essa mostri la realtà così com’è.” “Onesto: sia pure! Obiettivo? No!” Testimonia l’intensità umana degli eventi sociali e civili più diversi, preferendo però diffondere il proprio lavoro attraverso la forma, più libera e aperta, del libro fotografico. La sua serie della metà degli anni 70 sull’inquinamento in7dustriale in Giappone e sulle conseguenti nascite deformi gli procurerà dei maltrattamenti gravissimi, come forma di ritorsione da parte delle industrie coinvolte, ma dai quali non si riprenderà più. La sua esistenza sbandata (si definì un cinico compassionevole) terminerà senza celebrazioni, ma il suo nome rimane saldamente fra quelli che hanno dato la più forte impronta personale alla fotografia documentaria del Novecento e come tale è oggi considerato dai musei di tutto il mondo.

Chiudiamo la nostra carrellata di foto famose con la più nota in assoluto: nel 1984, Steve McCurry stava realizzando un servizio fotografico per il National Geographic in un campo profughi in Pakistan, dove si erano rifugiati molti esuli afghani. McCurry notò, in una scuola improvvisata nel campo, questa ragazzina di 12 anni, con gli occhi chiari e profondi, e realizzò quella che è “la foto più riconosciuta nella storia della rivista”. Vi basti pensare che nella città di Guernica (quella del quadro di Picasso) esiste uno splendido murales che ritrae la bellissima e coraggiosa bambina afghana.

– Monia Guredda –

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