La vita di Camille Claudel – Dalla scultura alla follia

La mente, il lento e incessante ticchettio dell’orologio, richiama nella memoria quelle parole che sanno di abbandono, che sanno di solitudine: “tenetevela, ve ne supplico, ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci ha fatto troppo male“. Parole di una madre troppo presa dall’etichetta, troppo presa dalla rigidità di una società che non accetta una piccola donna che desidera solo “lavorare come un uomo“. Stiamo parlando della vita di Camille Claudel, ma andiamo con ordine e tentiamo di dare un senso a questo “mucchio” di parole confuse.

GENESI DELL’ARTISTA

1Camille Claudel nasce, in una famiglia borghese e benestante, a Villeneuve-sur-Fère l’8 dicembre del 1864. I rapporti con sua madre, sin dalla più tenera età sono difficili, distanti. Questa bambina così ribelle, così assurdamente sognatrice diventa un enigma incomprensibile per una donna con la sua educazione. Camille fin dall’infanzia manifesta la voglia di giocare con la cultura, di giocare con l’arte, un’anomalia rispetto al destino di moglie e madre che spettava alle giovani di buona famiglia dell’epoca. Ama trascorrere ore e ore nella biblioteca di suo padre, con il qualche riesce ad instaurare quel rapporto speciale negatole dalla madre. Inizia a modellare la terracotta, non seguendo un percorso di formazione artistica regolare, e si dedica fin da subito a soggetti viventi chiedendo ai suoi famigliari, in particolare a suo fratello il poeta Paul Claudel, di posare per lei.

Nel 1881 la famiglia si trasferisce a Parigi regalandole, inconsapevolmente, la prima vera opportunità di seguire la sua indole. Comincia a frequentare il Louvre, affitta uno studio con altre tre artiste e segue, all’Academié Colarossi, le lezioni di Alfred Boucher che, talmente affascinato dal suo talento, si propone come suo insegnante. Quando, nel 1883, Boucher decide di partire per l’Italia nomina come suo sostituto, il poco conosciuto, Auguste Rodin raccomandandogli in modo particolare proprio la piccola Camille. Ed è a questo punto che la vita della piccola artista comincia a mutare, comincia a mutarsi in una “scultura” diversa da quella che il suo cuore si aspettava di poter creare. Camille ha diciannove anni, Rodin quarantuno e nonostante la distanza anagrafica tra i due sboccia un sodalizio, non solo artistico, ma anche e soprattutto amoroso.

CAMILLE E RODIN

2Nel 1884 Camille Claudel si trasferisce nell’atelier di Rodin, comincia a posare per lui, diventa sua musa e allieva, lo aiuta a modellare mani e piedi nelle sue grandi opere. Lavora l’argilla, il gesso, scolpisce il marmo, comincia ad esporre e, soprattutto grazie all’amante, frequenta i più grandi artisti di Parigi. Rodin e Camille viaggiano molto tra il 1887 e il 1894, ma il loro idillio comincia a sgretolarsi nel 1892: Camille comincia a capire che per Rodin il ruolo dell’amante è più che perfetto. Non vuole lasciare sua moglie Rose Beuret, donna avvezza alle scappatelle del marito, e suo figlio di appena un paio d’anni più giovane della Claudel. Ma la passione tra i due è forte, questa donna sente nei riguardi dell’uomo un impudica attrazione che cerca di palesargli in ogni forma, per convincerlo a sceglierla, per soggiogarlo completamente nel corpo e nello spirito: “Dormo completamente nuda per illudermi che lui è con me ma quando mi sveglio non è più la stessa cosa“, parole regalate all’uomo in un infuocato giorno di Luglio del 1891. Questa passione dura svariati anni. Anni in cui la donna realizza alcune delle sue opere più importanti: La Valse, La Petite Châtelaine, Les Causeses, La Vague e L’Âge mûr dove compare lei stessa nelle vesti di una delle figure della composizione: un’implorante e giovane donna in ginocchio che protende le braccia verso un uomo più anziano che, dandole le spalle, si lascia portare via da un’altra donna.

L’ARRIVO DELLA FOLLIA

3Ma è nel 1893 che Camille sceglie finalmente sé stessa e la sua indipendenza. A ventinove anni, la donna, abbandona l’atelier di Rodin e intraprende la sua ricerca, incurante dei successi mondani e trascinandosi in un baratro di oscurità e miseria. In questa solitudine, sempre più ostinatamente cercata, Camille inizia a manifestare i primi segni di squilibrio. Il veder crescere a dismisura la fama di Rodin la fa sentire distrutta, una povera donnetta derubata delle sue idee. A partire dal 1905, all’età di quaranta anni, queste ossessioni, queste angosce si trasformano in idee fisse, mutando in psicosi. Rodin diventa, nella fantasia di Camille, la mente di un complotto che vuole annientarla, distruggerla: “Queste mani, questi piedi, questi fianchi, questa sensualità straziante, è tutta opera mia“.

E’ il 1905 quando distrugge proprio con le sue mani le sue opere ed è nel 1906 che cessa ogni attività artistica. Camille Claudel viene, il 10 marzo del 1913, dopo appena una settimana dalla morte del padre, internata in un ospedale per malati di mente all’età di quarantotto anni su richiesta di Paul, il più caro tra i suoi fratelli. La donna nella sua prigione, nel suo manicomio, non era né violenta né aggressiva; chiedeva solo incessantemente di poter ritornare a casa, epilogo impossibile, non per volontà dei suoi medici, ma per quella di sua madre: macchiarsi della vergogna di riprendere quella figlia così “atipica” in casa era impossibile per lei, così impossibile da non farle mai visita nei lunghi anni della sua degenza. La Claudel muore il 19 Ottobre del 1943, dopo trent’anni dal suo ricovero.

Molte delle sue opere sono tutt’oggi esposte al Museo Rodin di Parigi, in una sala dedicata a lei accanto alle sculture tanto amate e odiate di Rodin, che lei stessa ispirò. Di questa esperienza, scrive in una lettera, otto anni prima di morire, poche e semplici parole che sono una palese richiesta d’aiuto a quei cari che avrebbero dovuto amarla al di là delle convenzioni: “Sono precipitata in un baratro. Del sogno che fu la mia vita, questo è l’incubo”.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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