La storia della ragazza con l’orecchino di perla

1La fanciulla è rappresentata a mezzo busto di profilo mentre ruota la testa verso il suo sconosciuto spettatore. Indossa un mantello color rame, una camicia bianca e un inusuale turbante azzurro che avvolge la sua delicata chioma, un drappo giallo pende dalla nuca fino alle spalle terminando con delle frange azzurrine. Grazie allo sfondo scuro, la ragazza sembra materializzarsi davvero dinanzi a noi ed è con un semplice orecchino di perla, grande, che brilla sulla penombra del collo che la “magia” si compie. “La ragazza con l’orecchino di perla”, o “La ragazza col turbante” come dir si voglia, è un piccolo dipinto di Jan Vermeer che conosce, finalmente, la notorietà tra il 1995 e il 1996, ma andiamo a ritroso e cerchiamo di scoprire la storia che si cela dietro questo sguardo innocente.

Il dipinto è databile tra il 1665 e il 1666 circa, ed è conservato nella Mauritshuis dell’Aia. Con l’appellativo “la Monna Lisa olandese” è uno dei dipinti più noti dell’artista. Dopo la morte del pittore, avvenuta nel 1675, le tracce di questa piccola tela scompaiono fino al 1881 ricomparendo in un’asta a L’Aia dove fu acquistato per soli 2 fiorini e 30 centesimi. L’acquirente, Arnoldus des Tombe, prima del sopraggiungere della morte decide di donare il dipinto al Museo dove tutt’oggi risiede. Ma solo, come ho già anticipato, tra il 1995 e il 1996 il quadro viene clamorosamente riscoperto. La notorietà arriva grazie al romanzo di Tracy Chevalier “La ragazza con l’orecchino di perla” che diventando un best seller prima e una pellicola cinematografica dopo, con gli attori Colin Firth e Scarlett Johansson nel 2003, raggiunge il meritato successo. Ma chi era nella realtà la famosa ragazza rappresentata dalle pennellate dell’autore? È una domanda a cui molti storici dell’arte hanno tentato di dare una risposta. Il problema principale consiste nella documentazione sul dipinto.

2Le notizie sul quadro e su Vermeer sono povere, scarse, e nessuna fonte contemporanea è in grado di dirci chi sia la modella e se sia mai realmente esistita. Uno dei primi studiosi a porsi il problema è stato Pieter Swillens, storico dell’arte olandese che, nel 1950, pubblicò la prima monografia completa su Johannes Vermeer. Lo storico smentisce fortemente alcune ipotesi che fanno della fanciulla, raffigurata nella tela, una delle figlie di Vermeer. Fatta questa premessa, Swillens asserisce che la principale caratteristica di un ritratto è la fedele somiglianza al soggetto da raffigurare e che l’artista non avrebbe avuto alcun motivo per realizzare un’opera puramente estetica e sopratutto, secondo il suo punto di vista, la fanciulla del dipinto non presenterebbe tratti tali da richiamare un’idealizzata bellezza. Le teorie di Swillens vengono però completamente confutate alcuni anni dopo. Lo statunitense Arthur Wheelock, specialista di pittura olandese del Seicento, nella sua monografia Jan Vermeer del 1981, sostiene che sarebbe, invece, uno studio idealizzato. Questa teoria è stata seguita anche da altri diversi studiosi. Come Walter Liedtke che abbraccia questa tesi ma che non ritiene, al contrario di Wheelock, che possa ispirarsi a correnti classiciste. O ad esempio John Montias che crede sia impossibile che il quadro sia il ritratto di una delle figlie dell’autore visto che la più grande, all’epoca, aveva appena dodici anni.

Ma quali sono le ragioni che portano all’ipotesi del ritratto idealizzato? Ad esempio il turbante raffigurato nel dipinto, all’epoca, era un copricapo molto costoso che veniva importato dalla Turchia e che non faceva parte del vestiario 3abituale di una ragazza olandese del Seicento. Un altro accessorio troppo lussuoso è la perla raffigurata nel dipinto e il blu oltremare, colore del turbante, si ricavava dai lapislazzuli con dei costi decisamente elevati. Ma altre ragioni avvalorano questa ipotesi: in un inventario, risalente al 1664, dei beni posseduti da un certo Johan Larson, scultore attivo all’Aia, venne menzionato “een tronie van Vermeer” ovvero “un tronie di Vermeer”. La parola “tronie” significa letteralmente “faccia” o “volto” nell’olandese del XVII secolo ed indica un particolare genere pittorico che non trova alcun equivalente nei nostri vocaboli. Un “tronie” è quindi un dipinto che raffigura il volto umano con lo scopo di studiarne le pose, le espressioni, i movimenti, gli sguardi. La tecnica veniva utilizzata anche per raffigurare soggetti comuni: soldati, giovani popolane, zingari. Alle volte i “tronie” raffiguravano la posizione sociale del committente grazie ad esempio ad uno specifico capo di abbigliamento o con l’aiuto di un particolare gioiello. Nell’Olanda del Seicento, il genere del “tronie” ebbe una grande diffusione e un mercato molto fiorente: questi quadri, molto spesso, non venivano neppure realizzati su commissione ma venivano più semplicemente dipinti e venduti sul mercato. Non sappiamo se il dipinto citato nell’inventario del 1664 sia effettivamente la nostra bella “Ragazza col turbante” ma possiamo dire che oggi molti sono concordi nel ritenere che, il più celebre dipinto realizzato da Johannes Vermeer, sia un “tronie”, allo stesso tempo è anche vero che alcuni artisti per completare le loro “tronie” si avvalevano dell’aiuto di veri e propri modelli.

Nessuno può sapere se la “Ragazza con l’orecchino di perla” sia frutto dell’immaginazione di Vermeer, o se davvero una ragazza ha posato per ore dietro la sua tela ed è forse proprio questa impossibilità nel capire chi davvero sia quella fanciulla che fa dell’opera, insieme alla “Gioconda” di Leonardo ed all’”Urlo” di Munch, uno dei tre capolavori più misteriosi ed ammirati di tutto il mondo.

– Giuseppina Serafina Marzocca –

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