La narrativa all’interno di una foto

1Aprite Facebook, ragazzi. Apritelo, e scorrete la vostra home page. Andate oltre le parole, che sono “dettagli” che vanno scrutati con attenzione, più che l’anima della festa. Andate alle immagini, che sono l’elemento che salta più all’occhio. Andate alle foto, ragazzi. Scatti di vita quotidiana, panorami, screenshots di film, che accompagnano il vostro giretto sul social network per eccellenza: è l’impero delle fotografie e delle immagini in generale, che può insegnare molto della narrativa all’interno di una foto e del suo potenziale. Una riflessione, questa, che potrebbe aprire lunghi giorni di complessa riflessione su ciò che questo modo di conservare i ricordi ha consegnato a tutti noi, e a come ci ha cambiato.

Una storia lunga, una nuova era

Siamo partiti da Facebook in modo molto provocatorio, andando a pescare materiali da uno dei campi di applicazione delle fotografie più recenti e, spesso, più poveri; in realtà per parlare di come una fotografia possa “narrare” una storia, si dovrebbe tornare agli arbori di quella tecnologia, all’Ottocento. Robert Capa riuscì ad immortalare tutto l’orrore della guerra nello scatto dell’uccisione di un combattente durante la Guerra Civile Spagnola, realizzando “il” racconto fotografico per eccellenza. Però Facebook è un laboratorio già abbastanza interessante e allo stesso tempo vicino per riflettere su questo argomento. In Facebook le foto parlano quanto le parole; 2sono al parco, vedo due che si baciano, mi intenerisco, prendo il cellulare, faccio una foto, la sistemo un po’, la piazzo sui social e commento con una frase poetica. Siamo in un mondo dominato da immagini, nel bene e nel male, e questo ci porta a dover comunicare attraverso quello scatto. Ci porta a voler studiare la realtà attorno a noi, ad osservare bene il colore del cielo e degli alberi, quello dei vestiti dei due innamorati, per capire bene quanto quell’immagine mi potrebbe rappresentare. È il trionfo del “poco”, anche a volte del “kitsch” e dell’ingenuo. Ma è anche una cosa ormai entrata nel nostro quotidiano.

La foto è comunicazione

La foto può essere molte cose: un ricordo, un’espressione artistica, il documento un fatto importante. È sempre comunicazione, e delle più immediate: riporto la realtà quasi sempre così com’è su un altro supporto, digitale o analogico che sia. Quasi sempre, certo; con il digitale posso alterare i colori, posso inserire elementi, posso cancellarne altre, scurire, schiarire. Modifica o no, però, sempre lo stesso atto è: un atto di comunicazione ed espressione, tanto quanto una conversazione con qualcuno o una lettera. Dopo la pubblicità visiva è stato il secondo pilastro della “società dell’immagine”: perché scrivere un articolo su una rivolta quando la fotografia di quella rivolta arriva molto di più ai consumatori di informazione? La foto è comunicazione d’impatto (ricordate quelle dei bambini colpiti dal Napalm in Vietnam?), che scuote e fa della “contemplazione” un veicolo vincente.

Raccontare una storia3

Okay, informazione. Ma racconto? Forse il racconto di una fotografia nasce solo dopo che questa foto viene fatta e vista da qualcuno. La foto dà un quadro generale, fatto sia di un soggetto e di una composizione particolari, sia di una serie di dettagli che aiutano a delinearli meglio. Più questi dettagli sono osservati, più la storia viene raccontata meglio. Quasi tutte le grandi foto della Storia sono scatti decontestualizzati, che possiamo comprendere solo a posteriori, leggendo “meta informazioni” come le didascalie, che ci raccontano chi o cosa sono le persone sono gli oggetti/luoghi immortalati (ma possono essere anche i commenti di Facebook/Instagram!) e ci aiutano a decifrare quelle immagini. Quando però queste informazioni non ci sono abbiamo davanti dei veri e propri banchetti per l’immaginazione. Avete mai provato a guardare una foto senza commenti su Facebook, o una vecchia foto d’epoca, e ad inventare una storia per tentare di capirla? Ecco, chiudo la riflessione con un esempio: c’è una foto tristissima, in vari libri di Storia sulla Seconda Guerra Mondiale, che viene dal fronte del Sud Italia. Ci sono un soldato americano ferito, due medici e, in un angolo, una donna sui venticinque anni, un’anziana ed una bambina. Le adulte guardano la scena del morente con pietà, la bimba con spavento e disgusto, stringendosi alla donna giovane. Tutte e tre sono con abiti da casa e a piedi nudi pur essendo per strada. Ecco, qui parte la magia della narrazione. La bimba è figlia della donna giovane? L’anziana è sua nonna? E, soprattutto, se la donna giovane è la mamma della bambina, dov’è il papà? È in un campo di prigionia tedesco o americano? È morto al fronte? C’è mai stato un papà, o le ha abbandonate anni prima? Ed il soldato americano è morto o si è salvato? Tutte domande che non possono avere risposta senza documentazione. Ma, più guardiamo quella foto, notiamo i dettagli delle mani delle donne, lo sguardo spaventato della piccola, più immaginiamo ciò che c’è dietro.

E, anche se la scena è dolorosa, non possiamo non sognare. Pura magia.

– Fabio Antinucci – 

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