La cucina italiana è sbarcata in Giappone

1Che siate degli yamatofili incalliti, degli internauti aggiornatissimi su tutto ciò che va forte in Giappone o degli appassionati di anime e manga, saprete certamente che il paese del Sol Levante è da tempo stregato dalla nostra lingua e cultura. Pensate ad esempio a Gunslinger Girl e Porco Rosso, ambientati in Italia, a Francesca Lucchini, personaggio italiano di Strike Witches, o agli stereotipati fratelli Vargas di Hetalia Axis Powers. E ancora, pensate a quante donne giapponesi (e non) farebbero follie per un singolo pezzo di uno qualsiasi tra i nostri marchi di haute couture. Ma soprattutto, pensate a quanti buongustai – come vi ho già raccontato nell’articolo sulla cucina italoamericana – impazziscono per la nostra cucina! Pizza, pasta alla carbonara, caponata… i soli nomi dei nostri piatti fanno già venire l’acquolina in bocca, a noi come al popolo nipponico. E pur di non rinunciare ai colori e ai sapori tipici delle nostre portate più apprezzate, i giapponesi hanno deciso di portare in patria almeno un assaggio dell’arte culinaria italiana, anticipati solo da alcuni cuochi-pionieri nostrani che hanno coraggiosamente aperto i primi ristoranti tipici, conquistando il cuore (e soprattutto, il palato!) dei gourmet dagli occhi a mandorla. La cucina italiana è sbarcata in Giappone, dunque, ma con quali risultati? Scopriamolo insieme con un interessante viaggio gastronomico, fatto di eccellenze come di errori… anche ortografici!

Italiche esportazioni e gemellaggi gastronomici

2Cominciamo con Panino Giusto: la famosa catena italiana, presente anche in Inghilterra, ha aperto un suo punto vendita a Tokyo, in zona Roppongi, accolto calorosamente dagli avventori asiatici. Ma passiamo ad un’altra famosa mini-catena di ristorazione: Trapizzino di Stefano Callegari sarebbe pronto ad aprire a Kanazawa e Tokyo! Insomma, pare che a breve non sarà poi così insolito vedere un giapponese mangiare della pizza ripiena di coda alla vaccinara! Chissà che queste aperture all’estero non diano anche vita a qualche fantasiosa contaminazione… vi terremo informati! E a proposito di contaminazione, come non parlare di Luca Fantin? Unico cuoco italiano in Giappone premiato con una stella Michelin, Fantin ha collezionato esperienze e collaborazioni decisamente prestigiose, per poi tentare un’ulteriore impresa: quella di cucinare italiano con ingredienti giapponesi, sfidando apertamente la tradizione tra le mura dei suoi ristoranti di Tokyo e Osaka. Sembra tutto molto bello e facile: uno prende due funghi shiitake al posto dei porcini, un paio di edamame al posto dei piselli, qualche striscia di carne di kobe (se ce la si può permettere), ed ecco il perfetto condimento per una pasta della domenica! In realtà, un simile azzardo culinario richiede una grande conoscenza delle proprietà e delle modalità di cottura degli ingredienti che il Giappone offre. E di conoscenza pare che Fantin ne abbia da vendere: il suo ristorante, all’interno del Bulgari Hotel di Tokyo, nella torre di Ginza, è uno dei più lussuosi e quotati del Giappone! Per rimanere in tema di chef che cucinano italiano con ingredienti giapponesi, il siciliano Andrea Matranga, dopo un passato da consulente del famoso Cascina a Fukui, è rientrato in patria, pubblicando un libro (con lo stesso titolo del suo blog) e diventando ospite fisso de “La prova del cuoco”. Dopo qualche anno è tornato in quello stesso ristorante per portare un po’ di alta cucina con ingredienti nostrani e un po’ di fusion italo-giapponese. Entusiasta tanto per il suo rientro a Fukui quanto per il suo progetto, pare che lo chef siculo abbia davvero fatto centro: attualmente, infatti, continua a fare il consulente per ristoranti italiani e internazionali e ad esportare la sua cucina emozionale, frutto di un fortunato incontro tra le sue esperienze culinarie italiane e giapponesi.

3Occhio all’insegna!

Nomi privi di senso confezionati con Google Traduttore, espressioni volgari o addirittura blasfeme campeggiano quasi orgogliosamente sulle insegne di ristoranti italiani gestiti da proprietari giapponesi. I risultati di cotanti sforzi traduttori sono – generalmente – così disastrosi da strapparci più di qualche risata e portandoci addirittura a pensare che le loro scelte linguistiche siano frutto di una qualche strategia di marketing o di una involontaria, innata propensione verso un certo genere di nomi: del resto, quando un popolo va avanti a katsuo e katsudon, simili perplessità sorgono spontanee…
La promessa però è sempre la stessa: quella di portare ricette veraci e sapori autentici nella terra del sushi e del sukiyaki. Sorprendentemente, pare – anche stando al giudizio di alcuni visitatori italiani – che alcuni di questi ristoranti cucinino effettivamente ricette tradizionali e, in casi di particolare eccellenza, anche con una scrupolosa attenzione alle materie prime! Per soddisfare la vostra sete di conoscenza e di umorismo, ho stilato una raccolta dei nomi più stravaganti e ho cercato di fornirvi – dove possibile – un bilancio generale dei piatti serviti in questi locali. Per una questione di decoro, ho preferito censurare i termini più scurrili (che certamente non saranno così difficili da comprendere nonostante gli asterischi):

Madonna ma****, nome che il proprietario del ristorante (sito a Fukuoka) avrebbe utilizzato ispirandosi a un intercalare estremamente colorito appreso durante un soggiorno in Toscana. A dispetto del nome e del logo, pare – stando alle recensioni di italiani e giapponesi che lo hanno provato – che il cibo qui sia autentico e soprattutto buono!
– Sulla stessa scia, troviamo Porca Pu*****, un ristorante il cui nome e logo sembrano essere l’ennesimo peccato d’ingenuità di un giapponese che ha interpretato una nostra imprecazione come un’esclamazione qualunque, da pronunciare (e scrivere!) a cuor leggero. Il menù, almeno dalle foto, sembra un ibrido tra un menù italiano e uno giapponese.
– Per proseguire il ciclo dei nomi “sopra le righe”, troviamo anche Scassaca**i, del quale – però – non ho trovato recensioni.
Ti picchio: che sia una minaccia per gli avventori che non gradiscono il pranzo?
Buco di muro: il nome dà certamente adito a doppisensi, ma le portate hanno davvero un bell’aspetto!
La Bettola da Ochiai/La Bettola per tutti: il nome dei due locali non è proprio accattivante, ma l’aspetto dei piatti non è affatto male (in effetti, sembrano proprio usciti da uno dei nostri ristoranti) e pare che i clienti apprezzino molto la cucina proposta in questi locali.
Torattoriatsukidiparadhizo, nome particolarmente opulento, traslitterato (male) e privo di senso. Anche qui però, nonostante il nome, i piatti sono molto ben presentati. Nulla si sa, invece, sull’indice di gradimento della clientela.
Così così: ristorante chiuso, ma con un nome che non ha nulla da invidiare a quello de “La Bettola”. Che sia stato surclassato dal più invitante Buono Buono? Mistero…
Trattoria Tanta Bocca: sì, lo so che state ridendo, furbacchioni! E come darvi torto? Di fronte a un’insegna del genere è difficile non piegarsi in due dalle risate. Eppure, stando alle recensioni, pare che Tanta Bocca sia pure tanto buono…
– Volete ridere ancora di più? Provate a prenotare un tavolo da Scorpione Solare! No, no, non è il colpo segreto di qualche guerriero manga, è davvero il nome di un ristorante-pizzeria di Tokyo!
Trattoria Pesce Pappare Italia: ok, questo nome ha già più senso dei precedenti, ma – ammettiamolo – non è sicuramente il genere di nome che verrebbe dato ad un vero ristorante italiano. Ciononostante, pare che il cibo qui non sia affatto male!

Se questa carrellata di nomi assurdi vi ha in qualche modo spaventato, rasserenatevi pure: in questo panorama fatto di insegne divertenti e cucina più o meno tipica, troviamo anche alcuni ristoranti con nomi ben più sensati, come Acqua Pazza (con sede in alcuni dei quartieri più in della capitale giapponese) o Trattoria del Pacioccone (presente a Tokyo e a Monteverde, nel cuore di Roma), che rendono meno traumatica l’idea di mangiare italiano fuori dai nostri confini.
E voi fareste mai un simile atto di coraggio, oltrepassando barriere linguistiche e culturali pur di ritrovare un po’ di Italia nei paesi che visitate? Attendo con ansia le vostre risposte!

Alla prossima!

– Jo Terry –

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