Jerusalem, il romanzo di Alan Moore in Italia

Conosciamo tutti Alan Moore (e se non fosse così, eccovi l’articolo di Fabio!) per il suo grande lavoro nell’universo dei fumetti (a lui dobbiamo capolavori della graphic novel come Watchmen, From Hell e V for Vendetta), ma l’autore si è anche cimentato nel mondo dei romanzi, sfornando La voce del fuoco nel 1996 e nel 2016 Jerusalem, che finalmente è stato tradotto, pubblicato da Rizzoli Lizard e da poco arrivato in libreria.

Si tratta di un’opera statuaria, di ben 1540 pagine, che viene presentata allo scrittore con la seguente sinossi: “Su questa crepa sorge Northampton, la città inglese che ha dato i natali ad Alan Moore, epicentro di questa monumentale opera polifonica. È qui che l’umanità abbraccia l’abisso, dando vita a storie che intrecciano le visioni di William Blake ai vortici di James Joyce, le nere periferie di Charles Dickens ai vuoti lunari di Samuel Beckett.” Non possiamo ancora dirvi la nostra, ma intanto possiamo citarvi alcune delle opinioni della critica nazionale, così da spingervi subito ad andare a comprarlo, per vedere se sarete o meno d’accordo, o no?

Nat Segnit del New Yorker ci descrive il romanzo come quasi mistico, dove Northampton presenta il centro di eterodossia politica e religiosa, come è stata tra il quattordicesimo e il diciottesimo secolo, quando gruppi radicali come Lollardi, Livellatori e Antinomiani hanno frequentato la zona alla ricerca di un rifugio… di una nuova Gerusalemme. Il romanzo, infatti, non lascia niente al caso e le citazioni letterarie e storiche ricorrono ovunque. Il difetto principale? Secondo Stuart Kelly del Guardian “ci sono molte cose magnifiche, ma il vero problema è il linguaggio. […] Jerusalem è un romanzo nel quale ogni cosa viene detta almeno due volte. Sono un fan del sesquipedale e non ho mai sostenuto il mantra meno è meglio sempre e comunque, ma bisognerebbe capire quando il troppo è troppo, e Moore non ci riesce”. Addirittura, sempre il Guardian, conclude la sua recensione proponendo di seguire la logica di Walter Scott della “lodevole pratica del salto delle pagine”.

Della stessa opinione il Washington Post, che però ha voluto aggiungere anche che “l’umorismo, la saggezza e la compassione che proviamo per i suoi personaggi ci rende più semplice perdonare questi peccati”. Quindi c’è speranza di una grande lettura, seppur – a quanto pare – ridondante. Non siete curiosi?

– Lidia Marino – 

 

Rispondi