Indie rock italiano: qualcosa di buono esiste

Nei corridoi dei palazzi musicali si vocifera che il valore musicale di un complesso indie rock italiano sia inversamente proporzionale alla spocchia complessiva dei componenti della band che ne fanno parte. Avviene così che nel mirino del nostro novello crociato del buon gusto finiscano artisti di consolidata fama nazionale come i Thegiornalisti, gli Ex-Otago, The Zen Circus senza dimenticare  la sfera femminile,  Levante, Sara Loreni, Rachele Bastreghi. A beneficio di chi non conosce i Thegiornalisti è opportuno far presente che il disco “Fuoricampo” del 2014 non risulta ad ogni modo banale, recuperando le melodie negli eroi di casa nostra come Ivan Graziani, Franco Battiato, Antonello Venditti, Luca Carboni. Ad essere sinceri “Mare Balotrelli”, il quarto brano di questo disco, risulta essere alquanto inutile. Ma ci sono, nella cura della musicalità anche episodi positivi: come il brano “Promiscuità”, dove si può notare l’estrema citazione “dalliana”; é proprio in questo caso che bisogna però far presente che una cosa è l’ispirazione, un’altra è l’imitazione. Per quanto riguarda gli Ex-Otago, dopo l’apprezzato “Mezze Stagioni” del 2011, si sono trovati a dover affrontare le prime difficoltà della propria carriera come l’abbandono da parte di Alberto “Pernazza”, figura di spicco della band per tutta una serie di motivi. La sfida che i rinnovati Ex-Otago si sono trovati davanti è stata quella di perseguire fino in fondo le scelte avviate, creando qualcosa che non facesse sentire la mancanza di chi se n’è andato, allo stesso tempo senza diventare totalmente un’altra band.  Con il disco “In Capo Al Mondo” il suono ha assunto una forma più compatta e più ricca di dettagli, a seconda della canzone: dai giri di tastiera, fiati, arpeggi di chitarra elettrica e ulteriori percussioni.

I testi, rispetto al passato, hanno perso quei momenti di disincanto di brani come “Giorni Vacanzieri” o “Patrizia”, ma hanno tutti lo scopo di rappresentare qualcosa di concreto, concentrandosi soprattutto su tematiche già trattate dalla band, come il disagio che si prova in una società moderna fatta di frenesia, conformismo e rapporti impersonali; il disco si ascolta con grande facilità, nonostante il tasso di varietà sia minore rispetto ai lavori precedenti. “Mezze Stagioni” era sicuramente un lavoro più a tutto tondo, accattivante e stimolante, ma era impensabile per questi rinnovati Ex-Otago arrivare a un simile livello. Un percorso del tutto diverso è quello che è stato intrapreso dal gruppo toscano The Zen Circus, che dopo oltre quattrocento concerti sparsi per l’Italia ed un decennio trascorso nell’agone della musica indipendente, la band ha scelto di darsi un allure internazionale grazie alla partnership con Brian Ritchie (ex-Violent Femmes) che sfocia nel disco “Villa Inferno”. Ad un certo punto The Zen Circus hanno capito che continuare a cantare le proprie canzoni in inglese li avrebbe condotti in un vicolo cieco. Andrea Appino (voce) decise quindi di iniziare a scrivere in italiano. “Andate tutti affan***o”, inizialmente pensato come un Ep, venne pubblicato nel 2009. The Zen Circus scelgono così di affidarsi al loro irriverente “Canto di Natale”, una ninnananna che ritrae un giovane tossico alle prese con un pranzo di Natale che non finisce mai e un pusher tunisino che non ne vuol sapere di accettare un paio di guanti nuovi a integrazione dei venti euro in contanti. A questo punto gli Zen Circus acquisiscono una notorietà via via crescente: da quando hanno optato per il cantato in italiano ed hanno virato le proprie canzoni in tonalità pop il loro peso nella scena alternativa italiana non ha fatto altro che aumentare. Con “Nati per subire” (2011), la formazione pisana ha continuato a percorrere la stessa strada, con convinzione ferma e risultati più che buoni; Appino risulta essere estremamente realista nei suoi testi: parla di Dio, di morale, di conformismo e di utopia. Molto folta la pattuglia degli amici e colleghi chiamati a dare una mano: Ministri, Dente, Giorgio Canali, Il Pan del Diavolo.

Forse la qualità dei pezzi si dimostra lievemente inferiore rispetto ad “Andate tutti affa***o”, ma rimangono facilmente in testa dopo due o tre ascolti. La novità è senz’altro l’esordio solista di Appino, “Il testamento”. Appino canta, scrive, suona la chitarra, travasa nei testi tutto il proprio mondo interiore. Emerge chiara la voglia di scrivere, di confessarsi, di esprimere le proprie idee e sensazioni, di aprirsi completamente, tanto che il disco risulta fin troppo denso di parole, a tratti quasi logorroico. Il 21 gennaio 2014 è già il momento per un nuovo capitolo firmato Zen Circus, “Canzoni contro natura”. Nel 2015 Appino trova lo spazio per realizzare la seconda opera solista, ”Grande raccordo animale”, meno riuscita della precedente e più incentrata su atmosfere pop, con una scrittura focalizzati sull’esperienza del viaggio e sul cambiamento, parlando più di sé stesso che del mondo che lo circonda. Via le chitarre furiose, via ogni accenno di elettronica, via la ferocia dell’hard metal. Appino si spoglia di tutto quello che aveva contraddistinto la sua prima pubblicazione. A fine settembre 2016 esce “La Terza guerra mondiale”. Nel nono lavoro in studio, gli Zen Circus dimostrano un’idea di fondo ben precisa: suonare come un classico trio, chitarra, basso e batteria, e basta, senza sovrastrutture, selezionando il meglio delle circa quaranta tracce scritte negli ultimi due anni. Il risultato è l’album più immediato e diretto fin qui realizzato da Appino, Karim e Ufo: dieci canzoni pensate come dieci potenziali hit, in grado di confermare il Circo Zen fra le realtà di spicco nell’affollato circuito indipendente italiano. Come al solito il Circo Zen non te le manda certo a dire, “La terza guerra mondiale” è un disco che farà discutere, perché Appino è bravo nel prendere posizione e scrive senza timori, gettando nella mischia il bieco campanilismo da provincia cronica messo a nudo in “Pisa merda” (il rischio di far arrabbiare chi non sa leggere tra le righe è altissimo) e le liriche antibuoniste della scarica electro “Zingara”, perfetta per dar vita a lunghi (e presumibilmente sterili) dibattiti. Mai lavoro degli Zen Circus è risultato più completo, e anche se la seconda parte risulta meno efficace, c’è un finale servito sulle note di “Andrà tutto bene”: oltre dieci minuti rafforzati da una coda strumentale dove negli ultimi secondi la band chiede – sussurrando – il silenzio, al cospetto delle macerie lasciate dal terzo conflitto mondiale. Cosa resterà in piedi? A guardare la copertina, resteranno tre ragazzi che, insensibili alla distruzione che li circonda, scattando l’ennesimo selfie con il sorriso sulle labbra mentre consumano l’amato aperitivo. Per quanto riguarda la scena indie femminile, rimanderei la discussione alla prossima settimana, dato che c’è veramente molto da dire sul nuovo sound che le artiste Italiane hanno saputo portare all’interno di questo genere musicale molto chiacchierato ma poco conosciuto.

– Alessandra Lucchetti – 

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