Il Musical della settimana: Jesus Christ Superstar

3Torno a parlare di Andrew Lloyd Webber, sì, ma non è colpa mia, è colpa sua che è un genio, punto e basta. Spero che abbiate visto questo musical almeno una volta nella vostra vita e, se non dal vivo, almeno in film, perché altrimenti sono davvero dispiaciuta per voi. Jesus Christ Superstar è un’opera incredibilmente “azzardata”, perché prende un argomento di importanza religiosa così grande e ne rielabora gli aspetti principali, basandosi sul Vangelo di Giuda e non sulla “versione ufficiale”. Un racconto dove il cattivo non è così cattivo, dove il buono non è così perfetto e dove l’umanità è la vera protagonista, lasciando la divinità alle spalle. Insomma, “he’s a man, he’s just a man” è un po’ il filo conduttore dell’intera trama, portandoci a provare un’empatia potente per i personaggi che soffrono maggiormente: non è un caso che il pezzo più famoso e più d’effetto di Gesù sia proprio quando si interroga su ciò che sta facendo nel giardino di Gethsemane. Ma, visto che inizio sempre dando quello che poi è un mio giudizio – e che potrebbe non essere, quindi, condiviso – sulla vera forza dell’intero musical, io qui parlerei principalmente della potenza musicale. Quei suoni rock che vanno a comporre una storia classica, stravolgendola già da questa stessa scelta, quell’inserimento moderno in un contesto del passato… è come se l’intero prodotto fosse una profonda antitesi ed è questo, secondo me, a renderlo indimenticabile.

1Jesus Christ Superstar è stato criticato, com’era prevedibile, vista appunto la sua natura particolare, nonché per i testi – spesso pungenti – di Tim Rice. Ma io ritengo che nulla sia stato lasciato al caso, nemmeno l’assenza – tanto chiacchierata – della Maria Vergine: il musical è stato studiato per essere “un caso particolare”. E del tutto riuscito, tra l’altro. Io personalmente ho visto il film tante di quelle volte da non saperle contare e sono andata a teatro a vedere la versione con Ted Neeley due volte, riuscendo a malapena a stare ferma sulla poltrona. Funziona, spacca – per dirla in termini meno tecnici – e continuerà a farlo. Ebbene, il tutto è nato nel 1970, con un doppio album che vinse il disco d’oro negli Stati Uniti ed in Canada, conquistando le prime classifiche in tutto il mondo. Il 15 maggio 1971 avviene, invece, la prima assoluta in concerto con Yvonne Elliman già nei panni di Maddalena (tra l’altro, perdonatemi: io non l’ho mai apprezzata troppo), mentre dobbiamo aspettare luglio dello stesso anno per avere Carl Anderson in concerto nel ruolo di Giuda, che poi conserverà nel film e che lo regalerà al mondo per quella meravigliosa visione qual era. Una perfezione d’uomo. Poi sbarcò a teatro, conquistando gli animi: la produzione teatrale nel West End londinese del 1972 venne replicata per 3.358 recite in otto anni e diventò allora il musical rappresentato continuativamente più a lungo a Londra (adesso è il Phantom, quindi a Webber va bene lo stesso).

L’opera continuò a essere rappresentata per tutti gli anni settanta fino al 1980. Venne in seguito ripresa nel 1992 co2n Ted Neeley e Carl Anderson e io avrei dato un rene per esserci; lo spettacolo, originariamente pensato per durare qualche mese, si protrasse per cinque anni. Come saprete, poi, di versioni ce ne sono state tantissime, tutte elaborate in maniera differente e rese in modo proprio, ma sempre mantenendo quel senso particolare che è l’anima del musica. Io, appunto, ho visto al Sistina la versione con il Ted, che ancora è un grande, e ho potuto apprezzare di nuovo il mitico Emiliano Geppetti, che non vedevo dai tempi di Shrek e La Bella e la Bestia: un’artista che dovreste conoscere tutti. Ah, e l’attore che interpreta Giuda, Feysal Bonciani, è un talento incredibile e ve lo dico con il cuore di una fan quasi ossessiva di Carl Anderson. Se posso permettermi, ho trovato un po’ avvilente l’utilizzo dello schermo con delle traduzioni e – soprattutto – la scena di immagini appartenenti alla nostra storia più recente nel pezzo Gethsemane, ma sono scelte personali, che possono tranquillamente convincere altri. Purtroppo, non ho potuto vedere dal vivo Barry Dennen nei panni di Pilato e mi è dispiaciuto molto, perché nel film era incredibile. Comunque, concludo tornando a ciò che ho detto all’inizio: vi prego di guardare il film, se non avete le possibilità di andare a teatro, anche solo per innamorarvi del Giuda di Anderson, se non del resto.

– Lidia Marino – 

Rispondi