Il caso Spotlight vince come Miglior Film

1Posso essere polemica? Certo che posso: non se ne può più. Io adoro la Notte degli Oscar e la seguirò sempre, perché amo il mondo del Cinema, perché in generale mi interessa vedere quale sia il mercato e perché, quando i conduttori sono bravi, mi diverte seguirla in generale (oh, Ellen, quanto ci manchi). Però, cavolo, davvero la banalità sta raggiungendo picchi insopportabili: Il caso Spotlight vince come Miglior Film… ma dai? Ora, voglio dare a Cesare ciò che è di Cesare, dicendo che il film è bello, affronta un argomento terribile e che sono contenta sia stato toccato, ma lo fa in modo molto piatto e costruito. Per carità, è una sceneggiatura scritta con il coinvolgimento giusto e risulta efficace nel voler sottolineare quanto di crudo ci sia nella trama, ma poi? A prescindere dai gusti, possiamo dire che il sapere quasi ogni anno in anticipo quali saranno i film a vincere fa perdere di credibilità ai giudici dell’Academy? La cosa triste è che sono quasi sicura che loro stessi abbiano altri gusti: partiamo dall’anno scorso, per avere un esempio vicino, e vediamo affidare quanti più premi possibili a Grand Budapest Hotel (senza dubbio il miglior film del 2014), ma non avere il coraggio di dargli quello come definitivo. Vediamo la candidatura di Boyhood in alcune categorie, ma nessun premio, perché in fondo sapevano anche loro quanto fosse piatto. E, soprattutto, li vediamo snobbare quel fenomeno mediatico brutto: Interstellar, perché banale e senza una vera intensità. Però. Eh, però quando si tratta di esporsi un po’, ecco che si tirano indietro. Io dico, tanto venite criticati comunque, a questo punto lasciatevi andare.

Ma visto che su questo film è stata scritta una recensione da chi per me è un genio supremo, Gianni Canova, voglio citare le sue parole perché sia chiaro il mio concetto: come si fa a non condannare una Chiesa che per anni, ai suoi più alti livelli, ha coperto centinaia e centinaia di abusi sui minori compiuti da sacerdoti nella diocesi di Boston? Ovvio che non si può non condividere la denuncia e anche l’indignazione. Però ciò non ci esime poi dal dire che la sceneggiatura con cui il caso dei preti pedofili di Boston viene ricostruito è piatta e lineare, e si sviluppa senza nessuna sorpresa, stando tranquillamente adagiata nelle regole che si è data fin dall’inizio: sviluppo corale, una scena a testa per ognuno dei reporter della redazione di Spotlight, campi e controcampi, dialoghi in genere abbastanza ficcanti, con la tendenza a far ripetere da qualcuno del coro la frase ad effetto appena pronunciata da uno dei protagonisti. […] Spotlight sacrifica ogni possibile ricerca sul piano del racconto, adotta la messinscena più ovvia e la appoggia su una sceneggiatura telefonata dall’inizio alla fine. L’enfasi poteva essere molto più forte, certo. McCarthy e Singer sanno raccontare. Sanno coinvolgere ed appassionare. Ma giocano poco con il sistema di previsioni degli spettatori. Fanno in modo che ogni previsione sia confermata. E’ una sceneggiatura che ci liscia il pelo, quella di Spotlight. Finge di scuoterci, in realtà ha un effetto confermativo e assolutorio. Per questo, in fondo piace. Perché non mette in discussione nulla, facendo credere di mettere in discussione tutto.”

Per me ha già detto tutto lui e io sono pienamente d’accordo. Poi non sono categorica: trovo che anche gli altri film in gara abbiano le loro pecche e non so quale avrei scelto come migliore dell’anno, come può capitare. Accuso solo una certa ridondanza di contenuti che alla lunga stancano. Mi mancano i tempi in cui anche le commedie, anche i musicals vincevano sulle pellicole dalla trama triste e importante (nel 1935 il meraviglioso Accadde una notte e nel 1966
Tutti insieme appassionatamente
, solo per dirne qualcuno).

– Lidia Marino – 

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