I maestri del fumetto: Robert Kirkman

La storia di cui parliamo oggi, per chiudere il discorso sui grandi autori di fumetti del ‘900, è una storia recente e quasi contemporanea, e riguarda l’autore di un fenomeno editoriale che travalica i confini della griglia della pagina disegnata per arrivare all’attenzione di un pubblico più vasto. Parliamo oggi, infatti, dell’autore del fumetto alla base di una delle serie televisive più amate degli ultimi anni, che è anche uno dei più importanti innovatori della Nona Arte. Robert Kirkman, ragazzotto nerd del Kentucky. L’autore di The Walking Dead.

Nuove frontiere

Primo punto: perché inserire TWD nel novero della grande letteratura disegnata? Per quanto importante e innovativa, la serie non può essere messa a confronto in maniera pacifica con veri capolavori della nona arte come, non so, The Spirit, perché fondata su presupposti narrativi non inediti (ovvero: TWD non ha inventato nulla, tantomeno il genere zombie). Kirkman però ha una storia che va al di là della sua serie più importante: è fra i curatori della Image comics, una delle prime case editrici di fumetti indipendenti, alternative a mostri sacri come DC e Marvel. Una delle realtà che hanno innovato realmente il medium. In contrapposizione al mainstream delle storie a fumetti delle due case principali, la Image ha infatti sempre valorizzato generi differenti inserendoli nel circuito della serie, generi che sino alla nascita di Image erano stati “relegati” alla graphic novel e al fumetto d’autore (parentesi di sezioni speciali delle “case madri” come Dark Comics o Vertigo a parte, che comunque erano dichiaratamente “di nicchia”). Kirkman, come altri autori, si è inserito all’interno di un circuito seriale “popolare” nella struttura che, tuttavia, ama costruire trame più articolate e d’autore. E che, soprattutto, punta a un pubblico generalista.

I fratelli di The Walking Dead

Prima di arrivare alla sua opera magna, è il caso di esplorare un po’ tutta la carriera di mr. Kirkman. Invincible, del 2003, e Battle Pope, di un paio d’anni prima, hanno giocato a destrutturare la figura del supereroe come aveva già fatto Alan Moore fin dalla metà degli anni ’80. Il primo con la storia del figlio di un supereroe che si trovava a seguire le orme paterne, il secondo una parodia dell’eroe in costume. Da allora ha prestato la sua penna a tantissimi progetti “innovativi”, lavorando anche per la Marvel, con la quale ha sviluppato il reboot di varie serie di supereroi. Si è poi dato all’horror, non solo con TWD, ma anche con la variazione sul tema del “demoniaco” Outcast.

Autore trans-mediale

Non chiamatelo tuttavia soltanto “autore di fumetti”. Kirkman è qualcos’altro, più complesso, e chiunque conosca The walking dead lo sa. Da “autore indipendente” è diventato padre-padrone delle sue opere, collaborando anche allo sviluppo delle trasposizioni non solo come colui-che-sgancia-i-quattrini (il produttore), ma anche come showrunner e curatore del lato artistico. Tanti, a cominciare da Miller, hanno curato personalmente il passaggio da un medium all’altro delle loro opere, ma nessuno all’infuori di Kirkman lo aveva fatto costruendo un business così complesso: un telefilm di culto inserito dentro una rete di marketing capace di garantirgli entrate per almeno vent’anni, fra diritti per la serie, gadget, produzioni collaterali. Si va oltre lo sceneggiatore di fumetti prestato al mondo della televisione, come abbiamo detto qualche settimana fa di Jeph Loeb. Qui siamo nel pieno territorio dell’artista che sa già di poter avere successo tanto sulla pagina stampata quanto in televisione.

Rivoluzionando l’horror

E veniamo alla superstar. In termini fumettistici (cioè in termini svincolati da giudizi sulla trama, sul buongusto di certe scelte di contenuti e così via), The walking dead è stato, senza dubbio, qualcosa di rivoluzionario. Più dramma che vero e proprio horror di zombie, strutturato per essere tutto basato sui personaggi più che sulla sociologia politica stile Romero, ha avuto il coraggio di costruire una serie basata sui lutti per i personaggi e sul concetto di “sopravvivenza”. Ha avuto il coraggio di sfidare il lettore invitandolo a farsi odiare mettendogli di fronte una storia drammatica nella quale nessuno è eroe e tutti sono carne da macello. Diciamolo: su The Walking Dead ci si potrebbe scrivere una tesi di laurea. L’idea, creare l’epopea di una società allo sbando e farne un brand, è geniale. E crea qualcosa di nuovo, e di devastante. Complimenti a chi ha il coraggio di leggerlo ancora, perché chi scrive, all’ennesima morte improvvisa di un personaggio centrale, ha violentemente lanciato il volume contro la parete, chiamato il suo amico spacciatore di fumetti e chiesto in ginocchio di non metterglielo più da parte. Ecco, qualcuno dirà “l’ha fatto perché non gli piaceva, o ha trovato la deriva della testata troppo bleah”. Tutto il contrario, amici. Tutto il contrario.

– Fabio Antinucci – 

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