I maestri del fumetto: Grant Morrison

1A metà degli anni ’80, dopo un periodo di forte incertezza e(d) (eccessiva?) popolarizzazione del fumetto, che aveva portato a roba come la serie TV camp di Batman o al codice di autoregolamentazione dei fumettisti, l’industria del comic book conobbe una vera e propria rinascita grazie all’azione di una nuova generazione di creativi chiamati a risollevarne le sorti. Negli U.S.A., dov’era logico che nascessero questi artisti, arrivarono colossi come Frank Miller e, più tardi, Todd McFarlane, ma l’evento davvero straordinario fu quello dell’arrivo, dalla vecchia Gran Bretagna, di una nuova leva di sceneggiatori e disegnatori che si preparavano a dare la spallata al vecchio modo di fare fumetti attraverso una maggior profondità dei contenuti delle storie di supereroi. Nelle prossime settimane sarà d’obbligo, per questa rubrica, piantare per un po’ le tende in UK per parlare di alcuni autori straordinari, come Alan Moore o Neill Gailman. Partiamo oggi, con uno scrittore meno conosciuto ma essenziale: Grant Morrison!

Working class writer

Premessa importante e interessante, che mette in luce un aspetto quasi culturale di questa nuova leva di autori (definita appunto dai critici New Wave): molti degli autori britannici di cui parleremo in queste settimane vengono da un periodo storico particolarmente duro e da una classe sociale particolarmente disagiata, ossia pieno conservatorismo degli anni ’50-’60, anticamera del tatcherismo, e gli strati sociali più bassi della società inglese, quelli che abitavano i sobborghi delle grandi città e finivano, inevitabilmente, per lavorare nelle fabbriche o come scaricatori di porto. Ecco, sia Moore (che ci attende la settimana prossima) che Morrison vengono da questo ambiente, e ne vengono influenzati in maniera fortissima: indigenti, ai margini della buona società, vivono in maniera non convenzionale per gli standard dell’epoca, hanno un gran brutto rendimento scolastico, ma, soprattutto, iniziano prestissimo a intrattenersi con letteratura popolare come, appunto, il fumetto americano. E prestissimo cominciano a scrivere e disegnare, a interessarsi delle fanzine di fumetti, musica e cultura alternativa, a militare nelle sinistre anarchiche e, direi, a “protestare attraverso la loro arte”. Pur rimanendo, come vedremo benissimo nel caso di Morrison, “semplicemente” dei grandi autori di storie eroi in maschera.

La rockstar del fumetto

L’esordio di Morrison (che avviene all’incirca dal ’78 all’86) è folgorante: collabora con la divisione inglese della Marvel (cosa che caratterizzerà la carriera di molti suoi colleghi) e poi, come abbiamo accennato, sbarca in America, dove lavora a un paio di progetti che lo consacrano, in maniera forte, fortissima, come nuovo punto di riferimento nel campo dei fumetti di supereroi:

  • La “ristrutturazione” della linea Animal Man, personaggio minore che lo porta a duri atti d’accusa tipicamente ambientalisti contro caccia e vivisezione;
  • Il suo capolavoro degli anni ’80, Arkham Asylum, del quale abbiamo parlato approfonditamente in un articolo ad hoc.

In poco Morrison si guadagnò un prestigio e una forza narrativa straordinaria, tanto da essere “assorbito” nel canone DC nonostante le sue “particolarità narrative” ed essere messo, nel 1996, a capo del team di una testata tanto importante come Justice League of America, che giovò di una forte caratterizzazione molto “dark”, oltre che altre incursioni nei mondi di Batman e di altri supereroi.

Supergods: capolavoro sconociuto

Due parole merita, però,una piccola perla non sempre ricordata, forse perché appartenente a una produzione saggistica e non narrativa, di Morrison: Supergods, del 2013, è un volume di circa quattrocento pagine nel quale il Nostro compie l’epica impresa di una perfetta e appassionante riflessione  tanto sulla storia del fumetto e del supereroe dei fumetti quanto sul suo significato in termini culturali. Un po’ autobiografia (di un mestiere), un po’ manuale di scrittura creativa, un po’ saggio di storia dell’editoria, Supergods racconta i sessant’anni più belli dell’industria fumettistica americana con una passione e una capacità di analisi del fumetto e del suo significato popolare davvero encomiabili. Da leggere, non solo se si è grandi appassionati, ma soprattutto amanti della narrativa in tutte le sue forme.

– Fabio Antinucci – 

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