I maestri del fumetto: Frank Miller (prima parte)

Gli anni ’80 sono stati un decennio magico per il fumetto. Davvero, soprattutto per quello action: se già all’interno di esso buona parte dei tabù su violenza e sesso erano stati abbattuti negli anni ’70, nel decennio successivo insieme all’elevazione di questo medium a “nona arte” arrivò anche l’esplosione del politicamente scorretto e del fumetto per adulti. Per adulti nel senso di “fumetto d’intrattenimento che non insulti l’intelligenza del lettore medio proponendogli la classica storiella di supereroi”. E che, soprattutto, riesca a dare ai fumetti un tono davvero autoriale. E, se Alan Moore in questo processo fu il Kubrick della situazione, il filosofo pessimista capace di fare del fumetto strumento di lotta politica, Frank Miller donò ad esso qualcosa che ancora non aveva: un pathos capace di far breccia anche nei cuori dei lettori più rigorosi e ormai fuori target perché troppo anziani. Era il 1985-86. Era il tempo dell’inizio della gestione di Daredevil da parte di Frank Miller.

Mito.

Del rapporto fondamentale fra Miller e il fumetto abbiamo parlato tantissimo sulle pagine di Youpocorn: a proposito de Il ritorno del cavaliere oscuro, di 300, della serie televisiva di Daredevil, nelle puntate dedicate a Batman in generale… insomma, se andate a spulciare i vecchi articoli capite che il loro succo era che mr. Miller ha costruito il supereroe adulto “senza sé e senza ma”, con una personalità umana fino a toccare vette di ambiguità estrema. E l’ha fatto sia operando nel campo dei temi trattati sia delle tecniche utilizzate. Prima di vedere di che stiamo parlando, dovrebbe sembrare ancora più chiaro che l’eredità di Miller nella cultura pop è stata enorme. A prescindere dalle trasposizioni cinematografiche dei suoi (capo)lavori, a prescindere dagli altri autori di fumetto e dai film che sono stati influenzati da lui, ciò che deve essere chiaro è che il pulp, negli ultimi trent’anni, si è alimentato soprattutto grazie alle sue suggestioni, anche in maniera “non dichiarata”. Né più né meno di quello che è successo per Moore.

Guardando verso Francia e Giappone.

Ora, partiamo dal livello tecnico. Un autore di comic book scrive e disegna seguendo i dettami della narrativa a fumetti U.S.A. dalle origini a Stan Lee, no? Mi pare ovvio… Sì, lo sarebbe, se non si stesse parlando di Miller. La necessità di costruire una narrativa d’impatto, forte, che mettesse in risalto la componente action di certe storie d’avventura, lo portò in poco tempo da una parte ad adottare una sensibilità narrativa più “europea” che pescava dal fumetto francese degli anni ’70, molto distopico, fantascientifico e pessimista. In quel periodo arrivavano però da oltre il Pacifico anche i capolavori del manga, e i capolavori del manga includevano anche e soprattutto grandi storie di samurai come Il lupo solitario e il suo cucciolo di Kojima, che ridefinì i canoni dell’action giapponese facendo da apripista per l’arrivo negli Stati Uniti. E Miller li adorò; adorò il loro romanticismo post-moderno, la capacità di costruire una solida storia action con uno stile cinematografico moderno. E lo applicò a Devil e a Batman. Costruendo qualcosa di unico.

L’ambiguità del conservatorismo.

Miller è però conosciuto anche per altri motivi (oltre che quelli cinematografici, che meriteranno un articolo a parte). Mettiamola così: se Alan Moore è il Bakunin della narrativa a fumetti occidentale, Miller ne è il “Reagan”: senza temere di apparire politicamente scorretto, mr. Miller parla di giustizieri senza macchia e senza paura che pestano a sangue i loro nemici e dipinge cattivi ispirati ai fondamentalisti islamici. Esaltazione reazionaria? Conservatorismo? O forse semplicemente furbizia al servizio della creazione di opere che facciano sempre parlare di sé arrivando al loro obiettivo finale, ossia emozionare? Francamente poco importa: leggete i suoi capolavori e poi dite se non vi emozionate esplorando la psicologia contorta del suo Bruce Wayne sul viale del tramonto, o quella del suo Hartigan di Sin CityVediamo proprio.

– Fabio Antinucci – 

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