I grandi registi dalla A alla Z: David Fincher

Bentornati, amici cinefili! Quest’oggi passeremo un po’ di tempo insieme ad uno dei registi di culto di questa generazione; mesdames et messieurs… David Fincher. Ordunque, David Andrew Leo Fincher nasce a Denver, in Colorado, il 28 agosto del 1962 e cresce guardando e riguardando i film di Bob Fosse, William Friedkin, Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Terrence Malick, John Pakula, Roman Polanski, Martin Scorsese e Steven Spielberg. Un’ottima scuola. Il giovane David, dopo essersi diplomato con il massimo dei voti (secchione!) alla Asland High School, in Oregon, viene subito assunto dalla Korty Films, a Mill Valley. Dopo essersi fatto le ossa alla Korty Films passa alla Industrial Light & Magic, la casa di produzione di George Lucas. Qui David lavora come assistente agli effetti visivi, soprattutto nel settore pittura, e la sua mano è visibile in film come Il ritorno dello Jedi (1983), La storia infinita (1984) e Indiana Jones e il tempio maledetto (1984). Mica male!

Nel 1984 lasca la IL&M per iniziare la sua carriera di regista, e come molti altri suoi colleghi, comincia con il dirigere spot e videoclip. Tra gli spot girati da Fincher vi citiamo: Coca Cola, Pepsi, Nike, Budweiser, Heineken, Levi’s, Converse e Chanel. Mentre, in ambito musicale, ha diretto i video di: Madonna, Rick Springfield, Sting, Rolling Stones, Michael Jackson, Aerosmith, George Michael, Iggy Pop, Patty Smith, Paula Abdul, Billy Idol, Neneh Cherry, Gypsy Kings, Nine Inch Nails e Mark Knopfler. Nel frattempo, nel 1986, David ha fondato la sua casa di produzione, la Propaganda Films, in collaborazione con Dominic Sena, Greg Gold e Nigel Dick. L’esordio al cinema in qualità di regista avviene nel 1992. Fincher dirige il terzo capitolo della saga di Alien; un film cupo e eccessivamente lungo che non soddisfa né il pubblico né la critica. Pazienza, sbagliando si impara. E David impara velocemente, visto che nel 1995 ci regala quel capolavoro di Seven. Questo film rappresenta una scommessa vinta su più fronti in quanto il non quotatissimo Fincher propone al grande pubblico un thriller, genere più che saturo in cui è fin troppo facile ripetersi, annoiare, scadere nel grottesco. Beh, Fincher propone un thriller psicologico, a tinte cupe, con attori in stato di grazia (Morgan Freeman + Brad Pitt + Kevin Spacey) nel quale non lesina, anzi, le immagini shockanti, tanto a livello fisico che psicologico… e fa centro. Seven diventa immediatamente un cult, un classico del genere, che dona nuova linfa ad un genere che stava diventando stantio. Personalmente l’ho visto solo 3 volte (una ogni 10 anni) perché mi colpisce troppo. E io non sono una delicata di stomaco. Ma il finale è qualcosa che va oltre. Geniale. Ma bello peso. Una roba mai vista prima. E nemmeno dopo.

Il 1997 vede l’uscita di un film anomalo e interessante che però è a tutt’oggi abbastanza snobbato. Sto parlando di The game – Nessuna regola, film con un signor cast che vede scontrarsi Sean Penn e Michael Douglas in un gioco psicologico molto interessante, ma che non ha fatto presa sul pubblico. Misteri del mercato cinematografico. Ma la storia veramente strana accade nel 1999, anno in cui esce nelle sale un film strano per dire strano, un film che divide la critica in maniera netta tra chi lo loda e chi lo stronca, un film che al botteghino è un flop. “E che film sconosciuto sarà mai questo?” direte voi. Fight club, rispondo io. “Noooooo?!?” direte voi. Proprio così, rispondo io. Alla sua uscita nelle sale Brad Norton ed Edward Pitt furono quasi completamente ignorati. La Fight club fever nacque in seguito alla distribuzione in vhs del film. Da quel momento in poi, Fight club divenne uno dei film cult degli anni ’90. E così è e così sempre sarà. Se non lo avete visto e non avete letto il romanzo originale di Chuck Palahniuk (leggi Polanic) è un problema solo vostro. Ricordate solo di non ordinare la zuppa di panna. Alternando un cult ad un film “quasi quasi”, nel 2002 David ci propone il thriller Panic Room. Anche qui abbiamo un signor cast che comprende Jodie Forest, Forest Whitaker e Jared Leto (con cui aveva già lavorato in Fight Club). A questi pezzi da 90, Fincher abbina la giovanissima ma già assolutamente inguardabile e totalmente inespressiva (fatta eccezione per l’espressione “tossica autistica”) Kristen Stewart. Bah. Comunque, il film ha un plot interessante, ma la tensione si allenta notevolmente durante il secondo tempo. Al botteghino si difende, ma di certo non sbanca. Sempre nel 2002 scrive la sceneggiatura del corto del compianto Tony Scott dal titolo Beat the Devil.

Si ritorna al top nel 2007 con l’intrippantissimo Zodiac. Il film ricostruisce minuziosamente la storia di un serial killer, Zodiac appunto, che ha imperversato in California per vent’anni, a partire dal 1969. Nonostante Zodiac comunicasse regolarmente con la stampa tramite messaggi cifrati, non si è mai giunti ad una identificazione certa. La mia opinione di esperta di film e serial thriller-polizieschi è che non si trattasse di un solo individuo; tenendo conto dell’ampio lasso di tempo, dei differenti luoghi, armi, vittime e modus operandi e più probabile che si sia trattato di più squilibrati che hanno agito sulla scia (anche mediatica) creata dal primo Zodiac. Comunque, Fincher, Robert Downey Jr, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo ci propongono la loro interpretazione attraverso una ricostruzione accurata ed una recitazione ad altissimi livelli. Zodiac viene presentato al Festival di Cannes del 2007 e ottiene ottimi riscontri da parte della critica. Segue l’interminabile Curioso caso di Benjamin Button. Un racconto breve di Fitzgerald (l’autore de Il Grande Gatsby) diventa un film luuungo così. Nonostante il mio amore per Fincher e per Brad Pitt (chi ancora nega la sua bravura dicendo che è solo bello soffre di gravissimi complessi d’inferiorità) non sono mai riuscita a vederlo per intero. Perdonatemi, ma la recensione finisce qui. Ma evidentemente è un problema mio, perché la pellicola si becca 13 nomination agli Oscar, portandosene a casa quattro (Scenografia, Trucco, Effetti speciali, Sceneggiatura non originale). La critica plaude e loda The social network, che esce nelle sale nel 2010. Il film ci narra la storia della nascita di Facebook e di come il suo creatore, Mark Zuckerberg, abbia di fatto scippato l’idea ad alcuni suoi compagni d’università. Perché non conta chi ha l’ida migliore, ma chi la realizza prima. La pellicola si aggiudica 4 Golden Globe e 8 nomination all’Oscar, portandosene a casa tre (Sceneggiatura non originale, Colonna sonora e Montaggio). Che dire, a parte il fatto che tutti dovrebbero vederlo? Questo film vale documentario socio-antropologico.

Nel 2011 David realizza il remake statunitense del planetario successo svedese Millennium. Uomini che odiano le donne diventa The girl with the dragon tattoo. Bello, ma sinceramente non è che se ne sentisse tutto sto bisogno. Fincher dirige, nel 2013, i primi due episodi della serie cult House of Cards, tornando a lavorare con Kevin Spacey. Bella accoppiata. Al momento, l’ultima fatica cinematografica di David Fincher è il thriller psicologico Gone girl- L’amore bugiardo, tratto dallo splendido romanzo di Gillian Flynn (ospite della rubrica Le donne non dovrebbero leggere). Fincher, quando non scrive sceneggiature originali, ha l’immenso merito di scegliersi sempre dei romanzi spettacolari ma un po’ di nicchia, come aveva fatto con quello strano Fight club dell’allora sconosciuto Palahniuk. È evidente che questo regista ha la capacità di vedere oltre quelle che sono le regole del mercato e di giudicare con la propria intelligenza ciò che è realmente interessante e innovativo. Speriamo che continui sempre così. Buona visione!

– Monia Guredda –

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