Freaks Out: supereroi e bastardi senza gloria 

La Seconda Guerra Mondiale, fenomeni da baraccone dotati di super-poteri e uno dei registi italiani che negli ultimi anni hanno scritto importanti pagine per il restart del cinema di genere in Italia: sulla carta Freaks Out, nuovo film di Gabriele Mainetti arrivato nei cinema ben sei anni dopo l’amato Lo Chiamavano Jeeg Robot, aveva tutte le carte in regola per divenire un piccolo gioiello del cinema d’azione italiano e un interessante concentrato di citazioni al mondo dei fumetti che conta, grazie a una sceneggiatura brillante, a un cast interessante e a un budget da pascià. E in effetti si tratta di una ciambella col buco, da vedere e gustare, anche se non tutto è andato come ci si aspettava.

Freaks Out: da freak a eroi à-la-Stan-Lee

Se c’è una caratteristica vincente di Freaks Out, è il suo essere un film di cassetta che fa sul serio, con uno sviluppo appassionante e che si basa su ingredienti gustosi quali action, sense of wonder, amore per la fantascienza e il fantastico a fumetti.
Roma, 1943: con l’Armistizio, la città cade nelle mani dei nazisti, che iniziano a usare il pugno di ferro su una città già stremata. I bombardamenti alleati mietono vittime e macerie, e gli ebrei iniziano a essere deportati verso i lager. In questo contesto apocalittico si muovono i freak del circo del buon Israel: Matilde, col dono/maledizione di un corpo in cui scorre l’elettricità, Fulvio, gigante con una malattia che lo rende forte ma dotato di una folta pelliccia, da essere una sorta di bigfoot ambulante, Cencio, che ha il potere di guidare sciami di insetti e infine Mario, affetto da nanismo e in grado di attirare a sé i metalli (nonché di lanciarli).
Purtroppo non sono gli unici “straordinari” in città: se i quattro allegri metaumani circensi si godono la loro povera ma felice vita di circensi, dall’altra parte della città c’è Franz, nazista psicotico e col potere di vedere il futuro e comprendere scenari che gli altri non possono neanche immaginare (un villain che ha davvero poco da invidiare al mitico Zingaro del precedente film di Mainetti). E che succede quando Franz si convince che i quattro freak possono essere splendide armi nelle mani del Reich? Ovviamente, parte l’avventura, con una complicazione: Israel, il benefattore dei nostri protagonisti (ebreo), viene catturato e destinato alla deportazione, costringendo Fulvio e compagnia a una pericolosa missione in territorio nemico che attirerà l’attenzione di Franz.

Mainetti, terrorista di generi

Freaks Out è un film che ha ingredienti molto diversi fra loro, in un modo a tratti spericolato: c’è il racconto di viaggio, c’è la ricerca del padre scomparso (grande topos del cinema d’avventura), c’è una storia simil-X-Men in cui i super-poteri sono al tempo stesso dono, maledizione e causa di discriminazione da parte degli umani.
In Freaks Out c’è soprattutto l’ambizione di creare un vero film di supereroi italiano, che abbia un suo immaginario, e di giocare con diversi registri narrativi per dare vita a qualcosa di innovativo per il nostro cinema. A partire dai bellissimi effetti speciali, per arrivare al tono sicuro della regia, l’impressione che si ha guardando il film è che Mainetti abbia puntato in alto e sia riuscito nel suo intento, andando oltre il risultato di Jeeg Robot (che, per alcuni versi, era ancora troppo invischiato di cinema sociale e/o “di borgata” per essere del tutto di rottura) e senza dubbio facendo dimenticare del tutto un tentativo incerto come Il Ragazzo Invisibile di Salvatores.
Freaks Out è bello da vedere, coraggioso, coinvolgente, punta tutto sul fluire del racconto per immagini e per questo in grado di intrattenere e divertire, di mettere assieme l’action con una riflessione non banale sulla discriminazione e l’emarginazione, creando un vero tributo al suo genere di riferimento. Paradosso dei paradossi, tuttavia, FO cade proprio dove meno ce lo dovevamo aspettare.

Scrittura: troppe derivazioni

Se visivamente Freaks Out è un atto di rinascita e di amore per il cinema di genere, in cui Mainetti riesce a dare con convinzione il suo contributo al lancio del cinema fantastico in Italia, la scrittura è meno sicura. Come detto, Freaks Out è un grande calderone di generi ed esperienze cinematografiche che si incrociano e si fondono sostenendosi a vicenda, ma purtroppo con tratti di stanchezza, col ricorso a una serie di elementi che non possiamo che definire “già visti” nel cinema degli ultimi anni. Non c’è per esempio fotogramma che non rimandi a uno dei film sulla Seconda Guerra Mondiale più folli e di rottura che il cinema ci abbia regalato, ovvero Bastardi senza Gloria: come nel film di Tarantino, Freaks Out incede mettendo in scena un gruppo di antieroi fuori di testa che godono nello spezzare le reni ai nazisti anche in modi piuttosto brutali (c’è tanto gore, e a volte stride persino con il tono da “favola matura”), e ciò dà a tratti un’impressione di fin troppa derivazione, quasi di deja-vù. Quel che manca è, insomma, la novità, l’impatto che un modo di fare film nuovo per l’Italia dovrebbe. Forse sarebbe servito più coraggio di inventare nuove soluzioni narrative, svincolarsi dal già visto, mantenere dritta la barra dell’originalità. Invece, l’impressione costante è quella di un film che pesca dai suoi maestri stranieri, fin troppo.

Quindi Freaks Out è quindi un film senza anima, che si tiene aggrappato solo a una buona confezione tecnica? Neanche per sogno, è un grande film di genere, coraggioso e appassionante, un buon punto di partenza per il futuro e un divertentissimo passatempo. Quindi Freaks Out è un passo avanti rispetto a Lo Chiamavano Jeeg Robot? Senza dubbio è più maturo artisticamente, senza dubbio più meraviglioso, senza dubbio ben riuscito.
Ma l’impressione, per il futuro, è necessario più coraggio e, ahinoi, originalità.

– Fabio Antinucci – 

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