Fra cinema e memoria: i più importanti film sulla Seconda Guerra Mondiale

1Il cinema è molte cose: arte, racconto, divertimento, svago. Oggi invece tentiamo di andare a vedere il rapporto fra cinema e memoria, attraverso un argomento in particolare: la Seconda Guerra Mondiale, della cui conclusione il mondo intero ha celebrato il settantesimo anniversario solo poche settimane fa con il ricordo degli orrori di Nagasaki e Hiroshima.

1. Un cinema in evoluzione

Il genere bellico è uno dei più antichi della narrativa e dell’arte mondiale; potremmo risalire a Omero, o limitarci ai primi film muti degli anni ’10. Partiamo da qui. Il primo grande romanzo di guerra del ‘900, Niente di nuovo sul fronte occidentale del tedesco Erich Maria Remarque (1929), era un atto di denuncia contro la guerra in tutte le sue forme e da esso nel 1930 venne tratto uno dei primi grandi kolossal bellici americani ad opera di Lewis Milestone. Con la seconda guerra mondiale, però, qualcosa cambiò: se non fosse triste da dire, potremmo dire che quel conflitto ha aiutato i creativi a confezionare grandi storie come raramente hanno saputo fare altri eventi storici. Di fronte al più grande conflitto della storia umana, con miliardi di morti, genocidi in tutto il globo e l’uso sconsiderato della violenza, e di fronte ad alcuni dei più terribili regimi politici, gli artisti hanno riflettuto su e hanno esorcizzato tutto quell’orrore dando vita ad un’epica che ci ha accompagnato e continuerà ad accompagnarci ancora per molto, in maniera sempre diversa. Sino agli anni ’70, infatti, il cinema su quel conflitto era celebrativo ed eroico, e film andavano dal racconto epico dello sbarco in Normandia de Il Giorno più Lungo a veri e propri western mascherati da film di guerra come La grande fuga o I guerrieri. Ma c’era un’altra faccia della medaglia: centinaia di autori,soprattutto europei o di origine europea (in particolare tedesca), che già negli anni immediatamente successivi al conflitto raccontarono il suo orrore con un’ottica molto più nichilista e senza speranza, fra cronache di massacri, discriminazioni e terribili verità. Perché quando si parla di “cinema di guerra”, spesso, ci si dimentica che si tratta di un universo enorme, complesso e ricco di sfumature. Guerra è, per assurdo, tanto sinonimo di “avventura” (passatemi il termine ambiguo) quanto di 2“dolore”. Lo è sempre stato. Da Omero in poi.

2. La fine di un’era

Ad un certo punto, di fronte alla contestazione, al Vietnam e alla fine dell’ottimismo ideologico della Guerra Fredda, la spinta verso l’epica finì. Di fronte agli orrori della più disastrosa guerra americana, che lacerò l’intero paese, l’appeal di John Wayne e dei suoi soldatoni tutti d’un pezzo si ammosciò. La seconda guerra mondiale, il simbolo della potenza americana,era diventato un falso mito. Niente più trionfalismo, l’evento-guerra andava vista in un’ottica diversa ed infatti nel 1979 arrivò, fra i tanti film sul conflitto in Vietnam, Apocalypse Now, che era oltre il film di guerra, oltre la cronaca storica. Da quel punto in poi i film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale veramente all’altezza degli standard del dopoguerra furono poche decine e, nel 1980, Samuel Fuller arrivò a dirigere il primo kolossal sulle truppe americane in Europa assolutamente non retorico e, anzi, disilluso: Il Grande uno rosso, dove la guerra era solo orrore e morte.

3. Il revival attuale

Schindler’s List, del 1993, riportò Hollywood nei bui anni del conflitto con l’Asse attraverso la cronaca di alcuni dei più terribili episodi dell’Olocausto, generando una nuova ondata di attenzione un po’ più matura e umani3taria rispetto ai decenni precedenti. Nel 1998, sulla spinta forse di nuovi racconti dell’orrore arrivati dritti dai Balcani, uscirono Salvate il soldato Ryan, ancora di Spielberg, e La Sottile Linea Rossa di Terrence Mallick, che dieci anni dopo Full Metal Jacket sancirono un nuovo modo di parlare di guerra al cinema e abbatterono definitivamente i tabù sulla narrazione della Seconda Guerra Mondiale, in modo molto differente: se nel primo caso Spielberg unì la sua sensibilità verso la sofferenza umana e gli orrori allo spirito dei film di John Ford, realizzando un film ricco di sfaccettature e temi (il senso del patriottismo, la guerra come inutile strage, la fratellanza fra soldati), Mallick prese una delle pagine più vittoriose della guerra americana nel Pacifico, la battaglia di Guadalcanal, e ne fece lo scenario per una riflessione radicale sulla vita, la morte e l’insensatezza della violenza, a due passi dal trattato filosofico. Da allora i film sulla Seconda Guerra Mondiale nell’industria U.S.A. si sono ancora moltiplicati, e la narrazione di quel conflitto come momento più alto della storia americana (con tutta la retorica sulla lotta contro il male nazista che comportava) è diventata quasi un brand tipicamente spielberghiano da spacciare al cinema, in TV (Band of Brothers e The Pacific) e persino sulla consolle di casa (Medal of Honor e Call of Duty). E qui casca l’asino. Un cinema partito come celebrativo, diventato di riflessione, che torna, negli anni del terrorismo islamico, eroico e, in fondo, ottimista. Il risultato sono prodotti come Fury (2015), in cui il modello Spielberg viene seguito quasi alla lettera e non ci si decide mai del tutto fra riflessione umanitaria e videogioco.

– Fabio Antinucci – 

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