Festival di Sanremo, prima serata

All’improvviso arriva il giorno più importante dell’anno: me ne accorgo perché mi sveglio cantando Maledetta primavera mentre gli uccellini mi preparano i vestiti. Sanremo 67, pace dei sensi. Per tutto il giorno, sono così euforico che ho contemporaneamente voglia di picchiare e abbracciare la gente che passa.  Alle 20e25 sono già sul divano col pigiama abbinato alla tappezzeria. Il Festival comincia bene: una carrellata con tante canzoni belle che non hanno vinto; poi la serata è quasi finita. Come l’anno scorso si susseguono senza brio una serie di cose brutte (ma non abbastanza) e tentativi bellini (ma non abbastanza). Guardo afflitto la mia ragazza e penso “ecco a cosa l’ho costretta: un fidanzato che guarda Sanremo e non sa usare il microonde”. Ma io non guardo Sanremo, io lo vivo. E questa edera mi cresce addosso avvinta come Nilla Pizzi quando a Sanremo arrivò prima, seconda e terza. Col senso del dovere dei tesserati alla bocciofila, lo guardo tutto. Mi perdo Carnevale con Iginio Massari e la maratona del Contadino cerca moglie, ma lo guardo tutto.  Le cose da dire sono talmente poche che, pur avendo tanta buona volontà, mi costringo ai sottoparagrafi. Eccone 6 da leggere in ordine sparso.

Alchimie di Rai Uno. Oggi la parola da indovinare all’Eredità era “chiesa” e proprio chiesa sembra il tema conduttore della serata: Fiorella Mannoia canta l’inno del Giubileo, Al Bano sembra Don Orazio, Maria (che non a caso si chiama come Nostra Signora) parla quasi solo di Croce Rossa. La dolcissima De Filippi è bella e emozionata, parla come parlo io al banco gastronomia della Coop, che per chiedere due melanzane sott’olio faccio: “Salve… Io volevo, voglio… Ehm… due, tre… Io… Salve”. In almeno tre momenti prende il via e assume il classico tono da C’è posta per te, quando legge dentro di te e rivela al mondo verità che il mondo ancora non conosce.

Pubblicità. Le pubblicità sono talmente tante che posso bere tranquillamente acqua e citrosodina senza temere di non avere il tempo di correre in bagno. Per almeno sette volte, Valeria Mazza imperversa: “Non ho più vent’anni, non si vede?”; Vale’, fidate: sei carina, ma se vede. Tutte le peggiori fiction di Rai Uno vengono sfoderate in un unico brillio: una con Loretta Goggi che urla ai fantasmi, una con Beppe Fiorello che, guarda un po’, fa il solito buono schiacciato dalle fatiche del mondo. Tim fa sentire con un lungo spot la Minona nazionale che parla e poi canta: sono così emozionato che quasi li perdono per le centinaia di messaggi di cui mi sommergono. Finalmente, una botta di adrenalina coi reggiseni di Yamamay.

Ospiti. Tiziano Ferro c’avrebbe un singolo nuovo da presentare anche se Sanremo ci fosse ogni tre settimane; canta, se la scoatta, alita vicino a Carmen Consoli, lancia il tour e sicuro torna l’anno prossimo. Per la gioia di tutte le donne di mezza età, arriva Roul Bova, la Mummia 2; penso che abbia la giacca di Cannavacciuolo, perché gli sta lunga e larga.  Insieme al picco di zuccheri da frappe arriva Ricky Martin, figo, ma su quel genere continuo a preferire i Ricchi e Poveri.

Risate. Rare, faticose, con l’affanno dei fumatori seriali; forse è solo tosse. Battute sull’abbronzatura di Carlo Conti: infinite, estenuanti. Anche con Crozza, si ride moderatamente. Se qualcuno si era illuso di divertirsi un po’ con la Cortellesi, deve ricredersi subito: lei ormai non perde occasione per mostrare che ha preso lezioni di canto, in modo che tutti dicano “Sa fare proprio tutto, quella lì”; è il classico momento in cui rimpiango una sana Wilma de Angelis, che magari non sa fare quasi nulla, ma un attimo di buon umore te lo regala. I Clean Bandit non so commentarli, perché è quasi l’una e l’imitatore di Bob Dylan ha scatenato una fase di aggressività verso me stesso.

Canzoni in gara. Niente è bello come i capelli di Ron (con gli occhiali nuovi, tra l’altro, i parallelismi con la Mondaini si sprecano) e niente è brutto quanto il vestito di Giusy Ferreri. Si ascoltano con cupezza canzoni stressanti e flaccide; salvo tre, massimo quattro e mi scopro a pensare (ma sono quei pensieri orribili della parte peggiore di te, come quando sei per caso d’accordo con la Lega) che forse mi compro il cd di Fabio Rovazzi.

Extra. La storta di Maria è un momento di poesia (come quando si è nascosta dietro i pallavolisti giganti); Conti ringrazia così tante volte le forze dell’ordine che domattina mi sveglio presto e mi iscrivo al Soccorso Alpino; mi ero ripromesso di non citare nemmeno per scherzo il vestito di Lodovica Comello, ma sto raschiando il barile; irrimediabile voglia che qualcuno urli: “Maria, togli la busta”.

Se il Cielo mi è vicino, la puntata finisce, timbro il cartellino e cerco di dormire un sonno privo di sogni su Vessicchio. Per tornare fresco e puro a lamentarmi, commentare, ringraziare le Forze dell’ordine.

– Walter Farnetti –

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