Artisti più influenti della Danimarca

Nella nostra settimana danese non poteva mancare la parte dedicata agli artisti più influenti della Danimarca e in questo caso mi sono concessa il piacere di iniziare da nome femminile, ovvero Anna Ancher, considerata uno dei più grandi esponenti danesi in virtù della sua abilità di pittrice di carattere e colorista. La sua produzione ha trovato espressione nell’ arte moderna nordica, un passo avanti verso una rappresentazione più veritiera della realtà, ad esempio Anne in Blu (1882). Ancher preferisce dipingere interni e temi semplici della vita quotidiana, in particolare di quella di pescatori, donne e bambini, con una ricerca attenta alla luce e al colore, come in Interno con Clematis (1913). Per le sue opera è stata premiata con la medaglia delle Arti nel 1913 e la Tagea Rejselegat Brandt nel 1924.

Abbiamo poi l’arte erotica di Gerda Wegener, che avrete sentito anche solo nel film Danish Girl, dove la Vikander ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Le piace elaborare ritratti eccentrici e non passa molto tempo prima che le signore dell’alta società facciano a gara per avere il proprio ritratto dipinto da lei. Come musa si ispirava al marito, che vestiva le vesti da donna, prima per aiutarla, poi per presa di coscienza della propria felicità interiore. Il successo della pittrice giunge al culmine durante l’Esposizione delle Arti Decorative del 1925 e se i danesi la snobbano, sono i francesi ad invitarla ad esporre, vincendo così la medaglia di bronzo, d’argento e d’oro – tutte allo stesso tempo. In seguito gli intrighi sentimentale tra le due, l’intervento finale di Einar, ormai ‘Lili’ Elbe che la portò alla morte, e un drastico calo del lavoro portarono l’artista ad un lento declino, rimanendo però ancora oggi un nome altisonante nella cultura della tradizione danese.

Come ultimo artista da celebrare ho scelto Vilhelm Hammershøi, per l’enigma intrigante dentro il suo lavoro. Il pittore, infatti, ha come musa la moglie, ma sempre ritratta di spalle in interni disadorni. Si fa notare di certo per questa caratteristica, che fa sembrare a chi osserva quasi di entrare in un momento privato, in un attimo di normalità della persona, quasi come se la si potessi in qualche modo disturbare. Le tonalità sono sempre quelle: chiarori alternati a pozze d’ombra, pochissimi oggetti, un silenzio pittorico indecifrabile. C’è qualcosa di malinconico in questi lavori, qualcosa che turba e al tempo stesso fa riflettere, come a preoccuparsi delle espressioni di quella donna di spalle, intenta in chissà quale pensiero.

– Lidia Marino –

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