Archive 81: la recensione

Cosa succederebbe se un podcast diventasse una serie televisiva? È ciò che è accaduto ad Archive 81: la recensione del nuovo prodotto horror di Netflix è qui, ed è senza spoiler.

Partiamo dall’inizio. Tutti bene o male sappiamo cos’è un podcast – rubrica audio dedicata a vari argomenti – tuttavia sono ancora relativamente pochi i prodotti che si avvalgono di questa formula per raccontare una storia di finzione. A livello amatoriale, su Spotify possiamo trovare i radiodrammi di Gioca Mistero, associazione teatrale nata in Toscana, mentre su YouTube la parte sonora è integrata da immagini in The Midnight Hour di Paranormal Zone. Negli ultimi anni alcuni podcast raccolgono un tale favore da essere trasposti in serie o documentari, come in Italia è accaduto per Veleno, l’inchiesta firmata da Pablo Trincia che è disponibile su Amazon Prime con integrazioni e nuove scoperte.

Anche Archive 81 nasce come podcast a cura di Dead Signals, nome dietro cui si celano i creatori Marc Sollinger e Daniel Powell, ed è tuttora rintracciabile su Spotify. Nel 2020, Netflix ha acquistato i diritti per trasformarlo in una serie televisiva, che però si distingue dal caso di Veleno poiché si tratta di un’opera di finzione e non di true crime; in altre parole, ha molti più punti in comune con The Midnight Hour – molti più di quanti immaginati all’inizio.

La serie è stata prodotta dalla Atomic Monster Productions di James Wan, che ha in programma per il settembre del corrente anno la trasposizione del secondo romanzo di Stephen King, Salem’s Lot, e che ha dato vita anche a un prodotto di scarso valore come la serie televisiva So cos’hai fatto del 2021. Il rimaneggiamento della sceneggiatura è stato affidato a Paul Harris Boardman, che si era occupato anche della scrittura de L’Esorcismo di Emily Rose, mentre alla regia c’era Rebecca Thomas, che ha sì partecipato a Stranger Things, ma per dirigere l’episodio meno amato in assoluto, The Lost Sister (stagione due, episodio sette). In conclusione, quindi, abbiamo nomi importanti con prodotti di qualità e qualche scivolone, perciò un risultato positivo non era del tutto certo.

A visione conclusa, posso affermarlo: la qualità c’è e si vede, come si vedono la commistione di generi – horror e fantascienza – e la citazione continua ad altre opere, che avviene attraverso il dubbio innescato nello spettatore. Qual è, si chiede infatti il pubblico, il mistero nascosto? Ci sono mondi alternativi come suggerisce il titolo italiano (Archive 81 – Universi Paralleli)? Ci sono gli alieni, come viene subito da pensare osservando il riflesso che il protagonista scorge nel video fin dal primo episodio? Ci sono viaggi nel tempo? C’è, infine, una spiegazione logica per le assurdità che avvengono nel palazzo, come ad esempio una muffa nociva? Dalla già citata Stranger Things a Dark, passando anche per Hill House e senza disdegnare palesi riferimenti a Rosemary’s Baby, la serie si ingarbuglia e districa nel giro di otto puntate, promettendo però una seconda stagione – lo stesso podcast è giunto alla terza stagione.

La trama segue due chiare linee temporali, aggiungendone in seguito un altro paio, ma senza generare confusione nello spettatore: tutto viene raccontato attraverso delle videocassette. Il protagonista Dan, infatti, lavora in un museo come restauratore di vecchie cassette e ottiene così un’offerta per una serie di video salvati dall’incendio del Condominio Visser, avvenuto nel 1994, venticinque anni prima della sua linea temporale; otterrà centomila dollari, ma dovrà lavorare in un luogo isolato, senza internet e con scarsa linea telefonica. Lo stesso Dan capisce che c’è qualcosa sotto, però analizzando il primo video ha notato un particolare che sembra ricondurre alla sua vita privata e decide di indagare, aiutato a distanza dall’amico Mark, conduttore di un podcast sul paranormale.

Le videocassette da restaurare sono frutto di un’inchiesta, ancora non editate, condotta dalla dottoranda Melody Pendras all’interno del Condominio Visser; il suo lavoro consiste nel porre interviste agli inquilini del palazzo, caratterizzati all’eccesso, a volte in maniera quasi caricaturale – come Cassandra, che quando guarda in macchina ricorda la Grace Zabriskie tanto cara a Lynch. Man mano che si addentrerà nella visione dei filmati, Dan scoprirà come Melody inquietanti particolari sulla vita dei suoi vicini di casa.

I protagonisti sono portati in scena da Mamoudou Athie e Dina Shihabi, e il solo volto noto agli spettatori di Netflix è quello di Mark, interpretato da Matt McGorry (Orange is the New Black, How to Get Away with Murder); il risultato è comunque buono, soprattutto grazie alla espressività di Shihabi. La serie si basa su contrasti, evidenziati anche dagli stessi protagonisti. Ad esempio, già sul piano visivo, Melody e la sua amica Anabelle appaiono complementari: l’una veste di colori freddi, l’altra predilige i caldi; la prima è riflessiva, guarda il mondo attraverso la lente della telecamera, mentre la seconda è impulsiva e passionale. Altro contrasto è quello tra lo scettico Dan e l’amico Mark, che si occupa di paranormale pur non affermando con certezza l’esistenza di fenomeni al di fuori della conoscenza umana. Nel corso della storia sarà Dan a dover convincere Mark di non essere sul punto di impazzire, e che ci sia davvero qualcosa – una cospirazione o un’entità paranormale – che è invischiata nel passato di Melody e della famiglia ormai deceduta del protagonista maschile.

La trasposizione da podcast a serie televisiva è dunque ben riuscita e possiamo sperare in una seconda stagione, che promette di risolvere gli interrogativi ancora aperti.

– Sara Carucci –

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