Woman, il documentario sulla forza delle donne

A quattr’anni dall’esplorazione del concetto di umanità nel documentario Human, Anastasia Mikova e Yann Arthus-Bertrand, lei giornalista ucraina, lui fotografo francese, si cimentano nell’indagine del femminile in un film corale, presentato fuori concorso a Venezia 76, in cui circa duemila donne, provenienti da nazioni e culture differenti, contribuiscono attivamente alla narrazione del sé e dell’essere donna nel nostro mondo.

La carrellata di testimonianze, raccolte tra il 2012 e il 2014, attraversa il misterioso e complesso universo femminile, tentando di accostare il concetto universale di donna e il suo significato alle sue diversificazioni a seconda della cultura d’appartenenza, nonché tra donne stesse, dialettica tra universale e particolare che emerge graficamente dalla trasformazione del titolo Woman in Women grazie a una soluzione grafica che permette di fondere le due vocali contemporaneamente. Il montaggio assume una valenza concettuale piuttosto articolata nella sua capacità di originare concetti attraverso lo scontro dialettico tra le immagini, in grado di generare, quasi in una logica ejzenstejniana, una terza inquadratura nella mente dello spettatore, portatrice di messaggi determinati. L’idea di comunanza ma al contempo di differenza emerge proprio dall’accostamento di immagini di donne che, nonostante le diversità culturali, sono affiancate da bisogni, preoccupazioni e desideri comuni o comunque affini: un esempio è l’emblematica prossimità tra il piano di una donna occidentale, colta nel momento in cui si trucca con accessori di make up tradizionali nel nostro contesto socioculturale, seguito da quello di un’aborigena che decora il proprio viso con oggetti che, per la nostra cultura, apparirebbero macabri. Il desiderio del film è quello di creare un grande atlante sulla femminilità, una mappatura che ben si rivela attraverso la carrellata di primi piani di donne, poste di fronte a un muro neutro, che parlano alla macchina da presa, raccontando le proprie esperienza di vita (in alcuni casi forse eccessivamente teatralizzate), escludendo la presenza del soggetto maschile, rievocato attraverso le loro testimonianze (sia nei suoi aspetti costrittivi che nostalgici e amorevoli, come il racconto di una vedova che ricorda, emozionata, il suo amore nei confronti del defunto partner) oppure in estetizzanti inquadrature di insieme.

Il femminile conquista i narratives del proprio io grazie all’esclusione del maschile, non sottostando a rappresentazioni patriarcali che, come sappiamo, sono state ampiamente messe in discussione a partire dalla Femminist Film Theory degli anni Settanta, ma ancor prima da pioniere del cinema muto come Germaine Dulac che, in capolavori come La Souriante Madame Beudet o La Coquille et le Clergyman, ha scardinato, con ottica protofemminista, la centralità del piacere visivo e sessuale maschile, a vantaggio del protagonismo del desiderio femminile. Woman attraversa tematiche più disparate, dal femminicidio alla disparità di genere, dalla maternità al matrimonio, passando per la sessualità femminile e le dinamiche del desiderio, fornendo un ritratto articolato ed eterogeneo delle difficoltà dell’essere donna, in cui le protagoniste esprimono i propri dolori e i propri bisogni, adottando un linguaggio che alterna momenti di grande intensità emotiva (si pensi al racconto delle spose bambine o delle vittime di violenza domestica) a episodi più divertenti e imbarazzanti, soprattutto nel ripercorrere le proprie esperienze sessuali e la ricerca del piacere. Le testimonianze scavano a fondo nel concetto di femminilità per ricercare il significato della donna al di là dei ruoli definiti da una società patriarcale, inerenti al matrimonio e alla maternità, nonché all’ethos vittoriano di purezza e domesticità, aspetti già scardinati dal cinema documentario di cineaste come Michelle Citron e Alina Marazzi che, attraverso il rimontaggio dei propri home movies, si sono interrogate sui sogni, le ambizioni e le necessità (anche sessuali) delle proprie madri, osservandole attraverso un nuovo punto di vista: quello di donna, prima ancora di moglie e di madre. Nel momento in cui si rompono gli etichettamenti codificati dalla società, di conseguenza l’indagine della donna si articola attraverso l’esplorazione dei suoi desideri sessuali che, sin dal cinema muto, sono alla ricerca di una propria valorizzazione e una propria identità al di fuori di uno sguardo fallocentrico, si pensi a un caposaldo come Lois Weber, in particolare al suo Where Are My Children?, uno dei primi film a mettere in scena il rifiuto della maternità e, di conseguenza, l’accettazione della sessualità come mera ricerca del piacere, non a fini procreativi. Il racconto delle donne in merito alla proprie esperienze sessuali risulta di una potenza emblematica, vista la rottura di ogni tabu che prevede una demarcazione tra un soggetto maschile per cui è lecito parlare di sesso e delle proprie esperienze (elevate fallocentricamente come segno di una virilità di cui vantarsi) e un soggetto femminile a cui è negato per sfuggire dall’accusa di poco di buono (rispettando il principio di castità e purezza, di cui la donna deve essere portatrice). Durante le interviste, scherzano sulle proprie esperienze, ridicolizzando il maschile (si pensi alla giovane che ironizza sulle scarse misure del suo primo ragazzo), oppure specificando quanto, in determinati contesti, il piacere femminile sia totalmente ignorato, a vantaggio del soddisfacimento maschile, come nel caso di donne mature che affermano di aver conosciuto molto tardi l’orgasmo e di aver praticato per gran parte della loro vita un’attività sessuale assolutamente priva di piacere.

In realtà, se il progetto è finalizzato a mettere in scena un discorso articolato ed eterogeneo, con dinamiche inclusive e universali, la trattazione si ritorce contro se stessa a causa di una mancanza poco perdonabile, soprattutto per il periodo che stiamo affrontando, con tutte le sue sfaccettature discriminatorie: l’assenza dell’omosessualità e della disforia di genere, relegata solamente al brevissimo intervento di Vladimir Luxuria che specifica come la femminilità sia un regalo che, in quanto negatole dalla natura, ha dovuto conquistare da sé. Se grandi cineaste femministe come Chantal Akerman hanno tentato, in passato, di legittimare dei modelli alternativi alla femminilità eterosessuale (si pensi al suo capolavoro Je, tu, il, elle ma anche al cinema lesbico di registe come Barbara Hammer), nel documentario in questione sembra quasi che continui a persistere una reticenza nel prestare attenzione su questi aspetti, coprendosi dietro la falsata immagine di inclusività data dalla fugace apparizione della Luxuria, ma che finisce per riproporre un modello eteronormativo che, proprio nel suo mito di universalità, finisce con l’essere esclusivo e ampiamente discriminatorio nei confronti di tutte quelle spettatrici che non sono in grado di riscontrarsi all’interno dei modelli messi in scena dal testo, che quindi provvede gravemente alla loro esclusione forzata dal concetto stesso dell’essere donna.

– Leonardo Magnante –

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