Vizi culinari dei grandi dittatori del Novecento

hitlerDue autrici inglesi, Victoria Clark e Melissa Scott hanno avuto la brillante idea di indagare su gusti e vizi culinari dei grandi dittatori del Novecento. Si tratta di personaggi che abbiamo visto in centinaia di foto e documentari, di cui studiamo strategie politiche e rivoluzioni, di cui sappiamo tutto, tranne quello che conta: cosa mangiavano a pranzo?

Dictator’s dinner scoperchia questo abisso: la costante per i dittatori era quella di assicurarsi che il cibo non fosse avvelenato, per questo sacrificavano disgraziati assaggiatori costretti ad assumersi il rischio. Pare che il tiranno romeno Nicolae Ceausescu fuori dal suo paese accettasse solo succhi di verdura da bere con la cannuccia; tra le angosce segrete di Hitler c’era il problema della flatulenza, contro cui lottava con tutti i mezzi; sconfitto, dovette rinunciare per sempre ai suoi adorati piccioni, per accontentarsi di un regime vegetariano. All’opposto il suo compagno di merende, Benito Mussolini, soffriva di stitichezza e il suo patriottismo si rivela falso e becero quando scopriamo che non amava la pasta: ignominia per un italiano vero. Il piatto preferito di Stalin, a rigore, dovevano essere i bambini; in realtà amava organizzare festosi pranzi in cui ci si intratteneva con balli e litrate di vino. A tazze di latte di cammello è cresciuto il dittatore libico Gheddafi, amante dei cibi italiani e del couscous. Da bravo nord coreano Kim II Sung controllava ogni chicco di riso perché fossero tutti delle stesse dimensioni.

Da questa rapida scorsa si evince che non si può pretender senso dello stato da persone che non sanno stare a tavola: ogni democrazia comincia lì, quando ci si passa con solidarietà il cestino del pane.

– Walter Farnetti –

Rispondi