Vita di Edward Hopper, pittore statunitense omaggiato da grandi registi

I grandi registi del cinema hanno, da sempre, omaggiato il mondo dell’arte. L’artista amato in questo caso, dai maestri della paura, è Edward Hopper, pittore statunitense, che Dario Argento ha celebrato nel suo famoso “Profondo Rosso” con il dipinto “Nighthawks” (I nottambuli), realizzato nel 1942, e che Alfred Hitchcock ha onorato nel suo “Psycho” con il dipinto “House by the Railroad” (Casa vicino alla ferrovia), realizzato nel 1925. (In alcuni miei precedenti articoli, sulle curiosità di queste famose pellicole, cerco di spiegare come i registi citati sopra hanno dato vita a questi meravigliosi camei. Dateci un’occhiata!).

Ma chi è Edward Hopper? Edward Hopper nasce a Nyack il 22 luglio del 1882. Hopper distanzia tantissimo la sua arte dalle opere degli artisti, stereotipati, dell’ottocento francese. Edward studia dai realisti e ad un primo sguardo i suoi dipinti appaiono poco innovativi. La sua vita privata appare, quasi, banale e abbastanza noiosa: nasce in una famiglia borghese e moralista, è appassionato di architettura e sogna di diventare architetto navale, anche se i suoi genitori lo spingono a studiare illustrazione per diventare un pubblicitario, un mestiere, all’epoca, economicamente sicuro. Hopper si guadagna da vivere facendo l’illustratore per parecchi anni, ma di quegli stessi anni lascia detto: “L’illustrazione non mi interessava affatto, ero costretto a praticarla nel tentativo di fare un po’ di soldi, quest’è tutto”. Nel 1900 decide di iscriversi alla New York School of Art e diventa allievo dell’impressionista William Merrit Chase e del realista Robert Henri. Finiti gli studi visita l’Europa e si stabilisce, prevalentemente, a Parigi. Ma Edward non è certamente incline allo stile di vita bohème, come racconta nelle lettere indirizzate a sua madre in cui si firma “tuo figlio ed erede” oppure “il tuo figlio maschio”: “Qui non hanno il nostro inverno gelido, i treni e i bus sono sempre in orario, le strade pulitissime” e continua scrivendo: “Chi ho incontrato? Proprio nessuno. Ho sentito parlare di Gertrude Stein, ma non ricordo affatto di aver sentito nominare Picasso. In genere andavo nei café la notte, mi sedevo e osservavo. Sono andato anche un po’ a teatro”. La Ville Lumière con i suoi eccessi, con i suoi bagordi, non lo appassiona: soltanto gli edifici catturano la sua attenzione, Edward è incuriosito dai café, dalla folla, ignora deliberatamente la torre Eiffel, impara il francese e si fa sedurre dalle letture di Verlaine, Rimbaud e Baudelaire. L’artista disprezza Cézanne, ma ammira i paesaggi di Courbet e l’uso della luce di Rembrandt, sostanzialmente ama la tecnica degli impressionisti. Hopper disegna le prostitute, che chiama “le figlie della gioia”, le disegna con sottile e distaccata ironia puritana. Si avvicina al mondo della fotografia, innamorandosi delle suggestioni malinconiche e delle solitarie foto di Eugène Atget. Edward continua a viaggiare e si reca a Londra e in Olanda, resistendo soltanto pochi giorni, il suo scopo è ormai quello di diventare un pittore di successo. Torna in America nel 1907 ma i dipinti creati a Parigi non colpiscono e vengono ignorati in una mostra sugli artisti contemporanei americani “Exhibition of Paintings and Drawings by Contemporary American Artists”.

Nel 1910 è più depresso che mai. Ha nostalgia della Francia e dei temi francesi ma sa che è ormai arrivato il momento di dimenticare l’Europa e di tentare di essere “realmente” americano. Vende il suo primo quadro nel 1913, “Sailing”, per 250$. Subito, euforico, si trasferisce al Greenwich Village, in uno studio enorme e scomodissimo. Tuttavia “Sailing” rimane il suo unico quadro venduto per un intero decennio. Ma non si da per vinto e propone “Soir Bleu”, l’ultimo di tema parigino ma completamente ignorato dal mercato. Inizia allora a produrre incisioni con la tecnica dell’acquaforte: “Non lo so perché ho iniziato, volevo incidere, tutto qua.” Le incisioni sorprendentemente vendono molto di più dei suoi dipinti. All’età di quaranta anni incontra Josephine Verstille Nivison, chiamata da lui Jo. I due condividono la passione per il francese, si recitano romanticamente poesie di Verlaine e si ispirano a vicenda nella pittura entrando, così, in competizione. Agli occhi del mondo la coppia appare diversissima: lui è alto e imponente, lei è bassa e piccolina. Lei gregaria, socievole e aperta, lui è timido, introspettivo, taciturno e poco socievole. Jo viene invitata a mostrare degli acquerelli dal Brooklyn Museum e suggerisce ai curatori di guardare anche il lavoro del suo Edward. I critici amano le opere del suo marito, e ignorano lei, tanto da comprare un suo quadro. Ovviamente Hopper nega, con forza, che la sua Jo abbia avuto un ruolo nel suo riconoscimento. La coppia intanto vive nello studio di Hopper e si sposa nel 1924. Durante un litigio la donna chiede al suo sposo: “Perché mi hai sposata? Dimmi tre ragioni” lui secco le risponde: “Hai i capelli ricci. Sai un po’ di francese. Sei orfana”. È il talento di Josephine che indispettisce Edward: il pittore si mostra sempre sprezzante verso i quadri della moglie, arrivando a vietarle l’uso dell’auto per evitare che trovi belle scene da dipingere. Jo è insoddisfatta ma, allo stesso tempo, lo difende energicamente dalle critiche soffrendo, tuttavia, del suo carattere chiuso e isolato. Una vita di coppia che Jo annota nei suoi diari e in cui tiene conto sia dei quadri che delle vendita di suo marito. Nel 1925 Hopper è un pittore affermato e il Whitney Museum ed il Metropolitan Museum comprano le sue opere per migliaia di dollari. Nel 1933 il MoMa gli dedica la prima retrospettiva, che mina un po’ la sua, già scarsa, sicurezza. Jo posa spessissimo per i suoi dipinti e dopo aver posato per un ritratto, la donna appunta nel suo diario: “una triste esperienza. Mi fa sembrare una creatura pesante e ciondolante, come se avessi bevuto. Anche Edward pensa che non mi somigli affatto, ma proprio non riesce a dipingermi per come sono, non ne ha la capacità”. Al ritorno da un viaggio in Messico, Edward e Jo si uniscono a un gruppo di pittori che protesta contro l’egemonia dell’astrattismo e punta a difendere la pittura realista. Nasce, quindi, la rivista “Reality”: una scusa, perfetta, per l’assenza di tele del pittore che, ormai, non ha nuove idee e che vede i suoi amici morire di vecchiaia.

Il suo ultimo dipinto è “Two comedians” ed Edward ha 83 anni. Muore nel 1967 nel suo studio di New York. Josephine sopravvive solo 10 mesi dopo la sua morte. Tutte le sue opere vengono donate al Whitney Museum.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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