I “vincitori perdenti” degli Emmy Awards 2017

Nonostante i Primetimes Creative Arts Emmy Awards e le numerose candidature avessero porto la vittoria su un piatto d’argento a Stranger Things e Westworld, la cerimonia di domenica notte ha costretto a riconsiderare le citate serie televisive come i “vincitori perdenti” degli Emmy Awards 2017. Nessun altro premio per le due pregiate opere Netflix e HBO, mentre Big Little Lies si è aggiudicata la metà delle vittorie per cui era stata candidata e The Handmaid’s Tale ben otto su tredici.

Un brutto colpo per i fan del drama anni Ottanta con Winona Ryder e un sorriso amaro per la HBO, che con le sette stagioni già annunciate di Westworld lo aveva implicitamente presentato come il successore de Il Trono di Spade, la cui fine è prevista per il 2019, e aveva forse considerato Big Little Lies come la possibilità di ottenere comunque qualche premio minore. Al contrario le atmosfere cupe di Stranger Things non hanno conquistato la giuria, né lo hanno fatto la recitazione di Anthony Hopkins o la sceneggiatura intricata di Westworld.

Ma i vincitori degli Emmy Awards valgono veramente meno dei “vincitori perdenti”? Di certo ciò non è per Big Little Lies, miniserie HBO tratta dal libro di Liane Moriarty e incentrata sul dramma della violenza domestica, attraverso gli sguardi di alcune mamme preoccupata da atti di bullismo avvenuti a scuola; la vicenda parte da un flashforward che preannuncia un omicidio la cui vittima verrà rivelata soltanto nel season finale e meritatissimi sono i due premi vinti da Nicole Kidman e Alexander Skarsgård, che hanno dimostrato di avere una forte chimica sullo schermo. Un riconoscimento è stato ottenuto anche per il lavoro dell’attrice lynchiana Laura Dern, per la regia di Vallée e per la serie nel suo complesso, che ottiene senza problemi anche l’Emmy come Miglior miniserie 2017. A bocca asciutta rimane invece Feud, interpretata dalle mirabolanti Jessica Lange e Susan Sarandon, entrambe candidate, e diretta da Ryan Murphy.

Veep detiene ancora il primato come serie comedy, mentre quasi l’intero plauso della giuria per le serie drama va a The Handmaid’s Tale, tratto anche esso da un romanzo. In un mondo che ha perso la possibilità di riprodursi, le poche donne ancora fertili sono state reclutate contro la loro volontà come “ancelle”, amanti costrette a dare un erede agli uomini più influenti degli Stati Uniti; umiliate e segregate in casa per la maggiore parte del tempo, le ancelle non vogliono più reggere il gioco dei potenti, mirando piuttosto a riconquistare la propria libertà. Se la serie ha surclassato senza problemi opere di successo come This Is Us o The Crown, riconoscendo anche il lavoro da guest star compiuto da Alexis Bledel in un ruolo molto diverso dalla studiosa Rory Gilmore, stupisce in parte il premio come Miglior attrice protagonista assegnato a Elisabeth Moss, che tuttavia ha saputo sfruttare abilmente i numerosi primi piani che hanno caratterizzato la sua Offred, e spiazza quello di Non protagonista ad Ann Dowd, interprete di zia Lydia: dopo anni Uzo Aduba cede il posto a un’altra attrice, ma non si tratta della giovanissima Millie Bobby Brown, né della Thandie Newton di Westworld e nemmeno di Samira Wiley, proveniente dallo stesso show della Dowd.

Le vere vincitrici sono in realtà le nuove produzioni: delle serie televisive presentate ai Primetimes Emmy, soltanto Veep e poche altre hanno alle spalle diverse stagioni o registi già affermati nel piccolo schermo come Murphy, mentre si susseguono titoli esordienti che spesso portano con sé attori e registi del grande schermo come Evan Rachel Wood, Reese Witherspoon e Jonathan Nolan. Mentre il cinema si dedica alle saghe e la televisione propone sequel di classici degli scorsi venti anni, nuove serie tv hanno la possibilità di debuttare e ottenere grandi riconoscimenti, non solo da parte del pubblico.

– Sara Carucci –

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