Van Gogh Sulla soglia dell’Eternità

C’era una volta, in un reame lontano, un principe triste. Un giorno il principe cominciò a sentire delle voci nella sua testa e decise di donarle al mondo con l’aiuto delle proprie tele e dei propri pennelli. Il nome del principe misterioso? Ebbene, il suo nome altro non è che Vincent Van Gogh.

È l’attore Willem Dafoe con il regista e pittore Julian Schnabel a portare sul grande schermo, durante il mese di gennaio, il mito dell’artista con la pellicola dal titolo in italiano: Van Gogh – Sulla soglia dell’eternitàAt Eternity’s Gate, titolo originale del film, è stato presentato alla 75a edizione del Festival di Venezia e ha conquistato la platea per la capacità di raccontare la vita totalmente votata all’arte del suo protagonista. L’intento del regista, celebre pittore degli anni Ottanta che negli anni Novanta comincia a dedicarsi all’arte del cinema con il suo primo film Basquiat, è quello di raccontare l’animo tormentato di un giovane pittore di 37 anni e dei suoi ultimi giorni vissuti all’interno di un ospedale psichiatrico.

Dafoe, attore candidato ai Golden Globes 2019 nella categoria “miglior attore in un film drammatico”, con i suoi 63 anni, veste in maniera sorprendente i panni del giovane pittore olandese. Julian Schnabel mostra, nel proprio film, il lato fragile di un uomo insofferente al grigio cielo della bella Parigi. Un uomo che desidera solo vivere della propria arte e che sogna, ardentemente, di essere baciato dal sole, ma non solo sulla pelle anche nelle pieghe nascoste della propria anima. Un sogno che diventa realtà dopo essersi trasferito ad Arles, nel sud della Francia, luogo in cui trova, finalmente, un tangibile contatto con la forza della natura.

Ma anche qui, Vincent è turbato da incalzanti nevrosi e dall’ostilità degli uomini che lo circondano, uomini che non capiscono la febbre dell’arte e la passione dei suoi colori. Tuttavia la propria arte si nutre dei suoi tormenti, delle nevrosi che sfociano, inevitabilmente, nel rapporto con il proprio collega Paul Gauguin, interpretato da Oscar Isaac, e nell’affetto viscerale per il fratello Theo, interpretato da Rupert Friend.

Un animo fragile che Willem Dafoe per il proprio regista ha saputo magistralmente interpretare: “Quando è morto, Van Gogh aveva 37 anni. Willem ne ha 63, ma Van Gogh a 37 anni era un uomo già malridotto e devastato mentre Willem è in gran forma. È stato un ruolo molto faticoso da interpretare, eppure Willem è stato assolutamente capace di fare tutte le cose difficili e ardue che faceva Van Gogh, come arrampicarsi e inerpicarsi per arrivare a vedere il panorama dal punto che aveva scelto.”

Un film che, come ho detto sopra, racconta una favola triste ma dolorosamente autentica. Una pellicola a cui il proprio regista dedica poche ma efficaci parole: “Un film sulla pittura e un pittore, e su loro rapporto con l’infinito. Non è una storia ufficiale, ma la mia versione di quelli che considero i momenti essenziali della vita di Van Gogh”.

Buona visione a tutti!

– Giuseppina Serafina Marzocca –

 

 

 

 

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