Uta von Ballenstedt, meglio nota come Grimilde

1Tanto tempo fa in una terra lontana, lontana viveva una bella principessa triste che il mondo delle fiabe, con la sua penna magica, ha trasformato nella perfida strega cattiva. Uta von Ballenstedt, più nota come Uta di Naumburg, è una piccola e bella principessa che nasce intorno all’anno 1000. Di famiglia aristocratica sposa nel 1026, all’età di ventisei anni per motivi politici, Eccardo II, quarantunenne margravio di Meissen, e si trasferisce nel suo castello di Albrechtsburgper vivere felice e contenta. Della vita della nostra protagonista si sa veramente poco. La sua era una famiglia aristocratica, di origine polacca, gli “Askani di Ballenstedt”. Negli anni del suo matrimonio, la bella Uta, si ritrova protagonista di un processo per stregoneria. La donna ne esce vincitrice, ma l’infamia provoca nell’animo del suo austero consorte una ferita vergogna e imbarazzante. Gli sposi, durante la loro vita insieme, non avranno figli e Eccardo, ultimo degli Ekkehardinger, alla loro morte, a Meissen nel 1046 a causa di un’epidemia, lascerà a malincuore il margraviato a Guglielmo III di Weimar. I coniugi verranno sepolti insieme nella cattedrale di Naumburg accanto agli antenati di lui. Le poche notizie arrivate a noi su Uta sono tutte legate al suo ruolo di moglie devota e obbediente.

2Ma la celebrità le è portata in dono anni dopo la sua morte dal Maestro di Naumburg. L’uomo, operante nel cantiere del duomo gotico tra il 1250 e il 1260, realizza nel coro, in arenaria, dodici statue dei margravi, tra cui spiccano quelle di Uta e del suo sposo. Grazie a questo piccolo dono, che è solo l’inizio della sua “consacrazione”, Uta diventa la donna più venerata della Germania. Uta è bella e forse non è la moglie devota che il mondo della storia ha voluto farci credere. La statua, nella sua compostezza, appare visibilmente distaccata da quella di Eccardo, come forse lo era dalla sua vita, divisi inevitabilmente dalla sua spada e dal suo scudo. Lui è robusto, col volto appesantito dal doppio mento e da lunghi riccioli che sfuggono dalla berretta. Mostra con orgoglio lo scudo raffigurante il suo emblema nobiliare e porta la sua spada con aria fiera, fissando impettito lo scenario davanti a sé. Lei è raffinatissima, altera, è enigmatica e distante. Indossa una veste ornata da un prezioso medaglione e stringe, artiglia con le sue lunghe dita, sotto la sua gola, un pesante mantello dall’ampio bavero, rialzato sulla nuca, che copre completamente il suo corpo. Il volto è racchiuso da un bianco soggolo orlato d’oro, sovrastato da un diadema decorato di gigli. Gli occhi a mandorla, le sopracciglia arcuate, il naso dritto e le labbra appena ravvivate da un’ombra di rosso carminio richiamano nella mente l’immagine dell’eleganza e della raffinatezza. Ma è solo questo che racchiude lo scrigno del nome di questa fanciulla intrappolata tra le vesti abbaglianti di suo marito?

3Nel 1935, in uno studio della Walt Disney, con le scrivanie stracolme di schizzi, piene di libri di fiabe e testi d’arte, si lavora al primo vero film in cartoni animati: “Biancaneve e i sette nani”. È il momento della creazione dei personaggi, quello più faticoso ed esaltante, quello in cui si cercano i modelli per i protagonisti. Betty Boop è la prescelta. Presterà le sue fattezze, addolcite e zuccherate, alla dolce protagonista dalla pelle bianca come la neve e dai capelli color dell’ebano. Intanto si cerca senza sosta la matrigna, la strega, con il nome dalle assonanze wagneriane: Grimilde. Wolfgang Reithermann, figlio di emigranti tedeschi giunti in America nel 1912, dopo aver studiato disegno, grazie ad un fortuito incontro, diventa uno dei grafici che con Walt Disney definisce le tecniche, i soggetti e i bozzetti del film di “Biancaneve”. Ed è lui che consiglia al sommo Walt di dare un’occhiata a questa statua divina. Disney parte nel 1935 per un tour europeo assieme al fratello Roy, durante il quale acquistano più di trecento volumi d’arte e di volumi illustrati per arricchire il loro lungometraggio. Disney rimane abbagliato nel vedere la fotografia della statua: “Era proprio bella, anzi impressionava e quasi raggelava, forse era da pensare a lei come modello per quella che ormai tutti erano d’accordo di chiamare col bel nome tedesco di Grimilde…”. La somiglianza è ineccepibile. È lei che richiama indiscutibilmente l’ego wagneriano del suo “nome”, d’altronde la favola in questione deriva dalle celebri favole dei fratelli Grimm, filologi e studiosi della lingua tedesca, pubblicate nella prima edizione nel 1812. E sulla nave del ritorno, come se non bastasse, la conversazione con una passeggera: Marlene Dietrich, che di donne malvagie se ne intende, afferma con decisione che Grimilde può essere solo Uta, con le sopracciglia folte arcuate e con gli occhi verdi seduttivi e malvagi di Joan Crawford. Ed è qui davanti a noi, nei nostri ricordi di bambino, con i suoi occhi pesantemente truccati, con le sue labbra scarlatte e il suo mantello nero, che interroga il suo specchio magico per confermare a se stessa di essere “la più bella del reame”. Il riscatto di questa donna arriva dal mondo delle fiabe, dal mondo magico che fa sognare i bambini e rende gli adulti un po’ meno grandi. Poco importa se questa donna oggi incarna la crudeltà e la maligna invidia. Uta sarà libera per sempre. Potrà vivere, finalmente.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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