Un tè con Hitchcock – Io ti salverò

 

Nel 1945 Hitchcock dà vita ad un altro piccolo gioiello da videoteca: Spellbound (Io ti salverò nella versione italiana). Alla sua uscita nelle sale cinematografiche una nuova fetta di pubblico, seguace delle ben note manie hitchcockiane, viene immediatamente conquistata.
Trattasi di 105 minuti di un nuovo capolavoro in black-and-white che vede sul grande schermo il duo formato da Ingrid Bergman e Gregory Peck, entrambi allora giovani astri nascenti della Hollywood d’oro che sarebbero presto stati nuovamente diretti dallo stesso Hitch, rispettivamente la Bergman in Notorious solo un anno più tardi e Peck in Il Caso Paradine nel 1947.

Trama

La psichiatra Constance Petersen (Bergman) lavora a Green Manors, una clinica rinomata per la cura delle malattie mentali, il cui direttore sta per mettersi in congedo anticipato a causa di un brutto esaurimento nervoso. Il suo posto verrà preso da un altro famoso psichiatra, il dottor Anthony Edwardes (Peck) il quale, giovane e tenebroso, giunge alla clinica suscitando da subito dubbi ed interrogativi tra i suoi colleghi medici: qualcuno se lo immaginava molto più anziano, qualcun altro non riesce ad inquadrarne l’indole, all’apparenza enigmatica ed insondabile.
Il carattere introverso di Anthony, tuttavia, rapisce l’imperturbabile Constance, solitamente ligia al dovere e poco incline alle distrazioni, che si innamora di lui perdutamente.
Le stranezze che accompagnano la quotidianità del dott. Edwardes ormai non possono più passare inosservate, nemmeno agli occhi della sua giovane amante che nota, ad esempio, una sua singolare fobia per le linee scure su sfondo bianco che lo porta quasi a perdere i sensi.
Alle paure che lo atterriscono, si scoprirà ben presto, fa da sfondo una verità che fatica a venire a galla: Anthony è davvero Anthony?
Il suo passato sembra celarsi sotto una coltre di ricordi sbiaditi e di verità nascoste che premono proprio sulle psiche dell’uomo per svelarsi.
La sua neonata storia d’amore potrebbe aiutarlo a fuggire da sé stesso ritrovando finalmente la pace perduta.

Le sequenze oniriche

La particolarità visiva di questa pellicola è da ricercare senz’altro nella realizzazione delle “sequenze oniriche” e di tutte quelle porzioni di trama in cui viene rappresentato lo stato mentale del protagonista: pensiamo, ad esempio, alla realizzazione del momento in cui si manifesta la sua fobia per le linee scure o delle visioni distorte nella sua mente quando gli fa visita un suo incubo ricorrente.
Il regista si rifiutò categoricamente di ricorrere alle solite tecniche già viste e riviste, come quella della nebbia leggera che avvolge i contorni e volle osare molto di più, ricorrendo all’uso di fotogrammi ben definiti i cui contorni netti colpissero l’occhio dello spettatore incutendo la giusta dose di smarrimento e timore, molto più della mera sequenza tremolante e sfumata.
Per poter realizzare ciò, Hitch ricorse all’arte di Salvador Dalì e Giorgio De Chirico, le cui opere avevano esattamente quell’aspetto, lineare e trascendentale allo stesso tempo, a cui il regista ambiva.

Faida tra produttore e regista

Una forte discussione nacque nel corso della lavorazione tra Hitchcock ed il produttore David O. Selznick. Questi voleva infatti che venisse realizzato un film sulla base della sua stessa conoscenza nel campo della psicoanalisi: per poter far ciò egli si faceva accompagnare ogni giorno sul set dalla sua psicanalista, una donna piuttosto invadente che ebbe continui scontri con il regista.
Hitch, da parte sua, voleva ad ogni costo sfruttare le rappresentazioni per lui realizzate da Salvador Dalì per le sequenze oniriche: alla fine, non tutti i disegni dell’artista spagnolo furono utilizzati e di alcune sequenze, di rara bellezza, oggi non vi è più alcune traccia.
Il film tratta il tema della psicoanalisi forse non in maniera del tutto canonica ma riesce lo stesso a sortire gli effetti sperati sul pubblico: sia i sogni che le allucinazioni di Anthony Edwardes appaiono inquietanti e persino disturbanti in alcuni frangenti.
Vale la pena dare una chance a questo piccolo capolavoro tutt’oggi poco conosciuto.
Incredibile il plot-twist sul finale.

Voto = 7,5/10

– Myriam Guglielmetti –

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