Umberto Eco: ci ha lasciati un vero mito.

1Ci ha lasciati un vero mito. Uno di quelli veri; miti viventi, capaci di donare al mondo qualcosa di nuovo, di interessante, di vivo; capace di cambiare qualcosa nel campo della cultura. Non è il caso di ripetere chi fosse Umberto Eco: filosofo, narratore di grande talento e ricercatore attento. Non è il caso di ripetere che abbia scritto uno fra i più intelligenti ed esaltanti romanzi italiani di sempre, Il nome della rosa (Bompiani, 1980), da cui è stato tratto uno dei più bei film thriller in costume di ogni tempo, con uno Sean Connery in stato di grazia. Umberto Eco è sulla bocca di tutti coloro che amano o abbiano mai amato leggere. Lo si può apprezzare o no, si può condividere o no il suo stile “pesante” o la sua poetica, ma è stato e rimane un autore rivoluzionario.

Dietro il narratore geniale c’era però uno studioso straordinario; la grande storia dei due frati detective che devono trovare un serial killer nella desolante cornice di un’abbazia fra le Alpi era soltanto il “passatempo” di un docente universitario che donò agli studi umanistici una nuova branca, la semiotica (studio dei segni) e che aiutò la nascita delle scienze della comunicazione per come la conosciamo oggi. Fu tutto un prodotto degli anni ’60/’70; Eco ed altri riuscirono a far capire alle istituzioni accademiche che non solo la letteratura “alta”, ma anche la pubblicità, il cinema, il fumetto dovevano essere studiati. E come farlo? Smontando le varie “opere”, come fossero state macchine dal complesso motore, per vedere cosa ci fosse dentro esse. Perché una pubblicità ci colpisce? Perché è un insieme di “segni” che compongono un messaggio che colpisce chi la guarda. Ed un fumetto? Come funziona un fumetto? Ed un film?

2Eco fece capire al mondo intero che non sarebbe stato più possibile tentare di fare cultura semplicemente sciorinando date, aneddoti, studi di critici. L’opera andava presa e letta mettendo sulla bilancia ogni suo singolo elemento costitutivo, formale e di contenuto, tentando di dargli un senso specifico e non scontato. Una delle cose più divertenti che abbia mai scritto è, forse, la Fenomenologia di Mike Bongiorno. Prendeva il re della televisione italiana degli anni ’60, il format dei suoi programmi, e spiegava il loro successo facendo ipotesi sul loro rapporto con lo spettatore medio, indagando, sempre con quel pizzico di ironia leggera e appagante per chi leggeva, sulle aspettative dello spettatore nel momento in cui accedeva la televisione per vedere il suo spettacolo preferito. E così nasceva un’analisi che metteva insieme qualche lineamento di psicologia di base, estetica, cultura popolare, per fare qualcosa che l’università italiana non aveva mai fatto: gettare uno sguardo fuori dalle mura delle sue sedi per guardare alla società che la circondava. La rivoluzione copernicana stava tutta qui; nel considerare il mondo in cui viviamo come un immenso libro (facciamo “testo”, va: questa parolina gli andava davvero a genio) da leggere e interpretare, nel lasciare al lettore la possibilità di dare uno o più giudizi utilizzando la ragione a trecentosessanta gradi.

Il punto è dunque uno: quando Umberto Eco scrive l’epica storia di quei due detective che danno la caccia ad un serial killer con, sullo sfondo, la spettrale abbazia, stava invitando il lettore medio a crescere, a sperimentare. Serviva ad esso un succulento banchetto per la sua immaginazione, vi inseriva dentro conoscenza, riflessione morale e gusto per il 3thrilling in dosi uguali e gli diceva: “vai, divertiti”. Il Nome della Rosa è importante perchè vuole insegnarti ad usare la fantasia per analizzare il mondo. Ti invita, in ogni pagina, a destrutturare il testo, ad usare la tua immaginazione per focalizzare le atmosfere tenebrose, a decriptare i complessi discorsi di filosofia e dottrina dei vari personaggi, a ridere di fronte ai tanti modi in cui un autore può riciclare la figura “archetipica” del detective (che di epoca in epoca può essere geniale gentleman vittoriano e poi frate francescano del ‘300). Insegnava ad analizzare le storie e, dunque, a cercare sempre nuovi spunti per inventarne di nostre.

Tanti, stamattina, hanno espresso parole di tristezza e cordoglio per questa perdita. Certo chi scrive non può non condividerle, ma c’è qualcosa che dovrebbe rasserenarci. L’opera di Umberto Eco e le sue idee sono state tanto belle e tanto importanti da averci fatto dei regali essenziali per i prossimi secoli. Ci ha fatto innamorare di nuovo della fantasia, della lettura, del mistero e della scoperta. Ci ha parlato di Storia senza annoiarci (troppo?), ci ha portato in posti splendidi non con la solita “macchina  del tempo”, ma con una macchina  del tempo che era una Chevrolet ultra-accessoriata, permettendoci di goderci al massimo di ogni singolo minuto del viaggio. Adesso che non c’è più sta a noi andare a rileggere quello che ha scritto, sia nella narrativa che nella critica, per migliorarsi un po’ tramite la cultura e l’arte. Io ci voglio provare: forse non ci riuscirò, però so di certo che mi divertirò un mondo.

– Fabio Antinucci – 

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