True crime: crimini sessuali

Siamo ormai giunti alla quarta puntata sul true crime: crimini sessuali non sono ancora stati analizzati, ma lo saranno ora, per ricordare ai lettori che, purtroppo, non è l’omicidio il solo reato a sconvolgere completamente la vita di una persona; a volte, lo stupro e la prostituzione possono rivelarsi peggiori, perché a essere messa alla gogna è proprio la vittima.

Unbelievable (2019)

Marie, una diciottenne che ha passato l’infanzia tra case famiglia e affidamenti, viene aggredita di notte da uno sconosciuto, che la stupra e le scatta delle foto; la ragazza trova immediatamente la forza di denunciare l’accaduto, ma la polizia stenta a crederle, fino a farle dubitare di essersi sognata l’aggressione, e messa alla strette per paura di una denuncia Marie ritratta – salvo poi essere comunque denunciata per avere mentito alla polizia. Questa è sia la storia della protagonista di Unbelievable che della Marie reale, che oggi ha ventotto anni, un marito e due figli.

La storia di Marie fu raccontata nell’inchiesta vincitrice di Pulitzer An Unbelievable Story of Rape, firmata da T.C. Miller e K. Armostrong: la ragazza fu la prima vittima dello stupratore che assalì molte donne, di diversa età e provenienza, tra il 2008 e il 2011 nello stato di Washington e nel Colorado. Il suo nome è Mark Patrick O’Leary, il cui modus operandi è identico a quello di Christopher McCarthy, il suo corrispettivo nella serie televisiva. A svolgere le indagini, incastrare O’Leary e collegare alla vittime la povera Marie furono due detective, Stacy Galbraith ed Edna Hendershot, anche loro proposte con un nome diverso, Karen Duvall e Grace Rassmussen. Alla fine, O’Leary fu condannato a 327 anni e mezzo solo in Colorado e in altri 68 da scontare a Washington.

Apparentemente la vicenda sembra avere avuto un lieto fine, ma O’Leary non fu il solo colpevole: la polizia, al contrario di lui, non venne mai realmente punita. Marie riuscì a ottenere un risarcimento dal comune, ma niente le restituirà quei tre anni in cui si è sentita umiliata, in cui ha dovuto subire gli insulti di chi era stato “davvero” stuprato, ha dovuto cambiare lavoro, ha perso tutte le amicizie. E perché? Perché la sua non è stata “la tipica reazione di una donna violentata”.

Baby (2018-2020)

Può sembrare strano inserire in questa rubrica una serie classificata come teen drama; gli elementi per categorizzarla come tale ci sono, è vero, ma la storia delle due ragazze protagoniste è molto più cruda. Prima di tutto, bisogna pensare a “Chiara” e “Ludovica” come ad adolescenti di quindici e quattordici anni: viene difficile farlo di fronte ad attrici evidentemente più grandi, com’è consueto fin dai tempi di Beverly Hills 90210, ma se le due ragazzine fossero state interpretate da coetanee come è avvenuto in Skins è indubbio che il risultato sarebbe stato molto più sconvolgente e nauseante.

Ancora una volta, nella realtà si colpevolizzarono le vittime, le “baby-squillo”, tanto che ancora oggi è questo il nome con cui la vicenda romana viene ricordata; perfino una testata come Repubblica scrisse “i cosiddetti ‘sfruttatori’ delle ragazze”, parlando degli uomini che abusarono di loro nell’estate del 2013, costringendole a prostituirsi. “Chiara” e “Ludovica” – di cui non conosciamo i veri nomi – iniziarono da sole tra maggio e giugno, fino a quando Mirko Ieni non trasformò le loro azioni in un business: un uomo adulto, consapevole di quanto fosse sbagliato ciò che stavano facendo, ne approfittò e tra agosto e settembre le pagò per avere degli incontri saltuari nelle case o nelle auto dei clienti. I loro annunci erano privi di foto, ma i clienti erano consapevoli della loro età, a giudicare dai messaggi che le ragazze si scambiarono.

Il giro di prostituzione si concluse quando la madre della maggiore, “Chiara”, denunciò i fatti e a prendere la pena maggiore fu proprio Ieni, condannato a sedici anni e otto mesi. Tra i condannati risulta anche il nome della madre di “Ludovica”, a cui furono dati sei anni perché era a conoscenza dell’attività della figlia e, per motivi economici, la spronò a continuare (“Datti da fare, stiamo a corto”). Una ragazzina di quattordici anni.

Baby, che non è un prodotto scadente a livello tecnico, nasce per denunciare l’abuso di due minori, ma inserendo elementi tipici del teen drama e attori ultraventenni non ha smosso a dovere gli spettatori che non conoscevano questa vicenda, che ancora oggi deve essere biasimata.

Nelle prossime due settimane lasciamo invece spazio ad alcuni serial killer, per una serie che ha bisogno di ben più di un articolo per essere descritta. E sapete già di cosa sto parlando.

– Sara Carucci –

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