ToHorror 2019, festival di cinema e cultura del fantastico di Torino

Il ToHorror, famoso festival di cinema e cultura del fantastico di Torino inaugurato nel 1999, svoltosi quest’anno dal 22 al 26 ottobre, rivela due atteggiamenti (quasi) universalmente sposati da cineasti di tutto il mondo nel momento in cui si approcciano con l’horror. In primo luogo, voglio complimentarmi per il coraggio e la dedizione da parte di un festival indipendente che, non godendo del sostegno di alcun fondo pubblico o privato, continua ad andare avanti grazie alla passione del pubblico e degli organizzatori, che permettono una visibilità a pellicole che non sempre trovano una distribuzione in sala o in dvd. Oggi si tende a sostenere (alcune volte troppo frettolosamente) una pessimistica morte del genere a causa dell’assenza di grandi autori in grado di rivoluzionarlo; nonostante la mia difficoltà di sposare completamente un tale atteggiamento nichilista, non posso che leggere le pellicole del festival come una prova del clima mortifero che aleggia sul genere horror, zombie e simulacro di qualcosa che è stato e che è impossibile non rievocare, bloccando il suo processo vitale in un eterno ritorno del medesimo. Il genere sta vivendo un progressivo stato di decomposizione, che diventa materialmente un corpo o da sviscerare e ricomporre attraverso un atteggiamento ludico (la strada dell’ironia) o venerandolo a tal punto di sperare in un calco mimetico dell’originale (la via del culto dell’icona), vie riscontrabili anche in molta produzione contemporanea, al di fuori del festival.

L’ironia

Inizio con il citare la strada dell’ironia perché comprende le due pellicole più originali e stupefacenti del festival, entrambe provenienti dall’Oriente e capaci di rielaborare sapientemente e coscientemente alcuni tropi del genere. L’atteggiamento ludico (mai disimpegnato o fine a se stesso) testimonia quanto l’horror contemporaneo si configuri costantemente come un ectoplasma impossibile da attualizzare in nuove forme autentiche e originali e, soprattutto, non più in grado di spaventare del tutto (salvo rare eccezioni); questo non vuol dire che l’ironia non sia mai appartenuta al genere (si pensi ad autori come Sam Raimi o Wes Craven), ma la potenza con cui queste pellicole si ergono all’interno di questi circuiti indipendenti (si pensi alla vittoria l’anno scorso di One Cut of the Dead, ulteriore horror comedy a tema zombie a dir poco geniale) in cui, in teoria, dovrebbe essere la paura a far da padrona indiscussa, porta inesorabilmente a domandarsi se veramente la contaminazione con la risata abbia le stesse sembianze del passato. Le due perle sono il film d’apertura It Comes di Tetsuya Nakashima, e la horror comedy vincitrice The Odd Family: Zombie on Sale di Lee Min-Jae, entrambe capaci di lavorare sulla comicità e su una componente trash in maniera differente e originale. Il film vincitore trova una propria identità senza mimetizzarsi con il grande campionario di zombie movies e relative commedie, distinguendosi per una comicità mai banale, anche nelle sue forme eccessive, che si dimostrano sempre consapevoli di non eccedere in tentativi macchinosi di creare una risata forzata e artificiosa. Attraverso l’apocalisse scatenata accidentalmente dalla famiglia protagonista per la sua fame di soldi e di ricchezza per riscattarsi dalla sua povertà, il film si dimostra un’esilarante critica al capitalismo e al desiderio incostante dell’uomo di desiderare sempre di più, con echi quasi schopenhaueriani.

Dal mio punto di vista, è la pellicola d’apertura la vera rivelazione del ToHorror, un film che ha attuato su di me una grande resistenza che, come ci insegnano filosofi come Nietzsche o studiosi come Bergala, appartiene alle opere d’arte che maggiormente rimangono incise nel fruitore, spesso a livello inizialmente inconscio. Ancora oggi mi pento per aver dato a It Comes un voto intermedio per il premio del pubblico ma, a mio discolpa, un atteggiamento inizialmente restio è giustificato dall’assenza, rispetto a una horror comedy, di un patto spettatoriale che giustifichi l’ironia e il cattivo gusto; il film ha la stravaganza di presentarsi come un horror soprannaturale a tutti gli effetti, in cui è però immediatamente evidente un’incisività dello stile e della narrazione che vira verso aspetti (apparentemente) opinabili, a partire da dialoghi semplicistici fino a una fotografia eccessivamente patinata (quasi da sitcom televisiva), che, solo a posteriori, sono collocabili in un meccanismo ben congeniato, dove il cattivo gusto e la stravaganza diventano gli ingranaggi che permettono la riuscita del film. Viaggiando tra richiami del J-Horror e componenti più occidentali (si pensi ai colori plastici rievocanti autori come Bava o Argento), la diegesi prosegue per colpi di scena, alla continua ricerca di un protagonista assoluto, cambiando costantemente punti di vista e allontanandosi da una narrazione classica con tanto di personaggio principale e secondari ben definiti; quest’avventura narrativa si riflette su uno stile che, sempre più pirotecnico, raggiunge il suo apice nel finale, sfiorando addirittura un’estetica da videoclip e da spot pubblicitario per bambini. Al di là del divertissement, il film dimostra una sapiente cura per l’immagine e per il sonoro (mescolando brani di musica classica con l’ambient pop dei Cigarettes After Sex o con suoni più violenti dell’heavy metal), rivelandosi più stratificato di quello che sembra, affrontando tematiche differenti, prima tra tutte la complessa scoperta di un’identità univoca da parte del soggetto contemporaneo, il cui legame io-mondo risulta compromesso a causa di insicurezze personali, contesti familiari disfunzionali, la capillare invasione delle nuove tecnologie e dei social network, limiti fisici e corporei; la narrazione insiste spesso sul concetto di immagine, nel suo binomio pubblico-privato, che conduce alcuni personaggi ad interrogarsi su quanto siano in grado di conoscere se stessi e quanto sia lecito mostrarsi agli altri, in alcuni casi costruendosi un simulacro personale in cui poter riarticolare il narrative della propria esistenza e che la misteriosa creatura (che non si paleserà mai) tenterà di svelare, ponendosi come specchio sulle contraddizioni interiori dei personaggi.

Il culto dell’icona

In questa categoria appartengono tutti quei cineasti che, in maniera piuttosto esplicita, non omettono i riferimenti estetici o narrativi a un certo autore o filone, realizzando dei film che scadono nell’effetto déjà-vu, che purtroppo arriva a inficiare sulla personalità stessa della pellicola e dei suoi realizzatori. Il cinema di genere viene omaggiato partendo da diversi orizzonti, primo tra tutti il contesto italiano degli anni Sessanta-Ottanta, che continua ancora oggi a essere una fucina di spunti narrativi ed estetici, come dimostra The Invisible Mother, diretto dai giovani emergenti Jacob Gillman e Matt Diebler, desiderosi di omaggiare il giallo all’italiana; l’operazione si inserisce perfettamente in quello che viene definito come “giallo postmoderno”, un atteggiamento di venerazione nei confronti del cinema italiano di genere che riemerge soprattutto attraverso un’estetica che valorizza i cromatismi, una recitazione artificiosa, formati del fotogramma passati, effetti speciali artigianali e così via. Gli autori compiono un’operazione diversa rispetto ad altri cineasti, dal momento che la rievocazione del cinema horror italiano avviene prevalentemente dal punto di vista estetico, mentre sul piano narrativo sembrano continuare a omaggiare una ghost story di stampo statunitense. Il tallone d’Achille è inesorabilmente un confronto non tanto con i grandi esegeti del genere (il che sarebbe piuttosto riduttivo), quanto con nuove giovani personalità che si misurano con quest’icona ineguagliabile con un estro invidiabile vista la giovane esperienza, lavorando su una stratificazione narrativa (si pensi ad Amer o Lacrime di sangue di Cattet-Forzani) o sullo stravolgimento dei tropi attesi dallo spettatore (per esempio Piercing di Pesce) che tendono a fagocitare inesorabilmente il semplice divertissement fine a se stesso di Gillman e Diebler, il cui film rimane comunque notevole per gli effetti speciali artigianali, che non nascondono la loro natura artificiosa ma la inseriscono all’interno di un omaggio a un cinema che non ha mai velato i propri meccanismi illusori e fantasmagorici. La stessa cura per l’artigianalità degli effetti speciali riguarda The Furies di Tony D’Aquino, slasher australiano dalle tinte splatter che risulta sicuramente il film più deludente del festival a causa di un’eccessiva ridondanza di situazioni e archetipi narrativi che lo rendono un calco mimetico di pellicole come Scare Campaign di Cameron e Colin Cairnes (anch’esso australiano), 31 di Rob Zombie, Die in one day di Eros D’Antona o Ride di Jacopo Rondinelli, in cui un gruppo di soggetti è preda di maniaci mascherati, che organizzano uno spietato spettacolo sanguinolento per soddisfare il gusto voyeuristico del proprio pubblico malsano. Sono le ghost stories a fare da padrone del festival, che nel brasiliano The Night Shifter di Dennison Ramalho che nel filippino Kuwaresma-The Entity di Erik Matti hanno la funzione di denunciare le contraddizioni del proprio contesto politico e sociale, un potenziale che rimane inespresso per entrambe a causa di una carrellata di cliché e luoghi comuni nel primo e per una sceneggiatura colma di lacune e contraddizioni nel secondo. L’unico film che mi sembra trovare una propria autonomia e personalità è Tous les Dieux du Ciel di Quarxx, in cui il regista, partendo da un suo cortometraggio passato, realizza una pellicola piuttosto disturbante, lavorando su un macabro e un perturbante a cavallo tra dramma psicologico e horror per delineare una storia di legami familiari malsani, adesivi fino alla follia, basati sul racconto di un ragazzo rimasto per tre mesi in casa con il cadavere di sua sorella, incapace di separarsi da essa. Il merito di Quarxx, come dichiarato nell’incontro con il pubblico, è il non farsi ispirare da un autore o genere definito, ma lavorare autonomamente e lasciare che, eventuali omaggi, emergano inconsciamente, il che si riflette su un film che si distingue dai precedentemente citati e dal loro citazionismo fine a se stesso.

– Leonardo Magnante –

 

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