The Post, il nuovo film di Steven Spielberg

The post è il film di Steven Spielberg uscito nei cinema italiani il 1° Febbraio 2018.
Da umile scribacchina quale sono vi propongo una recensione poco tecnica e molto più emotiva: non starò qui a parlarvi di luci, sceneggiature, effetti e tecniche di registrazione che rendono il film apprezzabile, bensì analizzerei il tutto dal punto di vista dell’emozioni che suscita, perché secondo me è lì che sta la grandezza del regista.

Innanzitutto possiamo idealmente dividere la pellicola in due parti: la prima metà è quella che ci presenta il contesto storico,l’America del 1971, passando poi ai luoghi su cui concentrarsi, la redazione del The Post e la Casa Bianca nonché il Vietnam, per concludere con i protagonisti della nostra storia, ovvero il presidente Nixon, l’editrice Kay Graham (Meryl Streep) e il suo direttore Ben Bradlee (Tom Hanks); la seconda metà è quella in cui si entra nel vivo della vicenda, quando ormai ci siamo ambientati e siamo decisamente in grado di affrontare le dinamiche dall’interno: il Washington Post pubblica dei documenti riservati riguardo i retroscena della guerra in Vietnam, la Casa Bianca presenta un’ingiunzione nei loro confronti e in attesa della delibera della Corte Suprema parte dei Pentagon Papers arrivano nelle mani dell’editore Ben Bradlee e il problema diventa etico: pubblicare i documenti rischiando la chiusura del giornale tarpandogli le ali ancor prima di diventare grande, o piegarsi al volere dei poteri forti restando nelle retrovie insabbiando il tutto?

Si potrebbe dire che è un film dal un taglio prettamente giornalistico, rispettando la regola delle 5W, analizzando per fasi il chi il come il dove il quando e il perché si genera un quadro chiaro e dettagliato della vicenda, senza però tralasciare una giusta dose di trasporto emotivo per lo spettatore. Sebbene sia un genere storico per cui tutti sanno come si svolgeranno le vicende riguardo la pubblicazione dei Pentagon Papers, almeno a grandi linee, e sicuramente tutti conoscono il finale, Spielberg riesce a tenerci lo stesso col fiato sospeso, intenti a sperare che tutto vada come sappiamo: siamo sul filo del rasoio insieme a loro, a distanza di anni! Ma questo non è l’unico motivo, secondo me, per cui si è guadagnato una nomination agli Oscar come Miglior film; infatti, altro elemento fondamentale, è il continuo parallelismo con la nostra attualità: si presta ad una lettura in chiave moderna; in maniera non troppo velata le tematiche affrontate sono dei chiari rimandi al nostro quotidiano.

I filoni narrativi sono i seguenti: la politica, e mai come in questo secolo i rapporti tra la Casa Bianca e i mass media sono ai ferri corti; il giornalismo, ridotto oggi a mero intrattenimento sterile ed inteso qui, invece, come lotta e ricerca continua della verità, un’arte nobile fatta di intuizione e dedizione, concorrenza e ingegno; emblematica in tal senso la parte di Tom Hanks che trasmette impeccabilmente quel fuoco vivo del giornalista guidato dalla curiosità nella rincorsa del successo e della notizia migliore; infine, ma non per importanza, c’è l’emancipazione femminile: Kay Graham è una donna al potere, con un misto di disagio e insicurezza che derivano dal ricoprire insolitamente un ruolo di prestigio, costretta a confrontarsi continuamente con l’insofferenza e l’insolenza degli uomini ormai navigati che la considerano meno di niente. E direi che sì, Meryl Streep merita la nomination all’Oscar come Miglior Attrice per questa sua interpretazione perché è difficile trasmettere frustrazione ed irrequietezza, ridursi a ombra di se stessi lasciando ampio spazio agli altri attori  per emergere, poi, al culmine della narrazione! Ma badate bene, è ancor più difficile quando si ha la presenza scenica di un’attrice del suo calibro. Per cui, doppiamente brava.

Per concludere direi che vi sarà impossibile non adorare le atmosfere anni ’70, le stanze fumose, i telefoni a gettoni ma ancor di più lasciatevi affascinare dal ticchettio dei tasti sulle macchine da scrivere, dalla dedizione del metodo di stampa con l’impaginazione parola per parola; quella minuziosità che rende il lavoro giornalistico unico nel suo genere e curato nel dettaglio. Forse oggi, nell’era digitale, abbiamo perso fin troppa di quella magia ed etica professionale, lasciandosi andare ad una scrittura e lettura superficiale dimenticandoci che “la notizia è il primo abbozzo di storia” e il giornalismo “è uno strumento al servizio dei Governati e non dei governatori”.

– Jessica Bua – 

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