The Haunting of Bly Manor – Recensione

Le storie di fantasmi sono strane, perché tutte diverse, perché diverse sono le persone dalle quali nascono quelle vicende. Certe storie di fantasmi possono tetri incubi psicologici (Shining), altre quasi vicende divertenti (qualcuno ricorda Sospesi nel Tempo di Peter Jackson?) altre ancora drammi che usano le figure retoriche del genere per parlare delle persone, dei loro problemi e dei loro rimpianti. The Haunting of Bly Manor, seconda stagione della serie antologica horror di Netflix partita con Hill House (2018) è una di queste. E, a suo modo, colpisce.

Una storia diversa

Pubblicata nel 2018 da Netflix come nuovo brand di genere horror e concepita come prodotto di punta per il periodo di Halloween, The Haunting of Hill House è stato probabilmente uno dei migliori prodotti dell’orrore della fine del decennio: basato su uno schema da tragica storia di amore, morte e psicologie contrapposte, costruita attorno a un’idea molto precisa su come mettere la regia al servizio di una storia classica, si era imposta come un ottimo esempio di come una serie tv potesse essere terrificante e appassionante.

Quando una settimana fa ho messo mano a The Haunting of Bly Manor sapevo benissimo che fare di meglio sarebbe stato impossibile e che persino avvicinarsi a quel livello poteva essere un’impresa insormontabile: Hill House, almeno fino a un finale un po’ debole e troppo melenso, era troppo bello, ma soprattutto troppo ben costruito e troppo spaventoso. Purtroppo neanche il miglior orologio segna perfettamente la stessa ora, e il mio terrore era che Bly Manor tentasse di giocare seguendo le stesse identiche coordinate della serie precedente. I rischi di un’operazione del genere sarebbero stati molti, soprattutto quello di scimmiottare l’originale per sfruttarne l’onda.

Invece, colpo di scena: The Haunting of Bly Manor ha l’intelligenza e il coraggio di giocare su un terreno diverso, scivolando dai toni da dramma familiare con elementi di profondo horror psicologico a un registro fatto di dramma psicologico e atmosfera malinconica tipicamente da ghost story british.

Se Hill House era basata su un romanzo di Shirley Jackson, grande classico del genere american gothic, Bly Manor rielabora Il Giro di Vite, il famoso racconto horror di Henry James incentrato sulla tetra storia della governante di due bambini dimoranti in una splendida magione della campagna inglese alle prese con spettri e segreti innominabili. La storia di The Haunting of Bly Manor riprende il canovaccio dei due bambini tormentati da un’entità, ma lo estende e lo fortifica con una trama incentrata su un’altra figura retorica delle ghost story: il rapporto fra una comunità isolata, il resto del mondo e qualcosa di strano e soprannaturale.

Quando Dani Clayton, istitutrice, arriva a Bly per seguire l’istruzione dei piccoli Flora e Miles, si ritrova al centro di una strana atmosfera fuori dal tempo e quasi fuori dallo spazio in cui un piccolo gruppo di persona vive isolato dal resto del mondo e in preda a “qualcosa di strano”. Assieme all’istitutrice ci sono Owen, il cuoco, Jamie la giardiniera e Hannah la governante, mentre i genitori dei bambini sono purtroppo morti in un incidente all’estero e la tutela dei piccoli è passata allo zio, Henry. In tutto questo, sulla casa “pesano” anche un’altra morte, quella della vecchia istitutrice dei bambini Rebecca Jessel (apparentemente suicida), e la scomparsa di Peter Quint, tuttofare della tenuta che si è volatilizzato dopo la morte di Rebecca. Con questi ingredienti, Bly Manor si propone come storia fortemente incentrata sui caratteri dei personaggi, sui segreti che li tormentano e ovviamente sul passato della casa.

Niente paura, tanto dolore

Parliamoci chiaro: se avete amato Hill House e vi aspettate un sequel organico, che riprenda in maniera organica la poetica che Mike Flanagan ha messo in campo nella prima serie sia dal punto di vista registico che tematico, allora sarete delusi. Come detto prima The Haunting of Bly Manor adotta strategie diverse.

Se Hill House era un dramma mescolato all’orrore puro, Bly Manor sceglie di annullare completamente la tensione alla paura e al terrore per giocare col paranormale in maniera molto più soft. L’atmosfera è onirica, lo spettatore rimane appeso alla costante domanda “cosa diavolo sto vedendo?” e in poco appare chiaro che la serie giochi molto sull’ingannare piuttosto che sullo spaventare. Molte ghost story inglesi del resto sono così. Non vogliono mettere paura, ma raccontare la storia problematica di un luogo in cui è successo qualcosa di terribile e gli effetti di quelle cosa sulle persone la l’hanno vissuta. Da questo punto di vista Bly Manor è perfetto.

I suoi personaggi sono amabili, abbastanza sfaccettati e in grado di trasmettere la tristezza naturale che li caratterizza. Dani è fragile e tormentata e per questo simpatica, Owen colpisce con la sua strana positività coltivata nonostante i drammi consumati nella sua vita, Jamie è abbastanza forte e maschiaccia da apparire simpatica e Hannah è semplicemente dolente. Forse, di tutto il cast i veri punti deboli sono i personaggi dei due bambini, tanto particolari e strambi da apparire quasi non credibili, una caratteristica che danneggia in parte la sospensione dell’incredulità di tutta la storia, ma funzionano abbastanza. Se quindi amate le storie del paranormale con un retrogusto amaro e triste sarete accontentati. Se però volete “qualcosa di nuovo”, allora forse ci penserei due volte prima di vedere Bly Manor.

Un’antologia con un futuro?

Arrivando al punto: The Haunting, come serie antologica, funziona?

Dopo due stagioni abbastanza diverse tra loro la risposta è un forte “Snì”. Non tanto per l’ottimo obiettivo che si proponeva, ovvero raccontare il genere ghost story attraverso storie diverse che facessero leva su diversi modi di mettere paura o di comunicare angoscia, quanto per una seconda stagione che, a causa del suo soggetto, appare molto meno innovativa e di rottura rispetto a Hill House.

Se quest’ultima era riuscita a imporsi per il suo coraggio nel mescolare con sapienza solida scrittura e regia in grado di spaventare davvero, come da anni non si vedeva su schermo, Bly Manor sembra appiattirsi su un sottogenere quasi saturo per tutti coloro che mastichino la fiction del paranormale, e questo è un peccato. Di fatto, scrittura solida a parte, nessuno degli elementi di innovazione della prima serie viene mantenuto, alimentato o fortificato, e Bly Manor rischia drammaticamente di naufragare nel già visto e in un po’ di pericolosa noia.

In parte era un difetto congenito, in quanto prendere a modello un classico della letteratura significa anche adottarne una serie di elementi caratteristici ormai entrati nel DNA del genere e del medium di riferimento, ma la speranza è che col terzo possibile episodio dell’antologia Flanagan torni a picchiare più su un’originalità che qui ha latitato.

Altrimenti, sarebbe davvero un’occasione persa.

– Fabio Antinucci –

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