The Circle Netflix – Il reality “trash” che ci mostra la vita dei social

Tempo fa mi sono imbattuto in un programma Netflix chiamato The Circle. Colpito dal plot e con la voglia di vedere qualcosa di leggero, ho fatto partire la prima puntata. Risultato: sono rimasto incollato alla televisione ed ho anche tratto delle conclusioni sociali.

Ma andiamo per gradi ed iniziamo a parlare di cosa tratta il programma. The Circle è un reality dove varie persone vengono chiuse in una palazzina. Ad ognuna viene dato un appartamento confortevole dove vivrà da solo e potrà interagire con gli altri concorrenti solo attraverso una piattaforma social creata ad hoc che funziona ad attivazione vocale e si chiama, per l’appunto, The Circle. Ogni giocatore potrà attivare questo social da ogni stanza dell’appartamento e potrà caricarci foto, instaurare chat private o di gruppo, partecipare a giochi e aggiornare il proprio stato. Ad ogni scaglione, i giocatori più popolari vengono nominati influencer e mandano via un altro giocatore, fino ad una finale dove il giocatore più popolare vincerà il gioco ed il premio in denaro.

Semplice, vero? SBAGLIATO!
Il vero cuore del gioco è il fatto che i giocatori non possono vedersi e, quindi, possono mentire a vari gradi, scrivendo di essere tristi solo per attirare l’attenzione, dicendo di essere single quando si è fidanzati o, addirittura, fingendo di essere un’altra persona. Ogni giocatore entra con una sua tattica, da chi decide di non fare piani e giocare con il cuore, a chi si finge una bella ragazza per flirtare con tutti quando, in realtà, è un uomo di 40 anni. C’è chi riflette sui propri messaggi per ogni virgola e chi scrive di getto, senza pensare. E in questo marasma di messaggi ed hashtag, si creano amicizie e dissapori.

Ma cosa ci insegna The Circle? Su Netflix sono disponibili tre versioni del programma: uno americano, uno francese ed uno brasiliano. Ogni programma differiva lievemente nel regolamento e tanto nelle personalità che seguivano molto la cultura del paese di partecipazione. Nonostante le differenze, ci si possono vedere delle uguaglianze che danno una dimensione specifica al social network. In particolare, il primo concorrente e quello che alla fine ha vinto il programma sono stati sempre delle stesse categorie.

Vi spiego quali, ma sarà uno spoiler. Quindi, se, volete vederlo, smettete di leggere qui!

In tutte e tre le edizioni, ad uscire per prime sono sempre state ragazze che lavoravano come modelle o fotomodelle. Infatti, ogni volta la prima votazione è sempre stata a pelle, con la possibilità di vedere una foto, leggere una descrizione e di chattare solo per poco tempo e tutti insieme. Cosa vuol dire questo? Che tutti, volenti o nolenti, giudichiamo dalla copertina e che, essendo una persona troppo bella (o, spesso, solo troppo fotogenica), tendiamo a prenderà in antipatia o a crederla un fake. Forse è invidia o forse scarsa fiducia, ma è chiaro che, di primo acchitto, tutti tendiamo a giudicare dalla copertina nello stesso identico modo.

Per quanto riguarda il resto del gioco, però, difficilmente chi fingeva di essere qualcun’altro arrivava a vincere. Infatti il giocatore (o giocatrice) vincitore di ogni edizione è sempre stato quello che non fingeva in nessun modo, quello che si comportava nel modo più genuino e che, alla fine, riusciva anche a stringere i rapporti più veri con le altre persone. Anche nell’edizione con più falsi nel finale, dove 3 giocatori su 5 erano dei fake, i primi due sono comunque stati gli unici due che non mentivano, che si comportavano genuinamente. Questo mostra quanto la coerenza e la sincerità, alla fine, premiano comunque, quanto, nonostante il rapporto su un social sia schermato, non riesca a scremare tutte le finzioni, rendendo popolare chi davvero è genuino. Voglio precisare che a votare sono sempre stati solo i concorrenti tra di loro, quindi nessuno sapeva chi davvero mentisse, ma il risultato è comunque stato sempre lo stesso.

Che dire? Io vi consiglierei di vederlo lo stesso, anche se sapete più o meno come va a finire.

Buona visione.

– Giorgio Correnti –

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