Sylvia Plath e La Campana di Vetro

Pochi giorni fa è ricorso l’anniversario della nascita di Sylvia Plath, poetessa e scrittrice statunitense, morta suicida nel 1963.

Poco apprezzata in vita, come spesso accade, il mondo ne riconosce il talento dopo la sua morte.

Un solo romanzo, oltre alle tantissime poesie da lei scritte, nasce dalla sua penna ed è: The Bell Jar. Il libro, tradotto in italiano con il titolo “La campana di vetro”, è un romanzo semiautobiografico pubblicato più o meno un mese prima della sua morte. “La campana di vetro” viene stampato con lo pseudonimo di Victoria Lucas, con l’intento di evitare che i lettori riconoscessero, nella storia narrata nel libro, la vita della scrittrice. Infatti, l’intento di Sylvia non è quello di rendere il romanzo il proprio confessore e sicuramente non è nemmeno quello di rendere pubbliche le vicende della sua vita: la donna desidera solo criticare e mettere sotto la lente d’ingrandimento l’incoerenza dell’epoca. Nel 1966 in Inghilterra il romanzo viene finalmente ristampato con il vero nome dell’autrice e solo nel 1971 il marito, Ted Hughes, decide di far pubblicare il romanzo per la prima volta negli Stati Uniti.

La domanda a questo punto sorge spontanea: cosa racconta Sylvia tra le pagine di questo romanzo?

Ebbene, Sylvia ambienta la storia durante l’afosa e strana estate del 1953. Nel libro viene citata una coppia russa, i Rosenberg, accusata di spionaggio e condannata alla sedia elettrica. La protagonista del libro è, in realtà, la giovane Esther Greenwood che, nella bella New York, si sente un’anima sola e persa. Esther esprime tutto il suo disappunto per le condanne a morte, probabilmente perché la sola idea le ricorda troppo vividamente l’elettroshock che ha subito durante il proprio ricovero in un ospedale psichiatrico.

Una trama intrigante che incita a chiedersi quali siano davvero le similitudini tra l’autrice e il suo personaggio.

Sicuramente entrambe le donne sono nate a Boston e il tirocinio di Esther, presso la rivista femminile “Ladies Day”, è sicuramente riconducibile al lavoro di redattrice della Plath presso la rivista “Mademoiselle”, nel 1953. Per molti lettori e studiosi, il personaggio della dottoressa Nolan è ispirato alla terapista dell’autrice, ovvero Rith Beuscher. Ovviamente, chi conosce la storia della Plath ne è perfettamente a conoscenza, l’autrice come la propria protagonista ha subito una terapia elettroconvulsivante.

Ma è meglio che mi fermi qui: non ho assolutamente intenzione di spoilerare nulla che possa compromettere una perfetta lettura!

Non posso non concludere scrivendo che Sylvia Plath decide di togliersi la vita a soli 31 anni, nel pieno della sua creatività artistica. Creatività oscurata per tutta la vita dall’angoscia di sentirsi imprigionata in una vita decisa dalla società dell’epoca, un’epoca che le chiedeva di rimanere intrappolata tra le braccia di una vita casalinga e con un marito che le regalava solo tormenti. Il giorno 11 febbraio del 1963, Sylvia infila la testa nel suo forno a gas, non prima di aver sigillato la porta della cucina, un gesto che salva i suoi due figli.

Un gesto che spezza la sua penna per sempre.

Leggi Sylvia, lettore, non perderti le parole di una donna che ha sempre e solo chiesto un’unica cosa nella vita: essere ascoltata!

 

– Giuseppina Serafina Marzocca –

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