Storia degli strumenti musicali: la Cornamusa

1Parliamo oggi della storia di uno strumento molto complesso e caratteristico: la Cornamusa. Questo strumento è molto famoso grazie alla sua tradizione scozzese e all’autore Hevia, che fece anche la colonna sonora del film Il Gladiatore. In Italia, lo strumento è famoso anche come zampogna, leggermente diverso, ma comunque molto simile alla cornamusa più famosa.

Questo strumento è composto da una sacca dove il musicista convoglia l’aria, in modo da non utilizzare, per il suono, il proprio fiato diretto (come succede con altri strumenti, come il flauto) e, quindi, avere una lunghezza di suono più ampia. Il musicista comprime questa sacca con il braccio e il proprio fianco, per farla uscire attraverso alle canne, dette ance, che emettono il suono. Questa sacca, è comunemente realizzata con una pelle di capra, anticamente venivano usate le vesciche di pecora o di maiale (in paesi più freddi, come l‘Estonia, veniva utilizzato lo stomaco di una foca). Oggi, invece, la sacca e costruita in gomma vulcanizzata, come le camere d’aria dei pneumatici.

2Le canne sono comunemente tre: il bocchino è il cannello d’insufflazione, ovvero quello dove il musicista emette l’aria nella sacca; poi che il chanter, ovvero la canna melodica, munita di 7 fori anteriori e 1 posteriore (tipo il flauto dolce) che viene maneggiato dal musicista per emettere la melodia; infine c’è il bordone, canna d’accompagnamento, che emette una nota costante che accompagna la melodia del chanter.

La più antica testimonianza della cornamusa è in una rappresentazione egiziana del I secolo a.C., raffigurante un suonatore di cornamusa ad una canna, verosimilmente in funzione di bordone. La cornamusa entrò prima nel mondo greco-romano agli inizi dell’età imperiale, per poi diffondersi in tutto il mediterraneo. Le prime attestazioni, però, risalgono al XII secolo d.C. con un manoscritto lombardo che raffigura una cornamusa munita di piccola sacca e una sola canna melodica.

Nei secoli successivi, lo strumento subisce varie mutazioni e già nel XIV e nel XV secolo viene rappresentata con una grande sacca e le due canne: il chanter e il bordone. Lo strumento, così formato, iniziò ad essere più diffuso in tutta l’Europa, avendo fortune diverse. In Scozia ha tutt’ora un ruolo significativo nelle manifestazioni pubbliche e militari, dando origine alla tradizione più longeva di questo strumento.

3In altri stati, lo strumento ebbe una storia altalenante: in Francia conobbe un periodo felice nei secoli XVII e XVIII, in Spagna ci fu un uso meno spasmodico e più sporadico e in Italia, in alcune regioni, ci fu un’ampia diffusione di zampognari, ruolo ormai in decadimento. Questo ruolo, sopravvive ancora oggi in zone meridionali ed insulari o dove la tradizione pastorizia è più radicata. Non a caso, gli zampognari sono ancora diffusi (anche se poco) in regioni quali l’Abruzzo, il Molise, la Calabria o le isole. Altri utilizzi italiani erano nell’arco alpino, dove la presenza della cornamusa ha testimonianze risalenti al medioevo. La tradizione alpina è ancora presente a Bergamo, dove lo strumento veniva chiamato baghèt.

La sua storia lo portò a diventare lo strumento dei poveri, utilizzato, quindi, in vaste località contadine e pastorali. Ma l’industrializzazione e il comprimersi delle aree agricole, ridusse notevolmente l’area di utilizzo della cornamusa. Inoltre, con l’avvento della modernità e di una maggiore diffusione di altri strumenti, spesso la cornamusa fu sostituita anche in queste aree da strumenti più moderni e facili da utilizzare. Questo non rende lo strumento morto, anzi: la tradizione degli zampognari italiani come quella dei vari suonatori di cornamuse nel resto d’Europa è ancora in auge, creando ristretti gruppi tradizionalistici che continuano ad usarla. Ovviamente, la nazione con il più diffuso uso di cornamuse è la Scozia, e spesso hanno la stessa trama dei kilt.

– Giorgio Correnti –

Rispondi