Spider-Man: No Way Home – recensione

Spider-Man: No Way Home – recensione

Finalmente è uscito nelle sale il cinecomic più atteso dell’anno. Non si tratta di esagerazione: Disney e Sony hanno creato hype per mesi in vista del terzo film della trilogia MCU su Spider-Man, invitando gli spettatori a ignorare leak e spoiler, riempiendo i negozi di giocattoli con creazioni a tema, decidendo perfino di organizzare la prima mondiale soltanto un giorno prima dell’uscita in Italia – e negli altri Paesi che, a differenza degli Stati Uniti, avrebbero proiettato il film con due giorni di anticipo. L’hype era dato inoltre dalla presenza di cinque villain presi dalle trasposizioni di Raimi e Webb, ma anche dalla domanda: ci saranno anche gli Spider-Man di Tobey Maguire e di Andrew Garfield?

Per conoscere la risposta, continuate a leggere. Vi avverto fin da subito che questa recensione sarà ricca di SPOILER.

No Way Home parte dal finale di Far From Home del 2019, ossia dalla rivelazione della vera identità di Spider-Man. Peter Parker (Tom Holland) corre a casa insieme a MJ (Zendaya) per scappare alle persone che, in strada, lo accusano di avere ucciso Mysterio. Già qui si nota un punto di rottura con gli Spider-Man cinematografici precedenti: New York non aiuta l’eroe, bensì lo accusa. Spider-Man non è vicino ai newyorkesi, è un Avenger, si è battuto contro Thanos, punta al bene della Terra, ma non gli interessava mettersi in mostra; Mysterio, al contrario, si è presentato come l’abitante di un mondo diverso giunto per salvare un pianeta che neanche era il suo.

Peter, MJ, Ned (Jacob Batalon) e May (Marisa Tomei) vengono quindi prelevati da agenti federali per rispondere della morte di Mysterio, e a salvarli è il cameo che in molti speravamo di trovare: Matt Murdock (Charlie Fox), alias Daredevil, il miglior avvocato di Hell’s Kitchen. La sua è un’apparizione breve, ma serve a introdurlo nel Marvel Cinematic Universe; in assenza di un progetto incentrato su di lui, è probabile che verrà inserito nella serie televisiva su Echo, già presente in Hawkeye – che si svolge durante il finale di No Way Home.

Le conseguenze per il trio protagonista sono comunque dure: i college a cui hanno fatto richiesta li rifiutano, ed è il MIT, loro ultima – e più agognata – speranza a spiegare che la mancata accettazione è data dai “recenti sviluppi” legali. Peter decide così, dopo avere visto una luminaria di Halloween, di rivolgersi a Doctor Strange (Benedict Cumberbatch), il quale possedeva la Gemma del Tempo. Fin da questa scelta, è chiaro come Peter sia uno studente intelligente, ma di scarsa saggezza: non perora la propria causa con i professori del MIT, interrompe l’incantesimo dello stregone, dimentica che la gemma di Strange è andata distrutta. Tutto ciò è in linea con lo Spider-Man di Tom Holland, viene da sorridere davanti alle sue azioni impulsive, tuttavia il problema si crea quando questa scarsa lungimiranza viene mostrata da Doctor Strange. Perché l’uomo decide di aiutare un ragazzo con cui non ha confidenza? Hanno lottato insieme contro Thanos, ma non sono amici; eppure gli propone di lanciare un incantesimo di memoria, per fare in modo che tutti dimentichino la vera identità di Spider-Man. Peter si intromette come già visto nei trailer, l’incantesimo va storto e vengono richiamati dai vari multiversi coloro che sanno chi si celi dietro la maschera. Dello strano atteggiamento di Strange e delle incongruenze legate all’incantesimo e al multiverso parleremo a fine della recensione, per non aprire ora troppe parentesi.

Peter dovrà dunque vedersela con i nemici di Maguire e Garfield, scontrandosi con Dottor Octopus (Alfred Molina), Lizard (Rhys Ifans), Electro (Jamie Foxx), Sandman (Thomas Haden Church) e, ovviamente, il Goblin di William Dafoe. Strange vorrebbe rimandarli indietro, nei loro mondi, ma avendo compreso che torneranno al momento della loro morte Spider-Man decide di aiutarli, anche contro il parere dello stregone, che viene imprigionato nella dimensione specchio. In merito a questo piano c’è una incongruenza ancora maggiore delle precedenti: ne parleremo sempre alla fine.

A spingere Peter ad agire in tale senso è stata zia May – la cui interprete, a dispetto delle critiche, è più vicina all’età della May fumettistica dell’attrice di Sam Raimi. La donna conosce Norman, che si è liberato della tuta di Goblin, e convince Peter ad aiutarlo. Al di là delle incongruenze citate, questo chiude invece i buchi di trama lasciati dalle cinque pellicole precedenti. I cattivi di Spider-Man, infatti, sono sempre villain da redimere o redenti, nessuno è puramente cattivo, c’è sempre qualcosa che li fa impazzire. È il contrario per l’Avvoltoio targato MCU, che utilizza la sola tecnologia e che, al termine di Homecoming, difende Peter da chi vuole conoscere la sua identità: lui si è redento con i fatti, mentre gli altri per farlo – e non in punto di morte come Octopus – hanno bisogno di un aiuto materiale. Per fortuna a casa di Happy Hogan (Jon Favreau) c’è della tecnologia Stark, così Peter può aiutare i cinque villain a liberarsi della componente che li rende tali. Parte proprio da Dottor Octopus, sostituendo il chip che permetteva ai quattro arti aggiunti di controllarlo.

La pellicola pare già vicina alla propria risoluzione, ma è qui che avviene il colpo di scena. Goblin non ha mai abbandonato Norman, e gli altri tre villain non vogliono davvero perdere i propri poteri – più o meno, poi vedremo il caso di Sandman – dunque Peter viene attaccato. Dafoe dimostra per l’ennesima volta la propria capacità attoriale quando Peter lo prende a pugni sul volto e lui continua a sorridere: è lui, è Goblin. Il combattimento termina con la fuga dei quattro villain e con una morte dolorosa, quella di zia May.

Su questa scena si può dire molto, a partire dalla citazione di un famoso numero What if?: e se, al posto di zio Ben, fosse morta zia May? La storia è ovviamente diversa, però il dolore è potente allo stesso modo. Sembrava che “Ben” fosse incarnato da Tony Stark, che era stato un mentore per lui e che gli aveva voluto davvero bene – basti pensare al motivo per cui scegliere di aiutare gli Avenger in Endgame – e invece il momento cruciale, l’epifania, non era ancora avvenuto. È una origin story al contrario, e al termine del film capiremo meglio perché. May muore pronunciando la frase che ricordiamo dallo Spider-Man del 2002: “Da un grande potere, derivano grandi responsabilità.” Perdendo Ben, Peter avrebbe avuto almeno May, invece in questo caso perde completamente la propria famiglia, non ha più legami di sangue – ed è ancora lontano, purtroppo per lui, dalla perdita “definitiva” degli affetti. Ciò che però si comprende solo a una seconda riflessione è che, stavolta, Peter perde May per avere fatto la cosa giusta: Peter non voleva che degli uomini morissero da cattivi, preferiva aiutarli, e invece la conclusione è stata la stessa di quando Maguire e Garfield lasciarono fuggire il ladro che avrebbe ucciso zio Ben. È terribile, perché i sensi di colpa ora nascono dall’essersi comportato secondo la morale di Spider-Man.

È qui che entrano in scena i personaggi e gli attori più desiderati, la cui presenza è lo spoiler maggiore: Peter Parker (Andrew Garfield) e Peter Parker (Tobey Maguire). A richiamarli, con lo scopo di raggiungere il “suo” Peter, è Ned grazie all’anello rubato a Doctor Strange, che gli permette di aprire portali dimensionali. È strano, però: come ha fatto? Si tratta di un’altra incongruenza, visto il tempo che Strange e altri stregoni avevano impiegato per crearne uno? Forse no, perché con una battuta Ned aveva già detto, nel corso del film, che nella sua famiglia secondo le leggende c’erano stati dei “maghi”; interessante è stato anche il salvataggio di Ned, durante la battaglia finale, a opera del mantello di Strange, evento che potrebbe presagire il suo futuro. A ben pensarci, in questa trilogia non c’è più Harry Osborn come migliore amico di Peter, bensì Ned, che potrebbe essere un personaggio Marvel che non abbiamo ancora riconosciuto – un indizio nella parte relativa alle scene post-credit.

Da qui in poi, anche in presenza dello Spider-Man di Holland, i tre Peter interagiranno con gag divertenti e riferimenti ai loro mondi, dando inoltre un paio di indizi sul loro futuro dopo gli ultimi film girati: Maguire è riuscito a costruire un rapporto stabile con Mary Jane, mentre Garfield si è “incattivito” a seguito della morte di Gwen, è diventato quasi un vendicatore stando alle sue parole. Non sappiamo se questo discorso voglia concludere i loro archi narrativi senza ricorrere a uno Spider-Man 4 o a uno The Amazing Spider-Man 3. Ad ogni modo, è il loro arrivo ad aiutare Peter, facendogli accettare la morte di May e spronandolo a proseguire con il proprio piano, che loro più di lui possono capire quanto sia giusto, avendo interagito con quei villain.

Tra citazioni e riferimenti sparsi, si giunge al combattimento finale sulla Statua della Libertà, simbolo di quella New York a cui il Peter di Holland non è stato finora particolarmente legato – è “un amichevole Spider-Man di quartiere”, ma ha combattuto anche per altre città. Con la presenza di Garfield, era scontato che la caduta di MJ si risolvesse con il salvataggio da parte di quel Peter, i cui occhi si riempiono di lacrime perché, questa volta, è riuscito a salvare la ragazza, come invece non era riuscito con Gwen – personaggio molto più interessante della Mary Jane di Maguire, se posso aggiungerlo. I tre Spider-Man aiutano tre dei villain a guarire, ed è molto divertente il riferimento di Electro a uno Spider-Man nero, che indirettamente tira in causa Miles Morales (Spider-Man – Un nuovo universo e la saga Ultimate della Marvel). Manca solo Goblin, ma vorrei fermarmi per una riflessione proprio su Electro.

In The Amazing Spider-Man 2, il suo personaggio era reso in maniera pessima, e qui non migliora. Hanno spiegato il cambio di costume dovuto all’energia assorbita nell’universo di Holland, però rimane un cattivo che non può avere una redenzione. Dottor Octopus e Norman Osborn sono sotto controllo mentale, Lizard non se la passa meglio, Sandman vuole solo perdere il proprio potere per riabbracciare sua figlia; tutti loro vivrebbero una vita diversa se non avessero quelle capacità che li contraddistinguono. Una volta tolta l’elettricità a Electro, lui torna a essere il mite Max Dillon convinto di essere invisibile: cosa lo persuaderebbe dall’evitare di ottenere nuovi poteri? Gli basterebbe comprendere di essere stato “noto” grazie all’elettricità, che lo caratterizzava in quanto generatrice del suo mutamento, e dunque potrebbe ingegnarsi per ottenere altri poteri. Lo dice lui stesso, nell’appartamento di Happy, che non vuole tornare invisibile.

Tornando alla battaglia finale, giunge anche Goblin, che fa esplodere la gabbia in cui Strange aveva rinchiuso l’incantesimo che, se annullato, avrebbe potuto rimandare ogni villain nel proprio universo. Il Peter di Holland riesce comunque a sconfiggerlo e a curarlo, sebbene solo l’intervento di Maguire gli impedisca di ucciderlo. Maguire e Garfield lo sanno, che attraverso la vendetta non ottengono soddisfazione o senso di pace. Nel frattempo, però, il cielo si sta squarciando e tutti coloro che, secondo la formula dell’incantesimo, sanno che Peter Parker è Spider-Man stanno per riversarsi nell’universo di Holland.

A questo punto apriamo la parentesi sulle incongruenze di cui si è parlato prima, ma con una postilla: ciò non rende il film meno godibile. Non è la prima volta – basti pensare a Endgame – che la fisica e tutte le leggi della fantascienza vengono interpretate secondo l’esigenza della sceneggiatura; lo spettatore è chiamato a guardare, a godere del prodotto, non ad analizzare ogni incongruenza. Cosa accadrebbe, per esempio, se analizzassimo i buchi di trama dei film Disney o di Star Wars? Può la Bestia essere punita perché, a undici anni, non ha fatto entrare una sconosciuta in casa, tanto per fare un esempio specifico? Si può quindi dire che il film ha delle incongruenze, ma non affermare che sia pessimo per tale motivo, a mio parere.

L’incongruenza principale riguarda la presenza e l’assenza di alcuni personaggi. Perché Electro è qui? Lui non conosceva l’identità di Spider-Man, a differenza dei Goblin degli Harry Osborn, che invece mancano, come mancano anche Mary Jane e Gwen. Volevo parlarne in questo momento perché una spiegazione potrebbe risiedere nell’arrivo posticipato di altri personaggi, come sta accadendo durante la battaglia finale, quando finalmente Strange viene liberato. I “grandi assenti” sono tali perché stanno per giungere ora, ed Electro potrebbe non essere morto in The Amazing Spider-Man 2, ed avere quindi interagito con lui in seguito. Spiegazioni scarne, ma ci può stare, basta non dire a Garfield che, come i villain deceduti negli universi di origine, anche Gwen sarebbe potuta tornare in vita. L’altra ancora più grossa incongruenza viene però dal salvataggio dei villain: vengono tutti da tempi diversi, cosa significa la loro redenzione? Quanto cambierà nella realtà osservata nei film di Raimi e Webb? Un conto è stato salvare Sandman, ancora vivo alla fine della trilogia di Raimi, un conto il Goblin di Norman Osborn.

Proseguiamo con il finale, struggente ed esplicativo della necessità di una seconda trilogia con lo Spider-Man di Tom Holland. L’unico modo per ricucire il Multiverso è fare dimenticare a tutti dell’esistenza di Peter Parker: l’incantesimo funziona, tutti tornano nel proprio mondo – compresi gli altri due Spider-Man – e Peter fa appena in tempo a dire addio a Ned e a MJ in una scena dolce e romantica, priva dei soliti “Non possiamo stare insieme perché altrimenti ti farai del male” che ben conoscono Mary Jane e Gwen; al contrario, Peter è determinato a ritrovare entrambi. La sua è una decisione ancor più tragica ripensando al motivo per cui non aveva voluto che MJ dimenticasse la sua vera identità, perché non voleva che perdesse i loro ricordi insieme. Adesso però sa che la sua volontà e la sua vita sono briciole in confronto alla salvezza del Multiverso.

Ecco finalmente l’origin story. Peter ricomincia da zero: prende un appartamento in affitto, chiaro riferimento a Spider-Man 2, studia per ottenere il GED, ed è doloroso per chi come lui è un genio delle scienze, e infine si cuce da solo il costume, prendendo ispirazione dagli abiti dei suoi due compagni Spider-Man. È un Peter che non ha dietro di sé la tecnologia Stark, un Peter che non usa nanotecnologia e che dovrà curarsi da solo. È un Peter che cammina sulle proprie gambe. Eccolo lì, il simpatico Spider-Man di quartiere, che combatte malviventi per strada e non alieni su altre galassie. Rivede anche MJ e Ned e non soffre troppo nel comprendere che non lo riconoscono – in una scena che ricorda quasi il finale del primo Animali Fantastici – perché loro sono vivi e i ricordi si possono costruire di nuovo. Un plauso alla scelta di non far finire insieme MJ e Ned come se lui fosse l’ennesimo Harry Osborn.

Adesso concentriamoci però sugli altri due Spider-Man. È possibile che, anche nel loro mondo, le persone si siano dimenticate di Peter Parker? Probabilmente no e sarebbe fastidioso, nel caso di loro sequel, incentrare tre film sul modo di ripristinare la memoria nei loro affetti; nel caso invece di problemi di natura “villain”, come accennato prima, la trama potrebbe occupare soltanto il film di Raimi – tuttavia ne dubito, perché siamo lontani dal suo modo di rappresentare Spider-Man.

Degne di nota e speculazioni sono le due scene post-credit. Nella prima l’Eddie Brock di Tom Hardy fa appena in tempo a farsi spiegare il nuovo mondo in cui si è ritrovato prima di essere rimandato indietro; la sua presenza è stata però utile per la parte di simbionte lasciata nell’universo di Tom Holland. Si tratterà forse del villain della seconda trilogia firmata MCU, ma non è il solo avversario che potrebbe tornare. Parlo di Goblin: Peter ha “guarito” Norman, ma Goblin esisteva anche per il figlio Harry, e potrebbe essere rimasto nella New York MCU. Per entrambi i villain, abbiamo già dei nomi a cui collegarli – e non per forza perché si scontrano contro di loro: Flash Thompson e il caro Ned, visto che un personaggio con il suo nome ben conosce Hobgoblin.

La seconda post-credit è uno straordinario trailer per Doctor Strange in the Multiverse of Madness, grazie al quale possiamo forse risanare alcune delle incongruenze viste finora. In breve, Strange deve confrontarsi con le conseguenze relative al Multiverso e chiede aiuto a Wanda, la quale nomina la Westview di WandaVision; torna Mordo dal primo Doctor Strange e appare Miss America, o America Chavez, riconoscibile dal giacchetto che indossa; abbiamo infine l’incontro con un Doctor Strange cattivo che, però, non sono tanto certa sia lo stesso della serie animata What if?, poiché lì aveva modo di “redimersi”. Possiamo fare intanto alcune ipotesi, come il fatto che il matrimonio a cui Strange stia assistendo non sia il suo, ma solo quello dell’amata Christine con un altro uomo, e questo oltre alla perdita del titolo di Stregone Supremo potrebbe averlo reso meno prudente, più simile all’uomo di un tempo; ulteriore indizio su questa teoria è l’aspetto con cui si presenta a Peter la prima volta, con un abbigliamento casalingo che poco si addice al personaggio. Il Multiverso potrebbe inoltre non essersi rotto a causa sua, bensì a seguito degli eventi – forse contemporanei – di Loki, e allora dobbiamo attenderci un villain non ancora mostrato nel trailer, ma di cui conosciamo già il nome.

Spero che il film e la recensione vi abbiano soddisfatto. Ci rivedremo i prossimi giorni con l’analisi di The Witcher!

– Sara Carucci –

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