Serie true crime: moda e processi

Bentornati alla rubrica del lunedì che si occupa di serie true crime: moda e processi sono al centro dell’articolo di oggi e forse avete già intuito di cosa parlerò. Un piccolo indizio per la stagione che, onestamente, ho preferito alle due: il processo del secolo.

 

American Crime Story: Il caso O.J. Simpson (2016)

Ryan Murphy è ormai un veterano delle serie tv antologiche: finora sono uscite solo due stagioni del suo nuovo prodotto, ma entrambe hanno portato in scena vicende davvero particolari. Alcuni conosceranno già il caso in questione, la storia del processo che ha portato un ex star del football americano (interpretato qui da Cuba Gooding Jr), che le prove e le testimonianze potevano incastrare senza problemi, a essere prosciolto da ogni accusa quando il suo caso si è trasformato in un esempio di razzismo perpetrato dalla polizia di Los Angeles.

Il 13 giugno 1994, la madre della sua ex moglie Nicole Brown dimentica gli occhiali nel ristorante in cui entrambe hanno cenato e Ronald Lyle Goldman, che lavora lì come cameriere, si offre di riportarli a Nicole. Entrambi vengono uccisi in maniera violenta, accoltellati più e più volte e nel caso della donna quasi decapitata, di fronte alla casa della Brown dopo i due figli stavano dormendo. O.J. viene presto indagato, perché le tracce di sangue rinvenute sul posto e nel suo Ford Bronco bianco appartengono alle tre persone; inoltre è stato visto vicino al luogo del delitto e a casa sua la scia di sangue continua, letteralmente. Non sopportando la pressione, il giorno in cui deve essere preso in custodia dalla polizia, O.J. scappa con il Ford Bronco insieme a un amico, che è costretto a guidare perché l’uomo minaccia il suicidio; l’inseguimento fu trasmesso in diretta e divenne noto come “The Bronco Chase”. Alla fine l’auto torna indietro e si ferma di fronte la villa di O.J., dove si sono riuniti i suoi preoccupatissimi figli maggiori.

Sebbene le prove e la tentata fuga sembrino incastrarlo fin dall’inizio, al caso lavora il detective Fuhrman, un razzista che in alcune registrazioni parlò di “inchiodare i neri” (non usando proprio quella parola). È stato proprio Fuhrman a rinvenire le tracce di sangue nel Bronco e il team di avvocati della difesa utilizza il suo passato per ipotizzare un inquinamento delle prove. Come se non bastasse, l’assistente del procuratore spinge l’imputato a indossare un paio di guanti che, insanguinati, si sono ovviamente ristretti con il tempo (il processo è durato più di un anno), e l’incapacità di O.J. di indossarli ha reso inutile la prova. Per questi motivi, il 3 ottobre 1995 il procuratore Marcia Clark (interpretata da Sarah Paulson) perde un processo che aveva dato troppo facilmente per vinto e O.J. Simpson viene prosciolto dall’accusa di duplice omicidio di secondo grado.

Piccola curiosità: nel team della difesa, tra cui figurano nomi come Robert Shapiro (John Travolta) e Johnnie Cochran (Courtney B. Vance), c’era anche Robert Kardashian (David Schwimmer, a cui è rimasto ben poco del ruolo di Ross Geller), divenuto famoso proprio in questa occasione. Robert era molto amico di O.J., ma arriva a dubitare di lui fino al punto di chiudere ogni contatto alla fine del processo penale.

In seguito O.J., che già aveva ricevuto denunce da parte di Nicole per violenza domestica, viene condannato per ulteriori reati e perde anche la causa civile contro i parenti delle vittime, che è costretto a risarcire per un totale di 67 milioni di dollari. Perché questi esiti diversi? Nella causa civile, bastava che fosse “probabilmente” colpevole, mentre nel processo penale doveva esserlo agli occhi della giuria “oltre ogni ragionevole dubbio”.

American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace (2018)

Di nuovo Ryan Murphy, ma in una veste diversa. La seconda stagione della serie true crime, infatti, non narra le vicende processuali a seguito dell’omicidio dello stilista Versace, bensì gli ultimi tre mesi di vita del suo assassino, divenuto in poco tempo un noto serial killer.

Andrew Cunanan (Darren Criss), gigolò dipendente da cocaina ed eroina, tra aprile e luglio 1997 dà sfogo alla sua furia omicida uccidendo in pochi mesi cinque uomini, senza prediligere un arma particolare. Parte, infatti, con un martello, con il quale il 27 aprile toglie la vita a Jeffrey Trial; il suo amico David Madson, ex compagno di Trial, viene costretto a fuggire con l’omicida, ma il suo atteggiamento poco collaborativo spinge Cunanan a liberarsi anche di lui, questa volta con una calibro .40. Viene poi il turno dell’architetto Lee Miglin, torturato e poi ucciso con venti colpi di cacciavite mentre sua moglie non era in casa; nella fuga, Cunanan usa di nuovo la pistola per liberarsi del guardiano di cimitero William Reese, a cui sta rubando un pick up rosso.

Cunanan lascia dunque una scia di sangue dietro di sé, ma riesce a sfuggire alla giustizia, che è già sulle sue tracce, grazie alle doti da trasformista, che lo spettatore scopre già nei primi episodi della serie. Giunto a Miami, decide di uccidere lo stilista Gianni Versace (Édgar Ramírez) fuori dalla sua villa; il corpo viene purtroppo ritrovato proprio dal compagno di Versace, Antonio D’Amico (Ricky Martin). Sebbene questo particolare omicidio abbia dato il titolo alla stagione, è Cunanan il protagonista, colui di cui viene raccontata la storia, e hanno quindi meno rilievo le vicende che seguono il decesso dello stilista e le reazioni della famiglia, tra cui la sorella Donatella Versace (Penélope Cruz).

Alla fine, circondato dalla polizia, Cunanan non può fare altro che premere il grilletto, stavolta contro se stesso.

Cosa pensate di queste storie così diverse? Fatemelo sapere, mentre attendete i casi della prossima settimana, trattati ancora volta in una serie antologica. E fatevi anche una domanda: è bene fidarsi di uomini che appaiono tanto gentili?

– Sara Carucci –

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