Serata dei duetti a Sanremo

Da qualche tempo taglio i capelli in un salone torbido con l’insegna da gelateria anni ’70 in cui i parrucchieri non hanno nessuna cura per il cliente, ma tagliano in silenzio. Non tace invece la signora della postazione accanto, quella della permanente; mento proteso verso le stelle, pause strategiche di chi nasconde un passato da poliziotta o almeno da erborista, questa novella Grimilde si contempla nello specchio e esplode: “Perché Baglioni… è bello, bello, bello”. Alla terza reiterazione chiude gli occhi lasciando solo presagire per quante primavere insonni ha cercato di immaginarlo senza tuta di Matrix.

Al contrario del mio taglio di capelli (dopo quasi sette ore di convivenza sul divano, la mia ragazza non se n’è ancora accorta), la quarta serata del Festival 68 coglie nel segno. Sebbene nessuno abbia cantato con Orietta Berti, dai duetti quasi tutte le canzoni escono potenziate, con almeno un paio di vette: la brasiliana Ana Carolina (nonostante il nome da pubblicità della Milka), il piccolo coro dell’Antoniano (nonostante la tradizionale bruttezza di più d’una bambina con la coda alta); Alice e Ron, nell’inedito di Lucio Dalla, compongono un poetico momento così elegante da far dimenticare il frustrante abbigliamento da svendita totale ai mercatoni Mas di Gianna Nannini nel più nefasto giorno di bucato.

Sarà che se adesso compri i Baci Perugina ci trovi le frasi di Emma o ho patito troppo quello che è successo con la pasta sfoglia a Manuela di masterchef, ma vengo a un certo punto attanagliato da un sonno profondissimo e provo lo strano turbamento di chi  poi viene risvegliato da Arisa. Sto per riavermi quando annunciano il grande ritorno sulle scene di Milva (pensavo che tutti gli orrendi sacrifici autoimposti, essermi deglutito fino a tardissima notte le tediose performance di persone a cui non presterei mai un portacipria, avrebbero finalmente trovato una ricompensa), invece si instaura una sorta di surreale gioco di prestigio in cui la figlia di Milva, in effetti parecchio somigliante, parla in prima persona come fosse la madre e subito dopo arriva Piero Pelù.

Resto nel dormiveglia attraverso Malgioglio, Favino, la famiglia di Favino, la Hunziker, la famiglia della Hunziker, le canzoni di Baglioni (che avarissimo ha cantato davvero poco, e pochissimo dal suo repertorio) e giro a vuoto in una sorta di delirio che non so come concludere. Ma è l’una, siamo rimasti svegli solo io e la Parodi, a cui toglieranno Domenica In per gli ascolti troppo bassi, sclero senza ragioni come la Vanoni in conferenza stampa e posso concedermi il lusso di finire come voglio e poi svenire. Allora parlo di ieri, di quando all’alba sul palco dell’Ariston è apparso Gino Paoli. Bello da far paura: io lo amo come si ama Monica Bellucci. Ha cantato così piano e così bene che tutto – persino la canzone “Il congiuntivo” di Lorenzo Baglioni – per un istante ha avuto senso.

– Walter Farnetti – 

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