Sanremo 2020 – Una settimana dopo

Sanremo è finito da ormai più di una settimana ed io ho pensato molto se fare o non fare questo articolo. In fondo, ho anni di musica alle spalle, anni di lezioni di chitarra, pianoforte e canto, anni di spettacoli con vari gruppi e di piano bar, di karaoke e di insegnamento a bambini ed adulti. Eppure non mi sono sentito all’altezza. Ma poi ho letto articoli, post e tweet scritti da gente che aveva ancora meno competenze sparare a zero o osannare l’osannabile. Così mi sono convinto, ad una condizione: quella di essere il più obiettivo possibile. Così mi sono informato, ho sentito varie radio e mi sono convinto che potevo fare delle pagelle obiettive su Sanremo 2020, magari non condivisibili, aperte al contraddittorio, ma comunque il più obiettive possibili. Ma basta parlare, non voglio fare un articolo lungo quanto una puntata di Sanremo.

Achille Lauro = 9-. L’Achille visto a Sanremo è stato uno spettacolo teatrale e concettuale. Ha portato sul palco dell’Ariston un messaggio di menefreghismo positivo, con costumi che hanno ricordato figure della storia che hanno fatto scelte ardue e difficili, fregandosene dello stato sociale, fregandosene di ciò che imponeva la società. Achille Lauro ha fatto parlare di sé, tra chi lo accusava di essere ridicolo e chi lo osannava a genio. Purtroppo, per quanto io messaggio fosse forte e la teatralità divertente, la sua ribellione è convenzionale, quasi già vista e la canzone non regge il messaggio, perché, a parte il “me ne frego”, il resto del testo è banale e vuoto. Inoltre, in una canzone con una melodia abbastanza piatta, lui riesce a sembrare stonato. Ricordiamo che è una gara di canzoni e, per quanto la teatralità sia importante, deve essere di contorno ad un bel pezzo, non la parte fondamentale. Rimane comunque il coraggio delle scelte, dei gesti e la forza di un messaggio che ha fatto sorridere, esultare, storcere il naso e gridare di indignazione. Nel bene e nel male, è stato l’uomo del festival.

Alberto Urso = 4. Una vocalità pretenziosa, ma gestita male. Per chi ha subito puntato il dito sulla lirica, dico di parlare con qualcuno che ha studiato canto lirico. Urso si propone con un canto pop camuffato da finto lirico, col risultato di non riuscire appieno in nessuna delle due cose. La canzone ricorda brani meno conosciuti di Bocelli, ma non quello di successo, col risultato di avere delle performance abbastanza noiose, da spingere gli spettatori a fare altro.

Anastasio = 6,5. In un Sanremo che ci ha portato parecchio rap, Anastasio porta una canzone rap anche nel contenuto. Un pezzo che parla di rabbia che dedica ai giovani, come lui, incapaci di poter dare un senso a questo dare di matto generale. Una canzone con un buon testo, un ritornello abbastanza orecchiabile, una presenza scenica abbastanza convincente. Io pezzo manca di quella scintilla che faccia gridare alla perfezione. Manca di presenza scenica che il rap richiede per diventare di successo, ma, nel suo complesso, rimane un buon pezzo.

Bugo e Morgan = 2. Nonostante la canzone sia veramente orecchiabile, con un ritornello che ti rimane impresso, il voto è dato dalla mancanza di professionalità di entrambi. Chi ha ragione nella loro diatriba non deve interessarci, ma qualsiasi rabbia giustificata o meno non può cadere in gesti infantili e stupidi. I due vengono alle mani dietro le quinte, poi entrano e Morgan canta un altro testo accusatorio rispetto al compagno Bugo che, offeso, adirato e sconvolto, se ne va. Vengono giustamente squalificati, ne nasce una diatriba mediatica che ha quel retrogusto spiccato di trash, con accuse artistiche e professionali. Vengono messe in mezzo persone, entourage, soldi, boicottaggi. Non so se Morgan avesse ragione o meno, ma come si è comportato è infantile e non professionale, scadendo nel ridicolo con il suo “Dov’è Bugo?”.

Diodato = 9. La canzone Fai rumore è quanto di più Sanremese si possa trovare in questo festival. Eppure ha un sentore di nuovo, moderno. Diodato riesce a cantare impeccabilmente ogni serata, a metterci impegno ed intenzione. La voce può non piacere, ma è soggettivo. Ciò che è oggettivo è la tecnica, la bravura ed una buona canzone che rimane impresso e che ha accontentato critica e pubblico.

Elettra Lamborghini = 7+. Elettra non è una cantante e lo sa. Non fa una canzone pretenziosa, non fa un pezzo vocalmente complicato. Fa un pezzo lineare, che punta sul ritmo. La canzone è orecchiabile e promette bene per quanto riguarda la trasmissione nelle discoteche. Quest’estate balleremo cantando “innamorata di un altro cabròn” e intanto Elettra si diverte sul palco dell’Ariston, senza mostrare una gran dote canora, ma una genuina voglia di divertirsi e divertire. E quell’inizio con il coro che scandisce il suo nome, mette anche del sano trash nel pezzo. Il resto scompare.

Elodie = 9. La cantante romana porta una canzone in pieno stile Mahmood, con quelle sonorità particolari che hanno portato al cantante milanese di vincere Sanremo ed arrivare secondo all’Eurovision Contest l’anno scorso. La canzone ha un bel testo che scomoda anche un personaggio della mitologia greca ed un ritornello che attira e che si fa facilmente cantare. Ha la giusta carica ed il giusto cipiglio per diventare tra le più trasmesse in radio del festival. Elodie è stata impeccabile, sia nelle performance, che nella presentazione, con un look misto tra il sacro ed il profano. Forse la più sottovalutata del festival, ma sono sicuro che il tempo le darà giustizia.

Enrico Nigiotti = 7. Lo stile rock leggero di questo ragazzo toscano, alla seconda apparizione consecutiva al festival, è genuino, semplice ed un po’ country. La canzone ricorda un po’ il Ligabue di un tempo, con quelle influenze più giovanili che lo rendono un ascolto più leggero. Pecca forse nella mancanza di una particolarità che lo faccia spiccare e, soprattutto, nel presentarsi con l’outfit rocker con i capelli sciolti solo all’ultima serata. Un ragazzo rock, ma pulito che è un piacere ascoltare.

Francesco Gabbani = 8. Gabbani, dopo averci fatto sorridere con Amen e con Occidentali’s Karma, oltre che con la scimmia ballerina del Sanremo 2017, quest’anno si presenta con una canzone diversa, non fatta per farci ridere, ma per farci sorridere compiaciuti. Una canzone d’amore che non ti aspetti, perché cantata sempre con quell’ironia che contraddistingue il cantautore carrarese. Io pezzo non parla di un amore estremo, unico, ma di un amore come tanti, che rimane però forte. Un legame che unisce due persone in modo classico e non uno di quegli amori struggenti strappalacrime che si tende a raccontare. Gabbani rischia di diventare anche la Juventus del festival, sfiorando la terza vittoria su tre partecipazioni. Arriva, però, secondo ed è meglio così, perché si sa: chi vince troppo, diventa antipatico.

Giordana Angi = 5. Altro frutto dei talent televisivi, Giordana Angi si presenta con un pezzo tutto femminile, di una donna che parla della madre. Purtroppo, non convince. La sua vocalità, un misto tra Noemi e Gianna Nannini, non viene sfruttata in quelle note rauche rock che potrebbero farla risaltare, lasciando il pezzo ad un niente di che.

Irene Grandi = 7-. Il pezzo Finalmente io è un inno alla donna, alla sua indipendenza, alla sua capacità di essere diversa da quanto richiesto dalla società, ma comunque giusta, vera e donna. Irene la canta con grinta, ma non con la giusta intensità. Riesce a risvegliare l’animo delle donne, ma non a convincerle del tutto. Forse colpa del ritmo che ha un crescendo davvero breve o della melodia che non entra nella testa, comunque il pezzo rimane uno di quelli che senti, pensi “carino” per dimenticare e subito dopo.

Junior Cally = 6-. Arriva la canzone politica: per contratto, ce ne deve essere almeno una per edizione di Sanremo. Sempre politicamente fini, sempre frasi buttate lì per far capire a chi ascolta, non a chi sente. La canzone attacca i politici di ogni schieramento allo stesso modo, facendo una specie di par condicio, ma… il problema di questa satira e protesta è stato il ritardo con cui arriva. Devi risentirla e leggere il testo per poter capire di chi sta parlando. Inoltre, le performance erano svolgiate e leggermente stonate. Bastava un po’ più di rabbia, di sicurezza. Forze Junior Cally non è più abituato a cantare senza maschera.

Le Vibrazioni = 8,5. In grande spolvero, il gruppo di Francesco Sarcina. La canzone è qualcosa che ti arriva al cuore. Parla di tristezza, di depressione e lo fa con frasi che ti toccano. Look impeccabili con un Sarcina in modalità Johnny Depp italico, forse risentono della pressione della possibilità di vittoria, tanto che la prima esibizione era fantastica, ma vanno calando con le intenzioni con l’andare avanti delle puntate. Comunque, erano i miei preferiti.

Levante = 7. La vocalità di Levante è particolare, può piacere o non piacere. Lei è una brava cantante, un’ottima cantautrice, ma ha quella vocalità che o ti piace, o non ti piace per niente. Questo è un limite, anche quando al festival porti una canzone che ha diverse chiavi di lettura. Di certo, però, vince il premio di musa del festival, visto che la Venier è riuscita a tirar fuori a Diodato la dedica a Levante, sua ex.

Marco Masini = 6+. Il Maso nazionale, nella sua versione hipster, che porta avanti da quando si è tolto la maschera dello sfigato e ci ha vinto un Sanremo, porta al festival una canzone banalmente sua. Niente di nuovo sotto i riflettori dell’Ariston, solo una canzone che grida Masini, cantata da Masini, con Masini al pianoforte. Una canzone che, passata per radio, potresti confondere con un altro pezzo sempre di Masini. Per questo, convince a metà, perché, seppur il pezzo è troppo standard, è pur sempre un pezzo di Masini.

Michele Zarrillo = 6++. Per Zarrillo vige lo stesso problema di Masini. Il cantautore romano è sin troppo simile a se stesso, finendo per portare una canzone che, sentita alla radio, potrebbe essere un altro pezzo di Zarrillo più vecchio. Ma guadagna un + aggiuntivo rispetto al Maso per il duetto con Fausto Leali, una voce che più dissimile dalla sua non poteva scegliere, eppure che ha funzionato benissimo.

Paolo Jannacci = 5+. Il pezzo di Jannacci è romantico, dolce. Una poesia scritta per una figlia, una confessione a cuore aperto. Ma i problemi sono altri. In parte la melodia e l’armonia, troppo easy, troppo semplice, che sfiora la via della noia, in parte la competenza canora che lambisce il parlato, mezzo intonato. Jannacci non convince, sembra semplice, annoia chi non si impegna ad ascoltare, senza fare niente per convincere di farsi ascoltare. Sembra un ragioniere che prova a fare una canzone al karaoke subito dopo aver staccato da lavoro.

Piero Pelù = 6,5. Immaginare Piero Pelù nonno e ricordarlo cantare Regina di cuori e qualcosa di immenso. Il ticket ex Litfiba a 57 anni di presenta con una canzone dedicato al nipote. Ma siamo molto lontani dal Pelù che tutti conosciamo. Il pezzo è gradevole, ma niente di più. Dalla sua, però, ha quella carica che ha trascinato tutti, dal pubblico ai musicisti, conclusa addirittura con lo “scippo” della borsa di una signora nel pubblico in diretta l’ultima sera. Tranquilli: la borsa è poi tornata alla diretta proprietaria.

Pinguini Tattici Nucleari = 8,5. Gruppo indie conosciuto dalla nicchia di usufruitori di musica indie, i Pinguini portano una ventata di giovane allegrezza nel festival, con un pezzo sobriamente divertente e dal ritornello orecchiabile. Accontentano il pubblico di giovani nerd con un riferimento a Batman ed alla serie How I Met tour mother, calcano il palco divertendosi un mondo e facendo divertire la gente, regalando fuori a Cristiano Ronaldo e baciando Mara Venier. Con loro, tutti ci siamo sentiti un po’ Ringo Starr.

Rancore = 7,5. Tra i rapper in gara, è forse quello con il testo più particolare, con molti riferimenti alle storie classiche, con messaggi nascosti nelle parole e non propriamente espliciti. La canzone mantiene un ritmo scenico, con il finale dove i colpi della parte ritmica simulano l’esplosione di tre colpi di pistola alla quale Rancore risponde fingendo di venir colpito. La canzone ha parecchie chiavi di lettura, ma pecca nella difficoltà di comprensione, apprezzabile, quindi, solo dagli appassionati del genere.

Raphael Gualazzi = 5. Gualazzi ci ha mostrato varie volte di essere un ottimo pianista ed un discreto cantante. Nella serata cover, ci mostra quel suo animo elegante, un po’ jazz, un po’ noir, ma la canzone che porta è completamente diversa. Raphael punta sull’orecchiabile e suo ballabile cercando di accalappiare pubblico. Porta un set di fiati che suonano con lui ed una coppia di ballerini bambini che divertono, ma non convincono. Nella somma finale, viene da chiederci come mai non abbia portato un pezzo dei suoi, che magari non avrebbe comunque vinto, ma almeno avrebbe mostrato quali sono le sue reali capacità.

Riki = 5. Il cantante uscito dalla sedicesima edizione di Amici di Maria De Filippi si presenta con una canzone blanda, che non rimane nella testa, ne impressiona. Nell’ultima serata, Riki si presenta con il vestito buono della comunione del fratello più grande e con scarpe da ginnastica con i lacci arancione fosforescente, cercando di sembrare elegante e giovanile, ma sembrando solo un po’ ridicolo. Indubbiamente il ragazzo è bravo tecnicamente, ma non calca il palco, forse impaurito dalla pressione del festival, cosa che risulta strana, avendo lui già calcato quello di Amici arrivando anche in finale e vincendo la categoria cantanti.

Rita Pavone = 7. Amata dai nostalgici del Ballo del Mattone e odiata per le sue uscite politiche degli ultimi anni, la Ritona nazionale a quasi 75 anni decide di ricordare al pubblico che lei è una cantante e lo fa con uno spirito rock invidiabile. Calca il palco, graffia la voce e canta in un modo che molti di X Factor si sognano soltanto e ci dimostra che l’età anagrafica è solo un numero e che si può fare buona musica e performance cariche di adrenalina anche alla sua età.

Tosca = 9,5. Oggettivamente, Tosca è la grande esclusa dal podio. La cantante romana porta un pezzo molto bello e profondo e lo canta con tecnica e presenza. Ecco, una cosa che Tosca ha e che manca a molti cantanti odierni è proprio la presenza nel pezzo, nella sua drammaticità, nella sua teatralità. Una teatralità che va al passo con il testo e non fatta a caso. Una drammaticità che fa arrivare ogni parola dritta nel cuore di chi ascolta. Indubbiamente, Tosca era la cantante migliore a Sanremo, ma forse pecca in un pezzo poco giovanile e, forse, poco apprezzata dai non addetti ai lavori. Vince, però, la serata cover votata dall’orchestra e questo dovrebbe far capire io calibro della cantante.

Amadeus = 10-. Ero scettico inizialmente, ma Amadeus ha creato un festival godibile, bello, divertente con tanto di polemiche sia prima che durante, ma tutte gestite con genuinità. Forse, nella paura di fare un festival noioso, però, esagera con gli ospiti e con i monologhi, producendo puntate lunghe che hanno sfiorato anche le tre di notte

Fiorello = 8,5. Non è il miglior Fiorello mai visto ed alterna scene noiose e poco divertenti a battute esilaranti. Il suo punto forte, però, è quando si trova ad improvvisare (come durante il momento dell’abbandono di Bugo) o quando gli lasciano libertà di scegliere. E la sua amicizia con Amadeus è del tutto invidiabile.

Tiziano Ferro = 5,5. Dopo un festival dove Baglioni è stato accusato di aver cantato troppo, Tiziano si ritrova a perpetrare nell’errore. Bella l’idea di avere un cantante del suo calibro tutte le serate, ma fare circa due o tre esibizioni a serata è veramente eccessivo.

Presentatrici = 6+. Voto generico a tutte le presentatrici che hanno affiancato Amadeus, che sono passate da una Leotta sicura di sé, ma a volte fuori luogo, ad una Clerici che ha dato io meglio di sé con i vestiti, da una toccante Jubrual col suo pezzo sul maltrattamento delle donne, ad una ancora provocante Salerno, da una logorroica Alketa, ad una impacciata e fuori posto Novello. Sufficienza generale, tra alti e bassi, senza niente di speciale. E sogno un Sanremo presentato da Mara Venier.

– Giorgio Correnti –

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