Sanremo 2020 – Prima Serata

Presentando la prima puntata del Grande Fratello Vip, Alfonso Signorini ha teorizzato che se la vita gli dà ancora emozioni, allora è bella; cioè: la vita è bella in quanto dà emozioni a Alfonso Signorini. L’egocentrismo dell’Occidente trova in questo passaggio la più lieta rappresentazione, fiorisce. Si svela al mondo come se – nella loro meschina, arida vacuità – non avessero già rocambolescamente contribuito i panettoni per cani, la figura del capoclasse, Paola e Chiara. Per quanto quest’anno abbia sfiorato il crudismo, bruciato i ricordi, scoperto un inusitato sorprendente feeling con santo Francesco, il mio rapporto con Sanremo resta lo stesso: sacra inutilità, idolatria solenne. Tra me e il festival scorre un’acqua limacciosa e indispensabile, l’orgoglio venato d’autosacrificio di quando apre nella tua città un nuovo punto vendita Poltrone e Sofa.

Nel 1946 abbiamo votato contro la monarchia, eppure non c’è modo di liberarsi della famiglia Carrisi; vestiti da Al Bano e Romina che a Carnevale decidono di vestirsi da Al Bano e Romina, è subito Primavera a Varsavia. Da quando ho venduto l’anima a Baudo, per la prima volta non vedo durante la pubblicità Valeria Mazza; perché – c’è chi lo capisce ben prima – la crema antiocchiaie non può nulla contro la morte.

Deve essere parecchia l’angoscia sociale che proviamo nel 2020, a giudicare dalla quantità di lustrini con cui ci impegniamo a mascherarla: Amadeus è un incrocio tra Milly Carlucci e James Bond, Achille Lauro rivitalizza il mito di Heater Parisi; Irene Grandi, manco portasse una canzone di Montale, ha dimenticato come si scendono le scale. Se non l’avessero condannata al rogo, Giovanna d’Arco sarebbe certo diventata Rita Pavone. E poi le canzoni di Masini, tutte diversissime tra loro, i ragazzi del muretto insieme a Favino a stonare Baglioni, Alba Parietti in platea da prima che la platea esistesse, gli adolescenti lirici che ingrigiscono la lirica. Fanno tanto i giovani, ma trasudano tutti nostalgia: di quando si compravano i cd all’autogrill, della democrazia cristiana; della mortadella senza pistacchio. Secondo me nessuno dovrebbe cantare “Almeno tu nell’universo”, perché quella canzone è diventata un manifesto e una testimonianza, è avvinta a una vicenda umana e di lavoro tragica e senza perdono; peraltro, non è così bella senza il sangue. A maggior ragione non la dovresti cantare se hai preso a vestirti come Silvio Berlusconi.

C’è sempre un momento – al festival di Sanremo, intorno all’una – in cui tutto sommato svaluti il senso dell’esistere. Per quanto si sta ancora divertendo, viene il sospetto che il mondo, tutta la vita umana – dolori e gioie, porti aperti e chiusi – non siano altro che un unico immenso inganno, destinato solo a intrattenere Lorella Cuccarini. E’ sempre una contraddizione divertirsi mentre qualcuno muore. La gioia – non la distrazione, la Gioia – può essere un antidoto. Continuo a pensare ai Ricchi e Poveri, rivederli insieme, i loro nasi, come saranno vestiti; ma non ne bastvtano quattro. Quando superi i trent’anni e perdi l’innocenza, ne servono trenta, di Ricchi e Poveri. Tremila. Dovrebbero distribuirli nei campi al posto del diserbante, nei consultori insieme ai preservativi; prevedere un articolo della Costituzione che, senza apparente nesso di legge, riesca a urlare, quando è facile e quando costa più fatica: che te ne frega, sarà perché ti amo.

– Walter Farnetti – 

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