Sanremo 2017 – Quella scimmia che vinse cantando

Ok, sono passati due giorni. Siamo nella fascia che possiamo chiamare “a bocce ferme”. Abbiamo metabolizzato (chi bene e chi male) la vittoria di Gabbani, ma vogliamo ancora parlarne. E allora facciamolo: parliamo di questo Festival di Sanremo 2017, analizzandolo a 360°. Per facilitare la lettura, ho deciso di parlare di 5 fattori differenti, dando un voto ad ognuno di questi fattori.

L’ORGANIZZAZIONE DEL PROGRAMMA

Primo fattore: le serate. Ben cinque serate differenti per far cantare 11 cantanti e cacciarne 3, poi rifare lo stesso il giorno dopo, ripescarne 4 dei 6 eliminati, ricacciarne 4 e poi la finale. Il tutto, facendosi sentire per più folte le stesse canzoni, facendoci votare svariate volte per i stessi pezzi e riempire 5 serate. Mi sono chiesto se il problema nascesse dal “farci pagare più soldi possibili in sms per far guardagnare la Tim” o dal “far per forza 5 serate“. Ricordiamo le vecchie 3 o 4 serate, spesso interminabili, abbiamo apprezzato le serate in più, sperando di non fare più mezzanotte, ritrovandoci a fare l’una di notte (se ci andava bene) per 5 serate.

Cosa ne penso? Penso che il vecchio stampo alla Bonolis era il migliore: due serate con metà dei vip e due (o tre) concorrenti eliminati, una serata di pausa, una con i brani riproposti con ospiti speciali e la finale. Niente ripescaggi e rieliminazioni, niente serate aggiuntive con 28 canzoni e tanti ospiti da farci fare le tre di notte. In più, le cinque serate sono state molto piatte sotto il profilo dell’intrattenimento, senza un barlume di vita. E questo ci porta al secondo punto…

Intanto, Voto: 4,5

LA CONDUZIONE

Per carità, si tratta di professionisti, ma tutti gli ospiti speciali sono stati banalmente trattati come comparse senza motivo e senza darci la possibilità di fare un wow o un sospiro di apprensione. In più, Carlo Conti sembra impreparato a tutto ciò che non va come lui vuole, glissando ogni sprazzo di originalità da parte degli ospiti e continuando a fare le domande, senza ascoltare le risposte e, quindi, senza continuare discorsi che potevano sembrare interessanti.

Maria De Filippi sembra un’ospite in casa altrui che cerca di fare gli onori di casa senza sentirsi veramente a casa. In fondo è Conti il Direttore Artistico, lei è solo stata chiamata per presentare e notiamo tutti come, nelle ultime due puntate, abbia sentito il peso del dire sempre le stesse cose ogni sera, tanto da accorgersi solo il sabato di aver pronunciato male per cinque giorni il nome di un direttore di orchestra.

Altra nota di demerito: Carlo Conti viene criticato perché, a differenza della De Filippi e di altri come Totti, non ha rinunciato al suo cachet e non l’ha dato in beneficenza. Questo lo spinge a ringraziare per cinque giorni tutti i tipi di arma esistenti nel nostro paese, dalla Guardia Costiera, alla Municipale, passando per Protezione Civile e Carabinieri. In più, ultima onta, propone una raccolta fondi dicendo “non ve la proporrei se non l’avessi fatta prima io al meglio delle mie possibilità” cercando, in tutti i modi, di non sembrare un bischero, ma un bravo ragazzo. Vorrei dire: Carlo, tu eri il direttore artistico e non hai lavorato solo uno o cinque giorni. Se volevi tenere i soldi, potevi farlo senza riempire Sanremo di perbenismo.

Voto: 4

GLI OSPITI

Dico subito che il nostro paese (ma non credo che negli altri paesi siano tanto meglio) allo spettatore medio piace lamentarsi. Sanremo ha sempre avuto grandi artisti pagati un bel po’ di euro/lire per una comparsata di qualche minuto, ma il popolo se ne accorse solo con Bonolis prima (quando fece scalpore il suo cachet, anche se, in fondo, parve meritarselo) e, soprattutto, per la seconda conduzione di Fazio, quando tutti si lamentarono indignati per il cachet sia dello stesso direttore artistico, che della Litizzetto, sua compagna anche in quell’occasione.

Da allora, ogni cachet dato ad ogni ospite sembrava sempre troppo, ma almeno erano ospitate divertenti, carine, con un motivo. Quest’anno ci siamo visti una carrellata di ospiti senza senso. A parte Ricky Martin (che, però, in Italia non si vedeva dal 2002), Tiziano Ferro (che potrebbe presentare un singolo nuovo anche se facessero un Festival di Sanremo ogni 3 mesi), Mika (che, però, già abbiamo visto tanto ad X Factor in Italia) e Giorgia (che, nonostante la febbre, fa rimpiangere i cantanti al Festival), il resto è stata solo una sequela di cantanti di secondo ordine che venivano, cantavano spesso oltre la mezzanotte, dicevano “quant’è bello cantare a Sanremo” e si prendevano il disco d’oro/platino/meteorite che avrebbero potuto prendere anche sul bar di Alvaro sul lungo mare.

E i non cantanti non sono stati da meno. C’erano la moglie di Ramazzotti, la fidanzata di Vincent Cassel, la figlia di Alain Delon… e uno si chiede perché non avessero invitato direttamente Ramazzotti, Vincent Cassel o Alain Delon. E poi la signora che ha fatto nascere migliaia di bambini (come ostetrica, non come madre), il signore che ha perso una gamba a Nizza (che, poverino, è stato l’unico che mi ha fatto veramente piacere vederlo sul palco), la signora che ha più di 100 anni e canta Quel mazzolin di fiori, il signore che non si prende un giorno di ferie da anni… alla fine mancavano il “kebbabbaro” che non mette la cipolla se non la chiedi e nonna Gerarda che riesce a friggere a Natale il quantitativo di carciofi capace di sfamare cinque stati dell’Africa, ma non c’era più spazio.

Voto: impreparato

I CANTANTI

Torniamo a vedere volti noti e meno noti. Sarò una brutta persona, ma non vedo i Talent Show, quindi, per me, 3/4 dei cantanti erano sconosciuti. Gigi D’Alessio lotta contro il suo nome e contro il pregiudizio del “quello fa solo canzoni neomelodiche” portando una canzone neomelodica. Albano è in forte difficoltà dopo vari problemi di salute avuti, mentre Zarrillo dei problemi di salute avuti non gliene importa niente, cantando da paura. La Mannoia porta un brano fatto proprio per vincere, tranne poi arrivare solo seconda, Ron porta il parrucchino di Trump, Masini porta la barba di tutti gli hipster di La Spezia, Paola Turci ci spiega che non è più questione di sguardi, ma di come ti trucchi e Giusy Ferreri canta ogni volta come se la cosa le pesasse.

Poi arriva la carrellata di nomi che, per chi non segue i Talent, ma solo la musica in generale, risuonano sconosciuti (nel bene e nel male), tra cui un enorme Sergio Sylvestre che mi ha fatto capire quanto il mio sogno di andare in America possa essere visto anche al contrario, visto che lui era in America e si è trasferito in Italia. Poi c’era Ermal Meta, nome che ho fatto fatica ad imparare, c’era Michele Bravi che mi ispirava la stessa compassione di un cucciolo di sanbernardo che si lecca i baffi, c’era Elodie che me la ricordo solo per i capelli e tanti altri. E c’erano i rapper… ora, premetto che a me piace il rap, ma quello americano, quello inglese. Quello fatto di giochi di parole e rime dette alla velocità dei cambi d’abito di Arturo Brachetti. Il rap italiano, forse per la diversa musicalità della lingua o forse per la tradizione più melodica, sembra solo un parlato stonato pieno di rime a casaccio… Tranne due o tre artisti, gli altri rapper italiani non li reputo un granché. E quei due o tre artisti non erano a Sanremo quest’anno.

Voto: Appena sufficiente

IL VERDETTO

Come molti di voi, anch’io sono rimasto sbalordito dalla vittoria di Occidentali’s Karma di Gabbani. Io in primis ho tifato la Mannoia con la sua canzone o Zarrillo per la sua canna che lo ha fatto sembrare Cristiano Ronaldo in mezzo ai giocatori del Torino (con tutto il rispetto per Belotti e compagnia bella). Ma poi ci ho pensato e ripensato: questa edizione del festival non è stata molto importante come canzoni. Su 22 pezzi, non ce n’è stato un che veramente mi ha fatto pensare WOW. Forse un po’ quello della Mannoia, ma anche per la sua presenza all’interno del pezzo. Analizzando le canzoni, molte erano melodicamente banali e testualmente uguali.

Occidentali’s Karma fa scalpore perché fa ballare col suo ritmo, fa ridere con la scimmia che balla dietro al cantante e fa un po’ pensare. Sì, pensare: perché se andate a leggere il testo, potete trovarvi alcune riflessioni della società moderna e sul suo protendersi a filosofie profonde con la superficialità di Paris Hilton. Ovviamente, questo non mi fa pensare che fosse la canzone che doveva vincere (ricordate? Io tifavo Mannoia), ma trovo in questo pezzo la vera essenza dell’ascoltatore medio di musica, quello che balla sentendo Andiamo a comandare e che dice “No, io sono anni che non guardo Sanremo“, salvo poi vederlo, ascoltare a manetta Gabbani sulle varie piattaforme musicali e poi votarlo alla finale.

Voto: 3,5 e vieni accompagnato domani dai genitori

In Conclusione…
Trovo che sia stato un Sanremo sottotono, sia come conduzione, che come musica, che come spettacolo. Il primo colpevole è, secondo me, Carlo Conti che, seppur non avendolo amato già alla sua prima edizione, l’ho trovato stanco, provato e privo di idee. Una pastina riscaldata con i rimasugli di pasta degli anni precedenti, con ingredienti (canzoni) scelti con poca dimestichezza e spezie (ospiti) scelti tra il mucchio di quelli meno conosciuti, come il sommacco o la nigella sativa.

– Giorgio Correnti –

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