Rubrica – Voltaire

1François Marie Arouet nasce a Parigi il 21 novembre del 1694, ultimogenito del notaio François e di Marguerite D’Aumard, che muore quando il figlio ha solo 10 anni. Nello stesso anno, il piccolo François viene ammesso al prestigioso istituto Louis-le-Grand, frequentato dai figli dell’alta borghesia parigina (ed in seguito anche da Maximilien Marie Isidore Robespierre). Studia lì fino al 1710, anno in cui, per volere del padre, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. Grazie all’influenza del suo padrino, l’abate di Chateauneuf, inizia a frequentare i circoli libertini, presso i quali acquista subito una certa notorietà grazie al suo ingegno ed al suo carattere indipendente. Ma queste frequentazioni preoccupano il padre che, nel 1713, lo manda all’Aja come segretario dell’ambasciatore francese. Qui il giovane François suscita scandalo intraprendendo una relazione con la giovane ugonotta Olympe Du Noyer. E allora papà gli trova un altro lavoro presso Alain, procuratore allo Chatelet. Ma niente; François continua a preferire i salotti alle aule. Nel 1714 partecipa ad un concorso di poesia indetto dall’ Académie Français, ma non passa la selezione, anzi, il suo componimento satirico contro il Reggente Philippe D’Orleans gli costa prima l’esilio a  Sully-sur-Loire nel 1716 e poi 11 mesi di reclusione alla Bastille. E poi un altro esilio a Chatenay. Permalosetto Filippo. Arriviamo al 1718, anno durante il quale François Marie Arouet diventa Voltaire. Mentre era imprigionato alla Bastille, per passare il tempo, ha scritto una tragedia, intitolata Oedipe e firmata appunto Voltaire, che riscuote un enorme successo quando viene poi rappresentata in teatro.

La fama letteraria e la situazione economica di Voltaire vengono consolidate nel 1725 grazie all’opera Marianne. Ma Voltaire e la sua linguaccia, nel 1726, si beccano una serie di bastonate (letterali, non metaforiche) da parte dei servitori del cavaliere di Rohan, con il quale aveva avuto una discussione alla Comédie. Voltaire il borghese sfida a duello Rohan il nobile e… finisce alla Bastille! Ormai i secondini li chiamava per nome. Viene liberato, ma a condizione che lasci Parigi. Così fa vela per l’Inghilterra, dove resta 3 anni, durante i quali frequenta le maggiori personalità della politica e della cultura e riesce a terminare la stesura di Henriade, poema che celebra l’opera illuminata di Enrico IV ed inizia la lavorazione de l’Histoire de Charles XII. Questi anni trascorsi in Inghilterra, Paese in cui il costituzionalismo parlamentare è 2ormai consolidato, esercitano su Voltaire una decisiva influenza e orientano la sua penna verso l’impegno civile. Si appassiona alla vita politica ed al pensiero inglese, che poi divulgherà in Francia tramite l’opera Lettres philosophiques ou anglais. Nasce in lui la consapevolezza del suo ruolo di scrittore libero e di nemico dei pregiudizi sociali.

Le Lettres anglais, pubblicate in Inghilterra nel 1733 ed in Francia nel 1734, sono condannate dal parlamento parigino e bruciate sulla pubblica piazza (destino che seguiranno molte altre future opere di Voltaire). Dato che già nel 1732 Voltaire aveva rinnovato la sua fama con la rappresentazione di alcune nuove opere teatrali, tra cui Zaire, si trova di nuovo costretto a fuggire da Parigi. Una vita così, allo sbando. Prima si rifugia nella Lorena tedesca, poi a Cirey, in Champagne, ospite della marchesa du Chatelet, con la quale intrattiene una relazione che durerà sino alla morte di lei.

Nel 1735 la sua condanna viene revocata e, nei 10 anni successivi, Voltaire sforna una serie impressionante di opere, tra poemi (Mondain, Discours en vers sur l’homme), tragedie (Alzire ou les Américains, Mahomet, Mérope), scritti storici e filosofici (Traité de metaphysique), scienze naturali (Eléments de la philosophie de Newton). Intanto viaggia molto, tra Belgio, Olanda e Prussia; un po’ per sfuggire all’autorità che lo perseguita, un po’ per sete di conoscenza, un po’ per circondarsi di amici famosi che suggellino la sua fama. Durante gli anni che vanno dal 1743 al 1750 Voltaire cambia direzione, andando in senso opposto rispetto alle Lettres 3philosophiques; un suo vecchio amico del collegio, d’Argenson, allora ministro degli Affari Esteri, dopo avergli affidato alcune missioni diplomatiche in Prussia ed in Olanda, lo richiama a Parigi. Voltaire è finalmente ammesso a Versailles, dove domina la preferita di Louis XV, Madame Pompadour. Diventa così storiografo del re e scrive opere di carattere cortigiano (La Princesse de Navarre, Le Poème de Fontenoy, Histoire de la guerre de 1741). Grazie a ciò, nel 1746, dopo numerosi rifiuti, è ammesso all’Académie Français.

Come poteva sentirsi uno spirito libero come quello di Voltaire in questa situazione? Schifato da se stesso per aver ceduto al potere? Finalmente tranquillo perché non più perseguitato? Felice ed appagato per i risultati raggiunti? Probabilmente un vorticoso mix di queste tre sensazioni. Intanto dimostra di non aver assolutamente perso il suo tocco scrivendo i romanzi filosofici Babouc, Memnon e Zadig. E soprattutto le fortune cortigiane di Voltaire non sono destinate a durare. Ricade in disgrazia a causa del pamphlet La voix du sage et du peuple, di smaccata ispirazione democratica. In seguito alla morte dell’amante/protettrice du Chatelet lascia Cirey ed accetta l’invito di Federico II, re di Prussia, con il quale intrattiene già dal 1736 una amichevole corrispondenza. Voltaire spera di poter dar sfogo alla sua polemica politica, religiosa e storica presso la corte dichiaratamente liberale di Prussia. Passa tre anni a Berlino durante i quali scrive Micromégas e la Défense de M. Bolingbroke. Cura inoltre la prima edizione del Siècle de Louis XIV. Ma anche il sodalizio con il “re filosofo” si rovina. Federico II arriva ad ordinare la perquisizione ed il sequestro delle carte di Voltaire, il quale abbandona la Prussia seguito da sua nipote Marie – Louise Mignet, vedova di Nicolas Denis, la quale lo aveva raggiunto da Parigi.

4Per un certo periodo soggiorna presso l’abbazia di Sénones, ospite del benedettino Calmet, nella cui fornitissima biblioteca trova materiale per il suo lavoro storico, poi acquista una tenuta a Ginevra, che battezza “Les Délices” e presso cui si stabilisce. Da qui pubblica l’Essai sur les moeurs et l’esprit des nations. Nel 1758 si stabilisce definitivamente nel castello di Ferney, in territorio francese, ma praticamente sul confine svizzero. Visti i precedenti, la prudenza non è eccessiva. Gli anni di Ferney sono i più importanti per l’opera storica e politica di Voltaire, che ormai è considerato il principale esponente del cosiddetto “partito filosofico”. Collabora alla creazione di quell’opera monumentale, simbolo stesso della nascita dell’Illuminismo che è l’Encyclopédie, la prima enciclopedia della storia dell’umanità, il cui primo volume esce in Francia nel 1751, a sancire definitivamente l’avvento dell’Era dei Lumi della Ragione, della conoscenza che con la sua luce disperderà il buio dell’ignoranza e della superstizione. Ai volumi dell’Encyclopédie lavorano le grandi menti dell’epoca, a partire dai suoi creatori d’Alembert e Diderot. Vi collabora anche Jean Jacques Rousseau, altro scrittore perseguitato per le sue idee “scandalose”, con il quale Voltaire inizia un lungo duello in punta di penna.

Nel 1759 Voltaire pubblica Candide, indiscusso capolavoro tra i suoi racconti filosofici, ricco del suo peculiare umorismo corrosivo che non risparmia nessuno. È del 1764 il divertentissimo Dictionnaire philosophique, subito condannato dal parlamento di Parigi. Chissà se prima li leggevano o se si risparmiavano la fatica e come vedevano scritto Voltaire sulla copertina gli partiva immediata la condanna..? Del 1767 è il racconto filosofico L’Ingénu, che andrebbe letto in coppia con il Candide. Nel 1772 pubblica le sue Questions sur l’Encyclopédie.

Nel suo angolo di provincia francese, a Ferney, dopo una serie di vicissitudini in cui i successi mondani si mescolano agli studi approfonditi, le amicizie regali si contrappongono all’impegno civile, i favori delle corti europee si intervallano alle varie fughe, lo scrittore realizza finalmente il suo desiderio di indipendenza assoluta e mette a frutto quello spirito pratico che durante la vita trascorsa gli aveva permesso di mettere insieme una più che discreta fortuna. Nel suo “feudo” mette su manifatture di seta, fabbriche di orologi, un teatro e fa costruire fattorie e case per gli operai (molti 5loro sono perseguitati religiosi). Si erge a difensore di tutte le vittime dell’intolleranza e dell’ingiustizia, prendendo parte attiva in alcuni clamorosi processi dell’epoca (oggi al suo posto ci sono Vespa e la D’Urso… lo percepite il disagio?) e da questi trae spunto per scrivere il suo Traité sur la tolérance (leggetelo, leggetelo attentamente). Nel suo castello riceve principi e uomini di cultura di tutta Europa, che riconoscono in lui il padre stesso dell’Illuminismo.

Nella sua corte, il “patriarca di Ferney” passa così i suoi ultimi anni, finalmente libero e tranquillo, anche perché inizia ad avere una certa età e non ce la farebbe più a scappare tanto velocemente! A 84 anni, dopo 28 di assenza ininterrotta, Voltaire torna a Parigi, invitato alla trionfale rappresentazione della sua ultima tragedia, Irène, alla Comédie Français; tributo, più che alla specifica opera, all’uomo che ha incarnato un’intera generazione intellettuale. Voltaire muore a Parigi un mese dopo, il 30 maggio del 1778. L’arcivescovo di Parigi non concede la sepoltura in terra consacrata (due secoli fa, stessa storia: i delinquenti sì, i liberi pensatori no). Le spoglie di François Marie Arouet, dit Voltaire, vengono portate in Champagne, e là sepolte, quasi clandestinamente, nell’abbazia di Scellières. Nel 1791, in piena Rivoluzione, per voto dell’Assemblea nazionale, le sue ceneri sono solennemente tumulate nel Panthéon, accanto a quelle dell’amico/nemico Rousseau, insieme al quale aveva provato a cambiare il mondo.

– Monia Guredda –

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