Rubrica – Antonio Canova

Abbiamo già parlato di cosa rappresenta e di come nasce il Neoclassicismo nel precedente articolo dedicato al pittore politicamente impegnato Jacques Louis David. Oggi conosceremo lo scultore simbolo di questo affascinante periodo storico-artistico.  Antonio Canova nasce a Possagno, vicino Treviso, nel 1757.

Compie il suo apprendistato artistico tra Asolo e Venezia, nella bottega di Giuseppe Bernardi Torretti e frequenta l’abate Filippo Farsetti, proprietario di una preziosa collezione di calchi in gesso che rappresentano il primo approccio con l’arte antica del giovane Canova. Nelle sue prime opere, come l’Orfeo ed Euridice (1773-1776) o il Dedalo e Icaro (1778-1779) si nota ancora una forte influenza derivante dall’opera del Bernini, basata su un attento studio dal vero, non idealizzato. Nel 1779 si trasferisce a Roma e viaggia studiando le bellezze artistiche di Napoli, Pompei e Paestum. Qui nasce il suo amore per l’antico che lo porterà a diventare uno dei massimi protagonisti della stagione Neoclassica. Le nuove tensioni che muovono l’artista sono ben coerenti con i principi espressi dai massimi teorici del Neoclassicismo, Winckelmann in primo luogo.

La prima opera indiscutibilmente neoclassica del giovane scultore è il gruppo Teseo sul Minotauro (1781-1783). Canova sceglie di non rappresentare la lotta tra i due, ma il momento di quiete successiva alla vittoria di Teseo (scegliendo lo stesso percorso mentale seguito da David per il suo quadro dedicato A Marat). Qui ammiriamo un Teseo, simbolo dell’intelligenza e della razionalità, che siede con calmo trionfo sul Minotauro sconfitto, simbolo della bestialità umana e dell’oscuro labirinto che può essere la mente. Qui Canova rinuncia definitivamente agli effetti di verismo descrittivo usato nelle sue prime opere di stampo berniniano per rappresentare l’idea di Bellezza, Purezza e Ideale Morale che sono alla base del Neoclassicismo.

Nel 1783-1787 (contemporaneamente al Giuramento degli Orazi di David) realizza il Monumento funerario a Clemente XIV in Santi Apostoli. Sono ormai banditi i ricchi ornamenti, i marmi policromi, gli elaborati panneggi tipici dell’arte Barocca. Segue il Monumento a Clemente XIII in San Pietro; qui il tema della morte è affrontato con serena meditazione, trasformando le cupe allegorie barocche nell’immagine simbolica della cristianità e del genio funebre in una semplice fiaccola rovesciata, delicata allusione alla fugacità della vita. Gli inconsueti temi dell’amor di patria e l’innovativa idea di un’Italia-nazione sono per la prima volta resi nell’arte proprio da Canova, nella regale figura femminile che piange sulla tomba dell’Alfieri, nel Monumento funerario in Santa Croce (1806-1810).

Da questo momento Canova si dedica in modo particolare ai miti greci, legati in maniera indissolubile all’ideale di bellezza e purezza del Neoclassicismo. Il celeberrimo gruppo di Amore e Psiche (ispirato alla favola di Apuleio) sviluppato in varie versioni, rende morbida e pulsante la carne dei due amanti scolpiti nel marmo, traendo ispirazione diretta dalle opere di Fidia. Seguono Adone coronato da Venere (1789), Venere e Adone (1789-1794), bassorilievi in gesso ispirati all’Odissea, all’Eneide ed alla vita di Socrate, il Creugante (1795-1801), il Damosseno (1795-1806), Le tre Grazie (1812-1816) e l’Ercole e Lica (1795-1815). In queste opere risalta una bellezza intellettuale, moderna, tracciata da una linea funzionale e purissima; le azioni e le passioni sembrano dimostrate, recitate, non vissute, come in una pantomima ben riuscita: i gesti sono accentuati e schematizzati in quanto il loro linguaggio è controllato dall’intelletto.

Ma come lavora lo scultore Canova? Realizzando una successione di schizzi, di bozzetti, fino al modello in gesso delle stesse dimensioni dell’opera e alla traduzione definitiva nel marmo. Così facendo raggiunge una immagine ideale, nata sì sull’onda dell’ispirazione artistica, ma trasformata grazie al lavoro sottoposto ad un forte controllo razionale. Ed il cittadino Canova? Canova, al contrario di David, evita la via dell’impegno politico diretto; il suo unico ideale è l’arte, la cui superiorità e autonomia difende dalle ingerenze delle istituzioni e delle ideologie politiche in un periodo storico particolarmente tumultuoso, che lo vede prima cittadino della repubblica veneta, poi ospite e rappresentante del papa ed infine suddito di Napoleone. Il suo prestigio europeo e la sua innata diplomazia gli consentono di mantenersi al di sopra degli eventi. Esempio ne è il fatto che nello stesso anno, il 1805, realizza sia Paolina Borghese come Venere vincitrice che il Monumento sepolcrale per Maria Cristina d’Austria.

Dopo la caduta di Napoleone è lo stesso diplomatico Canova a trattare ed ottenere la restituzione delle opere d’arte trafugate dai francesi in Italia. Tra le quali mi preme ricordare (ridicolo che ce ne sia ancora bisogno) NON figura la Gioconda di Leonardo che non ci è stata rubata e che sta bene dove sta, al Louvre. Antonio Canova muore nel suo ritiro di Possagno nel 1822, dopo aver lasciato un’impronta indelebile nella storia artistica d’Europa.

– Monia Guredda- 

 

 

 

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